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L'Italia è da ricostruire

La ricetta è "Liberal - Keynesiana"

 
di Enrico Cisnetto
 
 
“Non so tutto, ho bisogno di imparare”, ha detto Matteo Renzi parlando della collaborazione chiesta (e ottenuta) all’ex amministratore delegato della Luxottica, Andrea Guerra. Questa ammissione – che già di per sé ha un valore, in un mondo di nani che fanno finta di essere giganti – può rappresentare un buon punto di partenza per la tanto auspicata svolta. Perché a Renzi va riconosciuto il merito di aver individuato ciò di cui dobbiamo sbarazzarci, ma ha bisogno di convincerci – e finora non l’ha fatto – di essere anche capace di individuare e realizzare ciò di cui abbiamo bisogno. 
 
Finora ci hanno pensato i suoi nemici a mascherare il gap tra la sua dimensione destruens e quella costruens. Perché pur avendo al loro arco molte frecce acuminate – dalle condizioni dell’economia, che i pannicelli caldi governativi (80 euro e simili) hanno lasciato gravi così come l’avevano trovati, alla deprorevole abitudine di annunciare scadenze a raffica per poi rinviarle o addirittura farle cadere nell’oblio – alla fine gli anti-renzisti preferiscono usare i vecchi arnesi dell’offesa ideologica e personale, quelli rodati in anni di “antiberlusconismo”. Noi che in questa sede non abbiamo mai smesso di “marcare stretto” con estrema severità, pur con spirito costruttivo, il presidente del Consiglio, gli riconosciamo, con tutta l’onestà intellettuale di cui disponiamo, il merito di aver messo in mora la vecchia sinistra massimalista e giustizialista, suonando la fine di una stagione che andava chiusa prima ancora che cominciasse. Ma tutto questo non basta per creare i presupposti perché se ne apra una nuova. Renzi, se vuole portare fino in fondo il lavoro di riconversione culturale del Pd ma soprattutto se intende iniziare un lavoro di ricostruzione del Paese, deve spingere il dibattito politico fuori dal recinto angusto delle “emergenze”, e disporsi ad aprire un ragionamento costruttivo – senza guerre contro mille nemici – di carattere più strategico. 
 
Per esempio, perché non cogliere la provocazione di D’Alema quando predica “più Stato meno mercato”? E perché non entrare nel merito dell’analisi del Censis, specie quando De Rita contesta la tendenza alla disintermediazione delle rappresentanze, alla delegittimazione degli enti e dei soggetti intermedi, alla rottamazione delle varie forme di concertazione, di cui lo stesso Renzi si è fatto protagonista? Certo, la discussione è inquinata dalla lotta in atto tra Renzi e il resto d’Italia (inteso come somma di tutti i vecchi poteri), ma ciò non toglie che sia il caso – depurandola – di prenderla sul serio. 
 
Nell’attesa che lo faccia, ci proviamo noi. Partendo dal presupposto che non si possono affrontare le questioni sollevate da D’Alema e De Rita se non si parte dai molti fallimenti di cui stiamo pagando, tutti insieme, il prezzo. Il primo è quello, generale, dell’Italia, intesa come economia assistita dalla spesa pubblica (improduttiva), come società (fallimento delle elite e più in generale della borghesia) e come sistema politico-istituzionale (la Seconda Repubblica).  Il secondo, più specifico, è il default del federalismo, cioè del mantra più ripetuto negli due decenni, e cioè che la soluzione dei nostri problemi sarebbe consistita nello svuotare lo Stato centrale decentrandone i poteri in una iper ramificata struttura di amministrazioni locali. Il terzo è un fallimento planetario – ma che in Italia ha trovato la sua massima espressione, per via delle nostre contraddizioni – ed è quello del turbo-liberismo, cioè la (sana) cultura liberale del mercato ridotta a ideologia (si allo Stato minimo, no alla politica industriale) e messa al servizio della delegittimazione della politica e delle istituzioni. Noi, in particolare, siamo riusciti nell’impossibile impresa di predicare il liberismo più sfrenato e di praticare il collettivismo più becero. Abbiamo costruito i mostri del socialismo asociale, dello statalismo antistatale e del satanismo fiscale. Ma lo abbiamo fatto – e la sinistra più di altri, dovendosi purificare per essere stata comunista fino alla caduta del Muro – negando la necessità di investimenti pubblici e la legittimità di scelte di politica industriale.
 
Allora, è solo partendo da questo tragico consuntivo che si può valutare la “ropture” di Renzi. E appare assolutamente indispensabile. Forse potrà non essere sufficiente, e certamente lui finora non ha mostrato la necessaria capacità di tradurla gestionalmente e calarla nell’amministrazione, né la sua azione politica (molto politicista) è innestata su un solido impianto teorico e programmatico. Ma tutto questo non toglie nulla al fatto che “rompere con il passato” sia un’esigenza assoluta e improrogabile. Nello stesso tempo, è evidente che se fin d’ora si riesce a dare un po’ di ordine concettuale al pensiero ricostruttivo, tanto di guadagnato. Da parte nostra, offriamo alla riflessione quella che in questi anni abbiamo chiamato la ricetta “liberal-keynesiana”, chiarendo agli scettici che le due definizioni non sono in contraddizione.
 
 Perché, da un lato, la componente “liberal” significa avere l’obiettivo di sconfiggere quella modalità burocratica che rende il mercato e l’economia italiana assolutamente arretrati, tagliando i viveri all’assistenzialismo, che genera incapacità a competere e costi economici e costi sociali alti, per restituire ossigeno a quella parte, purtroppo minoritaria dell’economia che ha fatto numeri straordinari nelle esportazioni. Ma, dall’altro lato, è pacifico quanto siano necessari tanto gli investimenti pubblici – che nessun “pensiero unico” cancella, considerato che non si è mai vista una ripresa per decreto o solo grazie ai consumi – quanto la valenza strategica della politica industriale, visto che abbiamo l’assoluta necessità di ricostruire un capitalismo italiano frantumato.
 
 Più Stato e più mercato, è dunque la ricetta giusta – che poi sia la “terza via” di vecchia memoria o di nuovo conio, poco importa – all’interno di un progetto che torna a rivalutare lo Stato centrale, anche in funzione di una progressiva cessione di sovranità in sede europea che speriamo si metta in moto al più presto (Draghi docet), e asciuga il decentramento improduttivo. Si tratta poi di definire, dentro questo schema, quale ruolo si debba assegnare alle rappresentanze degli interessi e che modalità sia più utile per mediarli in chiave di interesse generale. Qui la fase destruens renziana prevede necessariamente un forte tasso di disintermediazione. Ma non c’è dubbio che il ponte diretto gente-leader produce solo alti livelli di populismo e amplifica le pulsioni di uomini e soluzioni forti, da sempre presenti nella società italiana e da cui bisogna rifuggire. Quindi occorre lavorare alla ridefinizione della politica e delle rappresentanze. Leggetevi il nuovo rapporto Censis e troverete qualche prima risposta.
 
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Indebolito dal voto 

Renzi rischia molto

sul dopo Napolitano a meno che ...

 
di Enrico Cisnetto
 
Renzi, come sempre gli capita, ha ragione e torto nello stesso tempo. Dice il vero quando afferma di aver vinto nettamente le regionali in Emilia-Romagna e Calabria – qualcosa di meno di elezioni di midterm, ma pur sempre una verifica significativa dell’umore degli italiani – ma dice una sciocchezza quando tende a minimizzare la portata del fortissimo astensionismo che le ha caratterizzate. Prendete i dati della regione rossa per eccellenza: alle europee del 25 maggio, quelle su cui il premier ha costruito le referenze elettorali che gli mancavano quando è arrivato al governo per una congiura di palazzo, il Pd prese il 52,5% dei voti con un’affluenza alle urne del 70% (67,6% se si tolgono bianche e nulle). Questo vuol dire che la percentuale ricalcolata comprendendo anche il non voto (cioè sul totale degli aventi diritto) scendeva al 35,5%.
 
Questa volta, a soli sei mesi di distanza, il Pd ha preso il 44,5% dei voti su una platea di votanti pari al 37,67% (il punto più basso mai raggiunto in Emilia-Romagna), che di conseguenza riducono il peso del partito di Renzi sul totale degli elettori ad un misero 16,77%. Che, per carità, è almeno un numero a due cifre rispetto al 7,32% della Lega di Salvini, del 5% del M5S e del 3,15% di Forza Italia. Ma è pur sempre il segno che neppure 17 cittadini su 100 hanno ritenuto di andare alle urne per dare forza a Renzi pur prevalendo in tutti la consapevolezza, o almeno la sensazione, che a lui non c’è alternativa. Certo, Renzi ha buon gioco a dire: in mancanza di avversari che potessero insidiarmi, la gente è stata a casa. Ma altrettanto legittimamente si può ribaltare il concetto, specie considerando che il Pd giocava in casa. 
 
Insomma, il Pd di Renzi ha incassato due governatori (quello emiliano-romagnolo era scontato) ma ha perso una marea di voti, e in vista delle scadenze che lo attendono, rinnovo dell’inquilino del Quirinale in primis, per Renzi la cosa non è certo senza conseguenze. Dalla prima l’ha forse sollevato – involontariamente – proprio Napolitano con il preannuncio, informale ma certo, delle sue dimissioni: le elezioni anticipate. Mai sbandierate in pubblico ma molto coltivate in privato, fino a ieri erano l’oggetto del desiderio del premier. Ora, alla luce dei due test regionali, quantomeno dovrebbe usare molta prudenza. In tutti i casi l’uscita di scena di Napolitano chiude il discorso, almeno per la prossima primavera.
 
Dalla seconda possibile conseguenza negativa dovrà essere la sua (conclamata) abilità tattica e la sua altrettanto certificata spregiudicatezza nel maneggiare le questioni di potere, a salvarlo. Ed è proprio quella di arrivare politicamente indebolito allo show down sul Capo dello Stato e perdere la partita. Cosa che per Renzi sarebbe un’eventualità esiziale. E sì, perché per gli equilibri futuri non si può permettere che al Quirinale ci sia non si dice un suo nemico, ma neppure qualcuno con la schiena dritta e dotato di autonomia. Qualcuno tipo Amato, Bonino, Draghi, tanto per usare qualche nome emerso nell’affollato toto presidente. 
 
Si dirà: ma se il patto con Berlusconi tiene – e noi siamo convinti che tenga, perché il Cavaliere non ha alcun interesse a farlo saltare considerato che il giovanotto di Firenze è la sua unica ancora di salvezza – i numeri di una votazione a camere riuniti ci sono, almeno dalla quarta votazione in poi quando occorre solo la maggioranza semplice. Per esempio, con i voti presi da Violante, se quella fosse stata una votazione di Camera e Senato insieme, a quest’ora sarebbe (come meritava) membro della Corte Costituzionale. Tutto vero. Ma con un piccolo particolare: che Renzi nel frattempo si è politicamente indebolito, e nel Pd il grosso dei parlamentari è formato da quella palude di ex bersaniani e dalemiani che dopo lo sgambetto a Letta sono saliti armi e bagagli sul carro del vincitore. Questo li rende alleati posticci, che possono scendere dal carro con la stessa velocità con cui ci sono saltati sopra (seconda solo a quella dell’hashtag renziano “staisereno” a dispiegare i suoi malefici effetti sul destinatario dell’affettuoso messaggio). Inoltre, nel frattempo questi renziani dell’ultima ora, nella stragrandissima maggioranza dei casi, non sono stati né gratificati né garantiti di ricandidatura. 
 
Anzi, non sono stati neppure degnati di una parola. E per questo hanno cumulato frustrazione. Che sono pronti a tenersi se il carro del vincitore dovesse continuare a marciare a tutta velocità, come è stato con le scorse europee e nei mesi successivi. Ma che con altrettanta probabilità sono pronti ad assecondare, togliendosi qualche sasso dalle scarpe, se solo le condizioni lo dovessero consentire. E cosa c’è di meglio di un’elezione tradizionalmente ricca di giochi e intrighi di palazzo come quella per il Quirinale, che per di più arriva dopo un voto che al di là della propaganda non è un successo per il Pd, per fare sgambetto all’autistico – così lo definiscono in molti tra i parlamentari e persino tra i membri del governo – Renzi? E se questa palude pieddina dovesse palesarsi come a suo tempo si palesarono i 101 al momento di impallinare Prodi, siamo sicuri che non si formi un’analoga area di dissenso anche dentro le truppe berlusconiane (esempio gli amici di Fitto) e dentro quelle centriste (chi non si è già fatto risucchiare dentro gli ingranaggi del Pd)? Difficile in questo momento fare di conto, ma occhio e croce potrebbe essere un numero sufficiente per far saltare i disegni di Renzi.
 
Se fosse, sarebbe cosa buona e giusta? Sicuramente sarebbe tale da tener aperta la partita della successione a Napolitano per molto tempo, imputridendo ancor di più di quanto già non sia il sistema politico-istituzionale. Ma impedire che ciò accada è responsabilità tutta di Renzi, non fosse altro perché come segretario del partito di maggioranza e come premier ha il pallino in mano: eviti di farsi venire l’idea di imbarcare i pentastellati, anche solo i fuorusciti di ieri e di domani, e tiri fuori un nome con cui spiazzare ogni gioco altrui. Ne sarà capace? Se sì, avrà vita lunga, se no si aprirà una fase a dir poco drammatica della vita politica nazionale.
 
 
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