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Doppia partita ad alto rischio per Renzi
Se vince prende tutto se perde va a casa
 
di Enrico Cisnetto
 
 
Renzi sta giocando una doppia partita ad alto rischio. La prima è politica, la seconda di potere. Intrecciate tra loro, sono entrambe decisive, tanto per lui quanto per noi tutti. Proviamo dunque a capirne i termini e i possibili esiti. 
 
Quella politica ha come obiettivo, comprensibilmente, il consolidamento della sua leadership nel Paese. Per farlo, Renzi ha bisogno di confermare e accrescere il consenso popolare e trasformarlo in un gruppo parlamentare di sua fiducia. Al più presto, prima che il perdurare della crisi economica eroda la speranza che gli italiani hanno riposto in lui come rinnovatore. E se per raggiungere questo risultato deve spaccare il Pd, non se ne fa un problema, anzi. Dunque, come scriviamo da tempo, il premier vuole le elezioni anticipate a tutti i costi, e per averle è disposto sia ad andarci senza la legge elettorale maggioritaria che aveva fatto studiare, sia a mettere sul conto che i dissidenti del Pd rompano e facciano un nuovo partito alla sua sinistra.
 
E questo spiega, come abbiamo scritto una settimana fa, la forzatura sull’articolo 18, tema su cui nella campagna elettorale per le primarie Renzi aveva detto che non gliene importava un fico secco. Roberto D’Alimonte – che del cosiddetto Italicum è il padre – sostiene che questa scelta non conviene al leader del Pd, perché senza “premio” al Senato rimarrebbe senza maggioranza. Vero. Ma non c’è bisogno di scoprire quel che non esiste – la versione scritta e sottoscritta del patto del Nazareno – per capire ciò che è del tutto evidente. 
 
E cioè che Berlusconi avrebbe tutto l’interesse a supportare Renzi (come peraltro sta già facendo ora). Perche votando con la legge riveniente dall’intervento della Consulta, a base proporzionale anche se con lo sbarramento, ognuno andrebbe per conto suo per poi fare alleanze in parlamento dopo il voto. Così Ncd e Forza Italia tornerebbero ad allearsi elettoralmente per superare gli sbarramenti e poi entrerebbero in maggioranza, tanto più se nel frattempo l’ala sinistra del Pd fosse uscita raccattando quel che rimane di Sel e lista Tsipras. Renzi avrebbe il controllo assoluto del parlamento, Berlusconi si sentirebbe garantito e potrebbe piazzare uomini suoi in alcuni posti chiave.
 
 Entrambi, insieme, potrebbero affrontare la successione di Napolitano sicuri di poterla pilotare senza correre pericoli. Ma è proprio dal Quirinale che potrebbe arrivare lo stop decisivo a questo disegno: se il presidente si dimettesse all’inizio dell’anno prossimo, taglierebbe le gambe alle elezioni anticipate e costringerebbe i due del Nazareno a risolvere il rebus della nomina del nuovo inquilino del Quirinale nella palude melmosa di questo parlamento. Userà l’arma nucleare, Napolitano? Difficile dirlo. Molto dipenderà dal grado di inevitabilità dello scioglimento delle camere. In altre parole: se Renzi costringerà i suoi nemici dentro il Pd ad alzare il tiro contro di lui, potrà dire di fronte al Paese che le elezioni sono inevitabili e Napolitano dovrà prenderne atto; altrimenti, in un modo o nell’altro le urne gli saranno precluse.
 
È per questo che Renzi – e qui siamo alla seconda partita che il premier sta giocando – sta ingaggiando un braccio di ferro con i cosiddetti “poteri forti”, intesi sia come le comari dell’ex salotto buono del capitalismo italiano, sia come chi comanda davvero in Europa. C’è anche Draghi tra questi? Se è vero un pettegolezzo che circola a Roma come in Germania, sì. Pare che nella famosa visita che Renzi gli ha fatto questa estate in Umbria, il presidente della Bce abbia evocato la “troika” (che poi tale non è più perché ormai ha perso per strada il Fondo Monetario), descrivendone l’intervento come un aiuto di cui il primo ad avvantaggiarsi sarebbe stato il governo, e che il premier sia andato su tutte le furie, replicando con un gladiatorio “mai e poi mai, dovrete passare sul mio cadavere”. 
 
L’episodio, verosimile se non del tutto vero, aiuta, molto più di tante dietrologie correnti, a capire il dipanarsi della trama del film cui stiamo assistendo, e che potremmo titolare “Renzi contro il resto del mondo”. Specie se si tralascia per un momento il gioco più diffuso del momento, l’esegesi del fondo di De Bortoli sul Corriere – in cui confluiscono troppi elementi di carattere personale perché aiuti a “leggere” i rapporti di Renzi con “i poteri”, nazionali e non – e si guarda con attenzione, invece, quanto scrive Wolfgang Munchau, che sul Financial Times è firma che riflette il pensiero dell’asse Francoforte-Berlino, molto più solido di quanto certa pubblicistica provinciale nostrana descriva. La tesi è lapidaria: oggi per l’Europa la minaccia più grande si chiama Italia, che ha una situazione economica talmente insostenibile che se la crescita non dovesse ripartire andrà verso il default per debito eccessivo, con l’uscita dall’eurozona e la fine dell’euro stesso.
 
 Da qui la pressione che Draghi ha esercitato, anche per conto della Merkel, su Renzi: prima con le buone (il discorso vis a vis), poi con le cattive (i messaggi mediatici). Naturalmente si può sostenere che trattasi di pressioni indebite – ma in questo caso si dimentica che a Draghi viene continuamente chiesto di andare oltre il confine delle sue responsabilità formali, e che comunque se siamo ancora vivi lo si deve a lui – così come si può ricorrere alla dietrologia da quattro soldi sulle sue presunte ambizioni per palazzo Chigi (escluderei) o per il Quirinale (già più plausibile) per evocare “trame occulte”. Sta di fatto che i “poteri”, magistratura in primis, hanno sentito odor di scontro, e hanno fatto due più due: se la Bce e la Germania vogliono commissariare Renzi o addirittura farlo fuori, sarà bene schierarsi subito dalla parte del probabile vincitore. Reazione che si potrebbe velocemente archiviare come velleitaria, visto che Renzi il consenso ce l’ha e, finora, neppure il duo recessione-deflazione l’ha eroso. Se non fosse, però, che le cose stanno proprio come dice Munchau: o il governo trova la chiave della ripresa, o l’Italia si schianta, e con lei l’eurosistema. 
 
Ma qui scatta la contraddizione a cui siamo impigliati: Renzi non ha certo la responsabilità di quel disastro chiamato Seconda Repubblica, e fa bene a diffidare della classe dirigente (oltre che del ceto politico) che lo ha prodotto. Ma nello stesso tempo mostra limiti evidenti nell’affrontare i problemi del Paese, o meglio nel tradurre in atti di governo – che non sono solo le leggi approvate – le buone e coraggiose intenzioni che abilmente mette in vetrina. Inoltre, la scelta di affidarsi alle sue indubbie capacità mediatiche per avere un rapporto diretto con i cittadini-elettori saltando i rapporti con qualsivoglia rappresentanza degli interessi – modello “Berlusconi + Marchionne” – e la strategia “tutti nemici, tranne il popolo” che ha adottato, fanno sì che scivoli con facilità nel populismo, il che non aiuta ad affrontare con la giusta ampiezza programmatica gli intricatissimi nodi del declino italiano.
 
 Viceversa, chi imputa a Renzi di “parlare e non fare” o di essere capace solo di “rottamare e non costruire”, pur avendo non poche frecce al proprio arco, nella stragrande maggioranza dei casi non ha alcuna credibilità, avendo contribuito in modo diretto e significativo al disastro. Inoltre, chi intende mettere Renzi sul banco degli imputati non ha uno straccio di idea di come sostituirlo – né uomini né politiche all’altezza della sfida – e non vuole farsi una ragione del fatto che gli italiani indietro non vogliono più tornare, giusto o sbagliato che sia.
Ecco, è questo “gatto che si morde la coda” il problema del potere, politico e non, in Italia oggi. Uscirne non è facile. Ma il modo sicuro per non riuscirci è far finta che le cose stiano diversamente.
 
 

Mentre infuria la guerra

tra "poteri deboli" (Eni docet)

non basta rottamare Cernobbio

 
di Enrico Cisnetto
 
 
TerzaRepubblica non ha mai creduto ai grandi complotti, e tantomeno ci crede ora che i poteri – tutti, da quelli politici e istituzionali a quelli economico-finanziari per finire con quelli mediatici – lungi dall’essere “forti”, come si insiste a definirli, sono debolissimi, anzi drammaticamente frantumati. Ergo, non crediamo che esista un gruppo di potere, e neppure un singolo “grande vecchio”, che stia organizzando in Italia chissà quali trame, come farebbe credere – anche grazie ad una sequenza temporale che effettivamente induce al sospetto – il combinato disposto tra le recenti inchieste giudiziarie (Eni), il brutale regolamento di conti ai piani alti di quel che resta del capitalismo italico e il repentino cambio di umore di alcuni media su Renzi e il suo governo. Ma, allontanata l’ombra della dietrologia, rimane necessario analizzare il perché di certi accadimenti, e le loro correlazioni.
 
Partiamo dalla notizia dell’inchiesta giudiziaria che coinvolge vecchi e nuovi amministratori dell’Eni per una fornitura nigeriana. Nonostante fosse cosa già nota, e senza minimamente sottolineare che l’Italia è l’unico paese al mondo in cui si perseguono come reati intermediazioni intercorse in transazioni internazionali che altrove vengono considerate di assoluta normalità, il Corriere della Sera giovedì ha sparato la vicenda in prima pagina. Ma con tutta evidenza, anche leggendo altri articoli il giorno dopo, nel mirino dello scoop (si fa per dire) non è l’Eni ma il presidente del Consiglio, accusato di aver agito con leggerezza al momento delle nomine fatte recentemente ai vertici delle più importanti società a partecipazione del Tesoro. A parte due osservazioni a margine – perché il Corriere non l’ha detto subito, e perché, in un paese dove la magistratura è decisamente fallace dovremmo trarre deduzioni e conseguenze da un capo d’accusa e non da una sentenza – viene spontaneo associare questa scelta sia all’enfasi con cui si è dato conto delle ruvide dichiarazioni della Bce negli ultimi tempi, dalla “minaccia alla sovranità” al “dovete fare una manovra correttiva”, sia al taglio che gli editoriali del giornale del fu “salotto buono” hanno assunto da un po’ di tempo a questa parte, ultimo quello del duo Alesina-Giavazzi in cui si avvisa Renzi che gli è rimasto poche ore per dimostrare di essere capace di governare, altro che “mille giorni”.
 
 Insomma, viene il sospetto che dopo l’entusiastico sostegno iniziale al giovinotto di Firenze, ora si voglia fargli la pelle. Per carità, non saremo certo noi – che quando tutti suonavano la fanfara lo abbiamo criticato, pur costruttivamente – a negare che ci sia una lunga lista di doglianze da rivolgere a Renzi. Ma un conto è alimentare un confronto dialettico, altro è cecchinare. Renzi ha dunque fatto bene a difendere la nomina di Descalzi: così facendo ha difeso l’Eni e il suo management e ha difeso se stesso, ma soprattutto ha fatto capire che la magistratura non può diventare il filtro che seleziona la classe dirigente del paese, che abbia scientemente o meno questo obiettivo in testa. Dopodiché sono ben altri i passi che il premier deve fare se vuole dare vera sostanza al cambiamento che sbandiera. Perché le dinamiche in atto sono ben più complesse di quel che appare.
 
Per esempio, non siamo così ingenui da non capire che esiste una relazione tra il benservito di Marchionne a Montezemolo, ma anche quello di Del Vecchio a Guerra, con l’ostentato distacco di Renzi dai cosiddetti “poteri forti”, manifestato platealmente sia attraverso la scelta di non calcare le scene di Cernobbio, sia con il rifiuto di interloquire con Confindustria. No, non è una relazione diretta. Sappiamo bene che tanto in Ferrari quanto in Luxottica abbiamo assistito al regolamento di conti personali in sospeso da tempo, e che l’atteggiamento di Renzi ha solo finalità di comunicazione. Insomma, che si tratta di episodi non solo slegati tra loro, ma pure di bassa cucina, privi di una cornice strategica in cui collocarli. Ma detto questo, il filo rosso che li lega sta nell’essere convergenti segni del disfacimento del vecchio sistema paese, quell’insieme di ruoli, uomini, prassi, relazioni e abitudini, che hanno costituito l’intelaiatura su cui in Italia si è retta l’organizzazione della politica, dell’economia e della stessa società.
 
 Assistiamo alla “fine di un mondo”, o, se si vuole, alla “fine del mondo”: segnali inequivocabili del fatto che nulla sarà più come prima. Declino o rinascita? Dipende. Per ora, il primo è sicuro, la seconda non si vede. Ma è pur vero che del vecchio sistema, ormai consunto, abbiamo comunque bisogno di liberarci. Non ha torto Renzi quando dice che la classe dirigente del paese ha la responsabilità di averlo portato al disastro, e che prima ce ne liberiamo e prima possiamo tentare di invertire la rotta. Sbaglia a definirla “quella della Prima Repubblica”, e tanto più sbaglierebbe se intendesse riferirsi al più longevo di quella generazione, ancora in attività. La colpa è principalmente, se non unicamente, di quelli che hanno popolato i due decenni della Seconda Repubblica, che sono appunto stati gli anni della progressiva decadenza. Nella politica come nell’economia, e nella vita civile e culturale. 
 
Ma al netto di questo errore, il fatto che Renzi abbia messo in moto la macchina della rottamazione è cosa buona e giusta. Non è andato a Cernobbio? Ha fatto bene due volte: primo perché è un segnale che va nella direzione del cambiamento, e secondo perché da quel consesso non è mai uscito uno straccio d’idea utile al Paese. Il problema, semmai, è un altro, per Renzi come per il capitalismo made in Italy: avere in testa come ricostruire. Non basta buttarsi alle spalle passato e presente, bisogna avere idea di come costruire il futuro. Altrimenti rimangono solo le macerie. 
 
Per esempio: se, giusto o sbagliato che sia, i salotti (o tinelli) buoni, i patti di sindacato e i tanti altri strumenti del cosiddetto capitalismo relazionale sono superati e desueti, è inutile accanirsi a difendere quel che ne rimane o versare lacrime di rimpianto auspicando che tornino; serve, invece, prenderne atto e però, nello stesso tempo, rendersi conto che un sistema industriale complesso non può essere semplicemente la somma delle imprese esistenti, ma ha bisogno di fare sistema. Sarà un sistema diverso da quello del passato – ormai ridotto ad un pollaio di galli spennacchiati che si beccano – ma pur sempre sistema il capitalismo deve fare.
 
Lo stesso discorso vale per la politica e le istituzioni, come abbiamo già sostenuto: bene la parte destruens se contemporaneamente c’è quella costruens, altrimenti si resta sepolti sotto i detriti. Renzi fa bene a non andare a Cernobbio, ma non può cavarsela facendo visita ad una fabbrica. Quello è populismo. Deve, invece, auspicare che la nuova classe dirigente di cui c’è bisogno – e quando dico “nuova” non mi riferisco solo all’anagrafe – costruisca delle Cernobbio capaci di far circolare idee, produrre progetti, selezionare persone.
 
C’è bisogno di riprogettare tutto: il sistema politico e istituzionale, le imprese e le loro relazioni, la rappresentanza degli interessi, la magistratura, le dinamiche della vita sociale, la mentalità collettiva. Una sfida immane. Che non può ridursi a regolamento di conti, per quanto sia necessario ed opportuno regolarli.
 
 
 

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