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In Abruzzo, scoperte

nuove impronte di dinosauro


ingv dinasauro impronta abruzzo

La superficie con orme di teropodi sul versante orientale del Monte Cagno (L’Aquila), e relativi modelli tridimensionali ottenuti dalle foto digitali acquisite in volo

 

14.03.17 - Scoperte in Abruzzo le prime impronte di dinosauro che testimoniano la presenza del più grande teropode documentato fino a oggi in Italia. Hanno tra i 125 e i 113 milioni di anni. Sono state identificate da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e studiate assieme a un team di icnologi (paleontologi specializzati nello studio delle impronte fossili) dell’Università Sapienza di Roma. La scoperta arricchisce il panorama delle impronte di dinosauro presenti nel nostro paese, fornendo informazioni sugli animali che “passeggiarono” sulle spiagge italiane del Cretaceo e sui loro comportamenti. I risultati di questo ritrovamento sono stati pubblicati sulla rivista Cretaceous Research (Elsevier).

“Le tracce”, afferma Fabio Speranza ricercatore INGV, “sono osservabili su una superficie calcarea, quasi verticale, situata a oltre 1.900 metri di quota sul Monte Cagno. La superficie a orme è raggiungibile (solo in assenza di neve, quindi essenzialmente nei mesi estivi e autunnali) dopo una escursione di circa due ore, partendo dal paese di Rocca di Cambio in Provincia de L’Aquila. Tra queste è stata rinvenuta anche una traccia di ben 135 cm. di lunghezza che costituisce la testimonianza del più grande dinosauro bipede che sia mai stato documentato in Italia fino a oggi”.

La maggior parte di queste impronte fu impressa da uno o più teropodi (dinosauri bipedi prevalentemente carnivori) che, camminando, affondavano nel fango, molto probabilmente per la debole consistenza del substrato. Altre orme, invece, conservate al centro della superficie calcarea, sono state lasciate da un teropode accucciato.

“Le impronte, scoperte casualmente nell’estate 2006”, prosegue Speranza, “si trovavano su una superficie calcarea di età Cretaceo inferiore e facevano pensare a impronte di dinosauri. Ma solo nell’estate 2015, grazie agli sviluppi tecnologici e alla collaborazione con esperti di impronte dell’Università La Sapienza, è stato possibile dare un nuovo impulso alle ricerche. Un drone, in grado di trasportare una macchina fotografica digitale e l’uso dell’innovativa tecnica della fotogrammetria digitale, hanno consentito di ricostruire un modello tridimensionale accurato a partire da semplici immagini fotografiche. Grazie a questa tecnica, che ha avuto origine in ambiente cinematografico (per il film “Jurassic Park”, 1993) è stato possibile lo studio di dettaglio delle impronte della parete subverticale, riportandole in ambiente virtuale facilmente analizzabile al computer. Per una datazione più precisa, sono stati prelevati campioni delle impronte e degli strati immediatamente soprastanti e sottostanti”.

Le impronte di dinosauro in Italia, studiate da decenni nel nostro paese e ancora oggi in continuo aggiornamento, hanno permesso di rivoluzionare le nostre idee sulla geografia dell’area mediterranea nel Mesozoico (tra 200 e 65 milioni di anni fa). “Contrariamente a quanto ritenuto in passato”, spiega Paolo Citton dell’Università Sapienza di Roma, “le orme testimoniano scenari di ripetute migrazioni di dinosauri dal continente Gondwana (che riuniva Africa, Sud America, Antartide, India e Australia) alle piattaforme carbonatiche dell’area mediterranea (un ambiente simile alle Bahamas di oggi). Come già discusso da tempo dagli icnologi de ‘La Sapienza’, questi passaggi erano resi possibili da variazioni del livello marino, processi a scala globale che hanno luogo in tempi molto lunghi sul nostro Pianeta”.

Impercettibili su un tempo ristretto, tali cambiamenti, possono produrre, localmente, emersione delle terre e stabilire nuovi collegamenti, così come la loro interruzione durante una successiva risalita relativa del livello marino. “Le nuove orme”, conclude Citton, “potrebbero rivelarsi particolarmente preziose per le informazioni aggiuntive sulla composizione conosciuta della fauna dinosauriana italiana, con ricadute importanti anche sull’ecologia e sulle rotte seguite da questi animali estinti”. (red)

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