? Basta politica dell'ombelico e scontri con Bruxelles - Heos.it Rivista scienze politica cultura salute

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Basta politica dell'ombelico

e scontri con Bruxelles

 
di Enrico Cisnetto
 
Succedono cose importanti, in Europa e nel mondo, ma la politica italiana sembra volgere lo sguardo esclusivamente al proprio ombelico, e così gli osservatori che la analizzano. Si discetta sulla tenuta del “patto del Nazareno” tra Renzi e Berlusconi e si scopre con malcelato compiacimento che è nato quello tra Pd e 5stelle, cosiddetto “dell’ebetino” per via dell’epiteto usato da Grillo per sbeffeggiare il presidente del Consiglio. Si torna a discettare di legge elettorale, ma solo perché ormai anche i bambini hanno capito che le elezioni anticipate sono l’epilogo più probabile. Si lavora alacremente a preparare la partita più importante, quella del Quirinale, ragionando come se Napolitano avesse già rassegnato le dimissioni. Sia chiaro, sappiamo bene che questi sono ingredienti della politica, e siccome nelle nostre vene non scorre neppure una goccia di sangue qualunquista, non ci stiamo lamentando dell’attenzione che si presta a questi giochetti (anche se la loro qualità è davvero scadente). È che non possono essere le uniche cose di cui occuparsi. Tanto più quando
il quadro intorno a noi si fa maledettamente complicato.
 
Di cosa stiamo parlando? Provate a mettere in fila. Primo: un quadro economico a dir poco precario. La Commissione Ue prevede per la zona euro una crescita dello 0,8% nel 2014 e di soli tre decimi di punto in più nel 2015, perché la ripresa resta fragile e la fiducia più bassa che in primavera, e perché ci sono rischi al ribasso per le tensioni geopolitiche, la fragilità dei mercati, e l’attuazione incompleta delle riforme strutturali. Numeri che diventano ben peggiori per l’Italia: -0,4% quest’anno, +0,6% l’anno prossimo.
 
Secondo: la politica europea non trova la via del giusto equilibrio tra risanamento finanziario ed espansione, finendo per compromettere i generosi tentativi della Bce di dare liquidità al sistema e combattere la deriva deflazionistica. Cosa che rischia di mettere in difficoltà Draghi, fautore di interventi straordinari sui mercati (il cosiddetto quantitative easing) che non piacciono ai tedeschi. 
 
Terzo: la debolezza di Obama, uscito sconfitto in modo brutale – anche se non inatteso – dalle elezioni di mid term, rischia di complicare un quadro geopolitico già molto turbolento, con la “guerra dell’energia” – lo shale gas Usa contro il gas di Putin, con il petrolio sotto i 75 dollari al barile – a tenere banco, così come negli anni scorsi fu con la “guerra finanziaria”.
 
A tutto questo va aggiunto, per quanto ci riguarda, lo scontro che si è aperto con la Commissione Europea – esplicito quello con Juncker, sotterraneo ma non meno duro quello con altri commissari, cui occorre aggiungere l’ostilità di molta della burocrazia di Bruxelles – e la distanza sempre più larga che ci separa dai tedeschi, vuoi per visioni divergenti vuoi per le diverse sensibilità personali, non rafforza la posizione dell’Italia in un momento in cui la nostra politica di bilancio deve passare il vaglio europeo e le grandi partite in corso nell’eurozona e nel mondo richiedono più che mai credibilità e capacità negoziale. Per carità, l’eurosistema è un legno storto, una delle costruzioni istituzionali più imperfette al mondo. E può darsi che vada a schiantarsi (le possibilità non sono poche), forse per implosione – specie se a qualcuno dovesse venire in mente di fare sgambetto a Draghi – forse perché la finanza mondiale, dominata ancora da Wall Street e dalle grandi banche americane, rischia di propinare al mondo un remake del 2008. Sta di fatto, però, che la debolezza dell’Italia nel contesto europeo – che si aggiunge a quella strutturale della nostra economia – ci rende oltremodo fragili proprio mentre sarebbe necessario il contrario. 
 
Renzi deve capirlo: in Europa non è come a casa, dove la logica “molti nemici, molto consenso” funziona. Lì devi difendere i tuoi interessi – sapendo bene quali sono, perché non sempre ne siamo consapevoli – esercitando la leadership, cioè usando il carisma e facendo lobby. Il che avviene solo se metti l’empatia al servizio di dossier ben preparati e ben studiati. E non sbagli valutazione sulle possibile alleanze (credere che Hollande ci avrebbe fatto da spalla contro l’austerità di stampo tedesco è stata una evitabile sciocchezza).
 
L’esempio più clamoroso e fresco di asimmetria europea è quello del credito. Oggi si stanno ponendo le basi per realizzare l’unione bancaria, cioè la prima integrazione importante dopo quella monetaria, e sbagliare mosse significa un indebolimento permanente di una struttura portante del sistema economico. Le regole con cui si sono fatti gli esami alle banche e si eserciterà la vigilanza in futuro non sono fastidiosi dettagli tecnici che interessano ai banchieri, ma decidono su chi conterà nel sistema creditizio europeo – e quindi mondiale, proprio ora che il Financial Stability Board si appresta a presentare al prossimo G20 di Brisbane la proposta di aumentare ancora i requisiti di capitale per gli istituti cosiddetti “globalmente sistemici” – ed essersene disinteressati, come hanno fatto gli ultimi governi italiani, è colpa grave. Così come occuparsi, sia come governo nazionale che in sede comunitaria, del TTIP, il partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti da cui dipendono le sorti del nostro comparto manifatturiero, non è una noiosa perdita di tempo, ma un impegno di governo fondamentale (anche se non spendibile mediaticamente). 
 
Ma ovviamente, in prima battuta gli interessi da salvaguardare a Bruxelles sono quelli della nostra politica economica. Cosa che richiede anche il battere i pugni sul tavolo – senza farlo sapere, altrimenti chiamasi mossa elettorale finalizzata a prosciugare la pozza di anti-europeismo in cui sguazzano i Grillo e i Salvini – ma soprattutto presuppone di aver fatto con diligenza i compiti a casa. Evitando, per esempio, di dire bugie, che tanto hanno le gambe corte, sulle poste del bilancio dello Stato.
 
Mancano meno di due mesi, anzi sei settimane tolte le feste di Natale, alla fine del semestre europeo a guida italiana. Il rischio è che il periodo si chiuda senza che abbia lasciato traccia alcuna. Dunque, c’è poco tempo per imbracciare il coraggio e la saggezza: dedichiamo meno tempo alla maleodorante cucina italiana, e invece dimostriamo di essere capaci di prendere un’iniziativa capace di cambiare di segno al corso della vita comunitaria. Anche perché, altrimenti, ci toccherà fare i conti – ancora una volta – con i mercati finanziari, che si sono messi stand-by in attesa di dare una nuova zampata ai nostri titoli di Stato e all’euro. E questa, rispetto a quella del 2011, sarà mortale.
                        
 
 
 
 

 

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