Renzi ha solo una settimana per cambiare
strategia ed evitare guai dopo il voto
 
di Enrico Cisnetto
 
Dai, togliamoci dalle scatole queste inutili, anzi dannose, elezioni europee, e poi mettiamoci a fare sul serio. E sì, perché questa consultazione, con il suo penoso tentativo all’italiana di far finta di votare direttamente per il presidente della Commissione Ue per il solo fatto di aver autorizzato a mettere dei nomi sulle schede, certo non serve a risolvere i problemi strutturali dell’eurozona. Che si ritrova oggi, nella fase di transizione (maledettamente lunga) tra la recessione e la ripresa, non solo incapace a tenere il passo del resto del mondo – in fondo questo era scontato – ma anche e soprattutto divisa in tante economie diverse, che viaggiano a velocità sempre più divaricate. A testimonianza che è fallito, ammesso che ci sia davvero mai stato, il tentativo di unificare le politiche economiche e finanziarie dei membri del club. E questo spiega perché c’è grande scetticismo su questo voto, e perché il grande spauracchio che si aggira per l’Europa è che dalle urne esca vincitore il partito eurodisfattista, nelle sue diverse articolazioni. 
 
La contraddizione in cui siamo caduti è che se l’Europa non funziona – e su questo non ci piove – è per difetto, cioè per mancanza di quel passaggio federale che doveva progressivamente spogliare le sovranità nazionali per delegarne i poteri ad un governo europeo eletto democraticamente in via diretta, mentre la valutazione prevalente è invece che sia per eccesso, cioè per un’esagerata ingerenza delle decisioni comunitarie nella vita di ciascun paese, il che genera risposte che vanno dal “meno Europa” al dirompente “usciamo dall’euro”. Naturalmente, specie in Italia, chi predica la fine della moneta unica, o la rescissione unilaterale del patto monetario, non spiega come concretamente si potrebbe uscire dall’euro e tace, o mente, su cosa succederebbe nel caso lo si facesse davvero. 
 
No, ci si accontenta di vellicare la rabbia dei cittadini, inducendoli a credere che i loro problemi nascano dalla moneta europea, e non come sarebbe invece giusto dire, dal fatto che la sua creazione non è stata preceduta e nemmeno seguita da un processo d’integrazione politico-istituzionale, indispensabile a rendere logico e necessario l’avere una moneta comune in tasca. Viceversa, però, sbagliano – e sono molti – quelli che per sostenere la tesi opposta agli anti-euro, si limitano ad argomentare la posizione solo in base alla tesi che l’uscita è tecnicamente complicata per non dire impossibile. Non perché questo non sia vero, ma perché non basta a convincere i cittadini che la risposta giusta debba essere la creazione degli Stati Uniti d’Europa.
 
No, occorre offrire una prospettiva vera di cambiamento, ma l’unica proposta di questo segno che circoli non viene dai partiti e non è oggetto di campagna elettorale, ma è stata lanciata dalla Fondazione Einaudi, e noi di Terza Repubblica la sposiamo: l’idea di un’Assemblea Costituente Europea, che rilanci ed acceleri il processo di integrazione federale, dandogli una decisiva certificazione democratica. Se l’Europa è in crisi è per l’incompiutezza della sua integrazione. La ricetta, dunque, è più Europa, e non meno Europa. Ma, purtroppo, non è all’ordine del giorno di queste elezioni. 
 
Ma è soprattutto per motivi interni che occorre archiviare al più presto queste maledette elezioni. Esse, infatti, hanno condizionato la partenza del governo Renzi – tutto intento a conquistare quanto più consenso possibile, visto anche che il suo arrivo a palazzo Chigi non è transitato attraverso una consultazione popolare – e a maggior ragione rischiano di condizionarne il proseguo dal 26 maggio in poi se il risultato del voto dovesse essere, come temiamo che sia, un tripudio per il populismo radicale di Grillo. Ed è anche per questo che occorre che Renzi compia un salto di qualità già in questi ultimi giorni di campagna elettorale. Il presidente del Consiglio dia per persa la battaglia con il comico genovese sul terreno della demagogia, cambi registro e si lanci nella descrizione di un programma che, pur senza apparire “lacrime e sangue”, non sia un libro dei sogni. Parta, Renzi, dalla constatazione che la ripresa non c’è e che, a parità di politiche, non ci sarà.
 
La colpa, ovviamente, non è sua, ma presto ne sarà corresponsabile se non avrà la capacità di parlar chiaro al Paese – basta con le luci in fondo al tunnel, please – e di indicare un programma ben più incisivo di quello, un po’ troppo elettorale (gli 80 euro), fin qui descritto. Soprattutto, se non darà subito questa sterzata, si ritroverà a giugno in un clima politico a dir poco infuocato, con i “rottamati del suo partito che rialzano la testa, e magari con il presidente della Repubblica sull’uscio del Quirinale. E i leader politici, specie quelli che hanno la presunzione di essere invincibili, fanno presto a cadere.
 
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