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Analisi irrituale del voto
 
di Enrico Cisnetto
 
C’è un elemento che rende il risultato delle elezioni europee al tempo stesso banale e straordinario. Lo spunto lo offre la consueta analisi sui flussi elettorali svolta dall’Istituto Cattaneo, che analizzando il travaso dei voti tra le ultime elezioni politiche e quelle europee di domenica ci informa che i due milioni e mezzo di voti che il Pd di Renzi ha preso in più rispetto al Pd di Bersani provengono in grandissima parte da Scelta Civica (crollata da poco meno di 3 milioni a nemmeno 200 mila voti), e solo marginalmente dagli elettori che non hanno più votato le ex componenti del vecchio Pdl (Forza Italia e Fratelli d’Italia) e da quelli che hanno abbandonato 5stelle, visto che i voti che Berlusconi e Grillo hanno perso per strada sono andati ad aumentare l’astensionismo. 
 
Questo elemento, da un lato, svuota, o quantomeno riduce, di significato certe analisi un po’ affrettate, offerte a caldo dalla gran parte dei commentatori, sull’epocalità della vittoria di Renzi, facendo scattare paragoni impropri con De Gasperi e facendo immaginare che finalmente l’Italia è diventata di sinistra. Analisi figlie dello choc – questo sì di tutti, a cominciare dagli stessi protagonisti della contesa – destato dal fatto che non solo il temuto sorpasso dei pentastellati sul Pd non c’è stato, ma che alla fine il distacco era quasi del doppio. 
 
Da qui si è fatto discendere l’idea che chi aveva abbandonato Grillo (3 milioni, più le centinaia di migliaia di nuovi elettori che alla vigilia si ipotizzava lo votassero, portandolo intorno al 30%) si fosse rifugiato in Renzi per la paura della paventata clamorosa vittoria di Grillo. Non è così. Non è la paura di Grillo che ha reso vittorioso Renzi, bensì la speranza. Ma attenzione: non genericamente la speranza che questo Governo porti il paese fuori dalla crisi, come lo stesso presidente del Consiglio ha detto. Non che quel tipo di attesa non ci fosse e non ci sia – c’è anche in chi non ha votato per le forze di maggioranza – ma qui si tratta d’altro. Ed è proprio questo “altro” a rendere quella di Renzi una straordinaria opportunità, di quelle da prendere o lasciare (nel senso che non ricapiterà una seconda volta, se questa fosse buttata alle ortiche). 
 
Stiamo parlando della speranza che Renzi archivi definitivamente il vecchio Pd erede del Pci e dei suoi discendenti, e con esso tutta quella modalità di essere “di sinistra”, racchiusa nell’ostentazione di un senso di superiorità intellettuale e morale che l’intellighenzia ha sempre sbattuto in faccia a chi ha ritenuto antropologicamente “inferiore”. Questo è, insieme al saper governare bene, quello che quei milioni di elettori “non di sinistra” ma neppure scioccamente destrorsi chiedono a Renzi: rendi votabile il tuo partito, e noi ti daremo la forza elettorale per governare stabilmente il Paese, una forza che non abbiamo dato neppure alla vecchia Dc – se non a quella dell’immediato dopoguerra, la quale seppe farne così buon uso che pur potendo governare da sola volle intelligentemente vicino a sé i partiti laici – né tantomeno al “dividente” Berlusconi.
 
 E sì, perché ciò che ha di rivoluzionario il voto di domenica è proprio questo: aver messo nello stesso mazzo progressisti – tranne i radical chic che hanno scelto Tsipras, che è bene stiano per conto loro – e moderati. Non in una coalizione, ma nello stesso partito. È da questo che Renzi deve ripartire, per consolidare questa tendenza che, ripetiamo, se non adeguatamente coltivata, potrebbe rivelarsi irripetibile. Saprà farlo? La modestia, la capacità di ascoltare e riflettere, il rifiuto di ogni populismo, l’anticonformismo non ostentato, sono gli ingredienti metodologici necessari. 
 
TerzaRepubblica si conferma intenzionata, come lo è stata fin dal primo giorno di Renzi a palazzo Chigi, ad interpretare il ruolo di pungolo, di soggetto che esercita la critica costruttiva. Già dalla prossima newsletter – dopo questa edizione straordinaria di commento al voto – entreremo nel merito delle cose da fare. Pragmaticamente.
 
 
 

 

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