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Dopo le Europee che saranno
un terremoto, la politica italiana
andrà totalmente ripensata
 
di Enrico Cisnetto
 
Ci siamo. L’avvicinarsi delle elezioni europee e il dischiudersi di quattro settimane di campagna elettorale all’insegna del populismo più sfrenato, ha rotto l’incantesimo della clamorosa ascesa di Renzi al potere (segreteria del Pd e poi palazzo Chigi) – che rischia di rivelarsi prematura e frettolosa, come TerzaRepubblica ha detto in tempi non sospetti – e complica il gioco politico più di quanto la narcosi prodotta dall’irrompere sulla scena del “rottamatore rivoluzionario” impedisca di immaginare. 
 
Paradossalmente, la prima elezione del parlamento di Strasburgo con un qualche significato politico europeo – vuoi per la crisi dell’eurozona e dell’eurosistema, vuoi perché per la prima volta si vota in modo diretto per il presidente della Ue, seppure in modo spurio, un po’ all’italiana – da noi avrà un’importanza prettamente nazionale. Proprio perché il risultato del 25 maggio sarà determinante per gli equilibri politici interni, molto più fragili di quanto la retorica mediatica di questi mesi abbia dato a vedere. 
 
Infatti, è bastato che Berlusconi tornasse in tv certificando di essere in possesso di quella che ha definito la sua “agibilità politica”, e che sospendesse in una sorta di limbo il “patto” con Renzi (senza cancellarlo, peraltro), ed ecco che la politica è sembrata tornare nell’anarchia pre-Renzi. No, noi non crediamo che il Cavaliere sia in grado di dar vita a chissà quale mirabolante performance elettorale (a meno che non si consideri una vittoria attestarsi al 18-20%, perdendo altri milioni di voti oltre ai 6 che l’hanno abbandonato l’anno scorso), ma certo d’ora in avanti attingerà alla sua inesauribile vena demagogica per dar fondo ad un  repertorio di slogan anti-euro.
 
Che gli eviterà il precipizio dei consensi, ma soprattutto che indurrà tutti gli altri competitor – dalla destra alla Lega fino a Grillo e alla sinistra radicale – a non essere da meno. Tutti meno il Pd, che per cultura e vincoli di governo non potrà andar oltre i distinguo tipo “euro sì, ma” che non pagheranno in una competizione che in tutta Europa e non solo in Italia vedrà scaricare sulla moneta unica e su Bruxelles le frustrazioni di una crisi durata troppo a lungo e che ha mostrato tutti i limiti del percorso d’integrazione fin qui messo in campo dal Vecchio Continente. Limiti che saranno resi ancor più evidenti dal ritorno alla “guerra fredda” che la politica espansiva russa e gli errori americani del recente passato stanno rieditando. 
 
Insomma, a un mese dal voto lo scenario che appare più probabile è quello della tripolarizzazione della politica italiana, con Berlusconi che confermerà il suo ineluttabile declino ma non così tanto da non poter più incidere sul dopo-voto (anche perché le truppe parlamentari di Forza Italia rimarranno quelle espresse dal voto dell’anno scorso, pur con la diaspora di Ncd), con i pentastellati che si avviano a superare largamente il risultato delle politiche e con il Pd di Renzi che, perdendo un po’ di voti a sinistra e recuperandone al centro, sarà il primo partito ma senza incassare una squillante vittoria, né numerica né tantomeno politica. E se così dovesse andare, saranno guai per tutti. Per il presidente del Consiglio, che vedrebbe riesplodere i mal sopiti fermenti interni al Pd e che si ritroverebbe a dover ridefinire tanto il quadro delle riforme istituzionali – Berlusconi è stato chiaro: dal Senato alla legge elettorale, è tutto da rinegoziare – quanto quello della politica economica, visto che dopo le elezioni gli saranno imposte quelle compatibilità europee di bilancio su cui in campagna elettorale è stato chiuso un occhio. 
 
Ma saranno guai anche per il centro-destra, che dovrà fare i conti con una leadership, quella di Berlusconi, capace di impedirgli di crollare ma non di riconquistare il ruolo di un tempo. E saranno guai perfino per Lega e Grillo, che dopo aver gridato in compagnia di gente come la signora Le Pen che l’Europa va rottamata – Renzi, imparalo, c’è sempre qualcuno più populista che usa le tue stesse armi e ti scavalca – si ritroverà ad essere comunque una minoranza capace solo di esprimere un’opposizione sterile. E saranno problemi seri per Giorgio Napolitano, costretto a scegliere se lasciare la nave nonostante sia ancora preda dei marosi o se infliggere a se stesso il sacrificio, morale e fisico, di continuare. 
 
C’è un’Italia vecchia e logora – nelle istituzioni, nella burocrazia centrale e locale, nelle professioni, nel capitalismo (quella parte, specie nei servizi, che non si è ancora internazionalizzata), nelle rappresentanze sociali e degli interessi (a cominciare da sindacati e Confindustria) – che occorre spazzar via. Costi quel che costi. E c’è un’Italia nuova, in parte già fiorita – si pensi alle imprese globali – e in buona misura ancora tutta da creare, che deve poter emergere. Al più presto. Se non siamo ancora entrati nella Terza Repubblica – perché purtroppo non ci siamo, nonostante la Seconda sia definitivamente morta e sepolta – è perché occorreva una fase di transizione, inevitabilmente popolata di figure “fugaci” e altrettanto inevitabilmente costretta ad attingere a piene mani al qualunquismo populista. Ora, però, la transizione, che è durata fin troppo, deve finire. Abbiamo l’impressione che la resa dei conti verrà subito dopo le elezioni europee. 
 
Per quanto dovrà accadere nell’eurosistema – anch’esso dentro una fase di transizione che deve finire – per la pressione che il mutato scenario geo-politico-energetico imporrà, peraltro riassegnando una perduta centralità all’Italia, e per la disarticolazione che subiranno gli assetti politici interni. Chi ha a cuore le sorti del Paese e vuole evitare lo sbarco della Troika – perché quella di solito cura la malattia ma lascia il malato cadavere – sappia fin d’ora che occorrerà inventarsi qualcosa di nuovo. Riparliamone a giugno. 
 
 
 
 
Il Def è bugiardo, elettorale
e deludente (come sempre)
Ma la scommessa Renzi
va vinta ad ogni costo
 
di Enrico Cisnetto
 
Inutile nasconderlo, finora Renzi è stato deludente, e il renzismo ancora di più. Sì, il “rivoluzionario” capo del Pd e presidente del Consiglio sta contribuendo ad abbattere molti tabù, a infrangere molti miti che la sinistra comunista e sindacale, così come quella radical-chic, aveva coltivato nel corso dei decenni. E non è certo cosa da poco. Ma tutto questo deve riuscire a trasformarsi nella nascita di una vera sinistra pragmatica, che soppianti quella ideologica e di conseguenza spinga la destra a fare un altrettanto indispensabile salto di qualità programmatica. Invece, il populismo che Renzi e suoi maneggiano – anche se (parzialmente) giustificato dalla necessità di fronteggiare Grillo in vista delle elezioni europee – va in tutt’altra direzione. 
 
Prendete il Def: il documento previsionale del governo indica numeri non credibili. Mentre i dati sulla produzione industriale ci dicono che la crescita manifatturiera nel primo trimestre sarà di mezzo punto e quindi ancora meno sarà quella del pil, tanto che le rilevazioni anticipatrici Ocse indicano un profilo piatto del prodotto lordo a metà anno, il Def mette nero su bianco ipotesi di crescita dell’economia irrealistiche: lo 0,8% di quest’anno è di almeno 2-3 decimi di punto sopra tutte le previsioni, nazionali e internazionali, con uno scarto in eccesso tra il 25% e il 37%, mentre l’1,3% indicato per il 2015 è poco giudicabile per le troppe variabili che influiscono (l’1,9% previsto dal Def nel 2018 è addirittura un numero al lotto) ma comunque appare anch’esso sovrastimato se confrontato con altre previsioni. Differenze, queste, che ovviamente incidono sul rapporto che misura il pil raffrontato al deficit (sul 2,6% non ci giurerei proprio, tanto che l’Fmi già dice 2,7% senza aver scontato gli effetti della manovra di Renzi) su cui può aprirsi il contenzioso con l’Ue. 
 
Nello specifico, Renzi prevede una manovra strutturale – il taglio delle tasse – coperta (si fa per dire) in misura consistente da una tantum (le entrate Iva derivanti dal pagamento dei debiti delle pubbliche amministrazioni, che non rappresentano nuove risorse, e la tassa a carico delle banche per la plusvalenza sulla cessione delle azioni di Bankitalia da loro possedute) che producono un equivalente ammanco nei prossimi esercizi, e per il resto da tagli di spesa in parte del tutto ipotetici e per 3 miliardi (sui 10 complessivi degli sgravi Irpef) relativi a risparmi già impegnati nell’ultima manovra del governo Letta. Il tutto per mettere in tasca i famosi 80 euro a qualche milione di italiani – ma non a tutti quelli indicati, se si considera l’incidenza degli interventi sulle detrazioni – che neppure sappiamo se li spenderanno (a beneficio dell’economia) o li risparmieranno (a beneficio loro).
 
Detto questo, però, che a criticare il Def della ditta Renzi&Padoan, per di più con parole sprezzanti, siano gli estensori di quelli precedenti (compreso quando si chiamava Dpef) che alla prova dei fatti si sono rivelati tutti straordinariamente fallaci, sia per eccesso (crescita pil) che per difetto (rapporto deficit-pil e debito-pil), beh è un po’ troppo. Non facciamo i finti tonti: il Def è un documento politico, usato (da tutti) con logiche politiche. E siccome negli ultimi vent’anni la politica è stata ridotta a mera comunicazione, il Def è alla fin fine uno strumento di marketing e comunicazione politica. È stato così con i governi di centro-destra e centro-sinistra che si sono alternati – facendosi la guerra ma mantenendo la stessa cifra comportamentale – ed è stato così persino con l’esecutivo del tecnico Monti e quello di grande coalizione di Enrico Letta. E pure Renzi il rottamatore in questo passaggio non compie alcuna rivoluzione: il Def resta il libro dei sogni, che è sempre stato. Anzi, Renzi il gran comunicatore ne accentua ancora di più l’elemento immaginifico. 
 
Come si vede, si tratta di una politica “continuista” con quelle precedenti. Dunque tacciano coloro che hanno posto la firma o lasciato le loro impronte digitali sui documenti programmatici e sulle manovre di bilancio del passato. Ma nello stesso tempo si eviti di far passare per rivoluzionario ciò che tale proprio non è. Altrimenti, se Renzi avesse messo in campo un intervento strutturale sul debito usando il patrimonio pubblico e chiedendo a quello privato di concorrere – come gli è stato suggerito, al pari di Monti e Letta, da molti autorevoli economisti e opinionisti, oltre che più modestamente dal sottoscritto, purtroppo tutti fin qui inascoltati – allora come avremmo dovuto definire quella manovra, sovversiva? Abbassiamo tutti i toni, e riportiamo le cose nel loro alveo.
 
Renzi ha messo in campo un intervento che a voler essere positivi è pensato per risollevare il morale alla truppa – e Dio solo sa quanto il Paese abbia bisogno di ritrovare la fiducia e tornare a crederci – e a voler essere malevoli (nel senso andreottiano del termine, si fa peccato ma ci si azzecca) è di carattere elettorale. Sia per il merito della manovra (diamo agli italiani che ne hanno più bisogno, togliamo a banche e grandi burocrati, tagliamo sprechi e privilegi), sia per il modo (non strutturale) con cui è stata costruita, sia per la “narrazione” (copyright Vendola) che la circonda, essa appare – vistosamente, anche – un modo per arginare con ampio uso di anti-politica la forza elettorale di Grillo ed evitare che le elezioni europee siano la bara della prova di forza renzista. Poi, superato lo scoglio elettorale, tutto tornerà in discussione, contando sulla proverbiale memoria corta degli italiani.
 
Ma, attenzione: messa così può suonare come una condanna senza appello del populista (buono) Renzi. In realtà, la necessità che il gioco del giovin fiorentino riesca è assoluta, e deve indurre anche i più scettici a valutare il tutto inforcando occhiali politici spessi. Perché se l’operazione dovesse fallire, magari per la saldatura tra i frustrati del Pd e i pentastellati, o per un risultato alle europee deludente, allora sì che si aprirebbe una fase drammatica, al cui confronto le forzature furbine di Renzi finirebbero con l’essere decisamente il male minore.
 
 

 

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