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E' giunto il momento di rottamare il Pd, 
ultimo baluardo del vecchio sistema
 
di Enrico Cisnetto
 
 
Sull’articolo 18 le componenti del Pd ostili a Renzi hanno tirato la corda ma non fino al punto di romperla. Tardi, ma appena in tempo, si sono accorte che a strappare gli avrebbero fatto un piacere grande come una casa. Ma cosa faranno di fronte alle prossime provocazioni – che, statene certi, arriveranno presto e ancora più forti – del premier? Se, per esempio, il governo proponesse l’invio di un paio di Tornado a far la guerra all’Isis, resisterebbero alla tentazione di far scoppiare una rissa parlamentare che potrebbe anche avere come esito quello che stavolta è stato evitato?
 
A noi i partiti liquidi non piacciono, ma veder liquefare il Pd ci piace, e molto. Ma come, si dirà, siete contro i “non partiti” e poi volete che si dissolva l’unico soggetto politico che ha le caratteristiche del partito di massa, o comunque che ne ha conservato le sembianze? No, non c’è contraddizione. Intanto perché il Pd partito vero non lo è mai stato. Ricordate il momento della fondazione nell’ottobre del 2007? Veltroni fu eletto segretario non dal congresso ma dall’assemblea costituente del Pd, un organismo, composto da 2.858 persone, figlio delle nomenclature di Ds e Margherita. E sapete quando si tenne la prima assise congressuale, chiamata chissà perché “convenzione”? Due anni dopo, l’11 ottobre 2009, quando Veltroni si era già dimesso, sostituito da Franceschini, e il governo Prodi era caduto. Nel frattempo hanno inventato le primarie aperte a chiunque, che significa azzerare – anzi, mortificare – il ruolo dei tesserati. E un partito senza iscritti non è un partito. Non è un caso se in coincidenza con il quasi 41% delle europee, cioè il miglior risultato elettorale mai conseguito dalla sinistra (pur in percentuale e non in numero assoluto di voti), si registra il numero minimo di aderenti (100 mila contro il mezzo milione della segreteria Bersani).
 
Il secondo motivo per cui siamo spettatori plaudenti della parabola “morente” del Pd – sì, è una parola forte, ma la usiamo a ragion veduta – è perché esso contiene ancora tutte le ambiguità insite nel claudicante processo di trasformazione del Pci – che non ha mai metabolizzato fino in fondo il comunismo, tant’è che dovette aspettarne la formale caduta a Berlino come a Mosca per distaccarsene – cui si sono aggiunte le fragilità culturali e politiche della sinistra cattolica e la marginalità delle componenti laiche. Chiudere con il passato in modo definitivo, dunque, gioverebbe alla stessa sinistra, che potrebbe rinascere su basi più moderne.
 
Infine c’è un terzo motivo per cui guardiamo a quel che accade dentro il Pd con la speranza di chi avendo come propria ragione sociale la nascita della Terza Repubblica, auspica che si chiuda definitivamente la sciagurata stagione politica apertasi nel 1994. Suo malgrado, Renzi ha il merito di aver sepolto il bipolarismo bastardo su cui si è retto il gioco politico di questi vent’anni e a cui gli italiani hanno guardato – sbagliando – come al salvifico sistema che avrebbe rilanciato il Paese debellando la corruzione. 
 
Come sia andata, oggi non c’è bisogno di dirlo. Ora, l’irruzione sulla scena di Renzi, pur tra mille contraddizioni, ha consentito di archiviare entrambi i poli: il centro-destra si è liquefatto, del centro-sinistra è rimasto solo il Pd, che a sua volta si sta liquefacendo. E tutto questo è un bene, perché prima consegniamo alla storia (si fa per dire) la Seconda Repubblica e meglio faremo nel comunque difficile compito di uscire dal declino e far rinascere il Paese. Da questo punto di vista, Berlusconi non è più e mai più sarà un problema.
 
 Anche perché sembra essere tornato all’idea iniziale di quando, nel 1993, architettò la sua “discesa in politica” e certo non si attendeva il successo e le responsabilità del 1994: a lui basta un manipolo di parlamentari che gli consentano di tutelare se stesso e i propri interessi. Diverso è invece il Pd, che pur avendolo eletto segretario considera Renzi un corpo estraneo e ha una gran voglia di espellerlo per poter tornare come prima. Ma i rapporti di forza sono rovesciati, è Renzi ad avere il coltello dalla parte del manico. Ed è bene che lo usi come un macete. Anche perché non riuscirà mai a farlo suo, il Pd. E quindi tanto vale che lo “superi”. Come questo avverrà è dettaglio di cronaca, che sia nelle cose crediamo non ci siano più dubbi.Fin dal primo momento, abbiamo detto che Renzi ci sembrava forte nella parte destruens e debole in quella costruens. 
 
Dunque non ci aspettiamo che sia lui – se poi invece lo fosse, tanto di guadagnato – l’architetto della Terza Repubblica, cioè di un nuovo ordine politico e di più moderni assetti istituzionali. Tant’è vero che quando si è mosso su questi terreni, dalla legge elettorale fino alla boiata della riforma del Senato, lo ha fatto molto maldestramente. Ma ci aspettiamo invece che sia pienamente capace di dare sepoltura al vecchio sistema. Sì, certo, avendola presa, quest’opera di rottamazione, prima di tutto dal lato delle persone, e con modi spicci, un po’ è sgradevole. Ma, si sa, la politica non è un “tea delle cinque”. Dunque, il rottamatore vada fino in fondo. Poi ne riparliamo.
 
 
 
E' venuto il momento di dare un senso
al semestre UE
Riscivere tutte le regole
 
di Enrico Cisnetto
 
 
Il semestre europeo a guida italiana ha superato la metà della sua durata senza aver lasciato alcun segno. Né s’intravede all’orizzonte nulla che possa far pensare che nella seconda parte la musica cambi. Ma l’errore grave non è tanto quello di non saper bene cosa mettere in quella pentola, quanto di aver fatto inizialmente credere che ci avremmo cotto chissà quale piatto. La partita europea si gioca molto a Francoforte, poco a Bruxelles e niente nelle singole cancellerie, Berlino a parte. Dunque era non solo inutile, ma anche sbagliato, alimentare aspettative. 
 
Tuttavia, ora si affaccia un’opportunità straordinaria per l’Italia, che Renzi dovrebbe cogliere al volo. Si tratta della finestra che la posizione italiana e francese sul deficit apre ad una riforma strutturale dei trattati europei, una riscrittura finalizzata a rimettere in moto l’arenato – ma sarebbe più giusto dire, mai partito – processo di integrazione politico-istituzionale ed economico-finanziaria dell’area euro. Attenzione, non si tratta di costituire improbabili cartelli mediterranei “espansivi” contro i maledetti “rigoristi” del Nord. Questa è una rappresentazione della crisi europea del tutto fantasiosa. È falsa non solo la contrapposizione Parigi-Berlino di cui si parla, ma anche solo la rottura del tradizionale asse franco-tedesco: basta pensare ai cambi voluti da Hollande nel governo, con l’estromissione degli anti-Merkel, o alla posizione di Moscovici, fino a ieri ministro che sosteneva più deficit e ora commissario Ue che chiede il rispetto dei vincoli di bilancio. 
 
È pure falsa l’idea che la stupidità – assolutamente conclamata – dei parametri europei, da quelli di Maastricht fino al “fiscal compact”, si combatta dando gas alla spesa pubblica corrente, come fin qui (e sono anni) hanno fatto i paesi “cicala”, Italia in testa. Ed è falsa la convinzione che in queste ore si sta diffondendo, secondo cui quella della Francia è una prova di forza muscolare, mentre è evidente che si tratta di una mossa di politica interna nel tentativo (disperato) di tagliare la strada all’ascesa della Le Pen all’Eliseo. Per carità, bene che riesca, ma se la destra populista e nazionalista è arrivata ad insidiare socialisti e gollisti è colpa di una politica che, tanto con Sarkozy quanto con Hollande, è stata fallimentare. E non per colpa della Germania. 
 
Chi ci segue sa che la nostra è una posizione “liberal-keynesiana” – e non è un ossimoro, proprio perché non abbiano un approccio dogmatico – ma sa anche che abbiamo sempre sostenuto che non si poteva uscire con nuovi surplus di spesa pubblica dalla crisi causata da un eccesso di debito privato (la bolla immobiliare e finanziaria scoppiata nell’estate del 2007 negli Usa e trasferitasi immediatamente al sistema bancario mondiale) e tamponata con una moltiplicazione di debito pubblico (quello servito a immettere liquidità ed evitare il default creditizio). Comunque non facendo altra spesa corrente e non senza mettere al servizio di nuova spesa in conto capitale – gli investimenti pubblici, quelli sì che sono da fare – il patrimonio degli Stati, sottoponendoli così ad un sano dimagrimento (senza per questo sposare le tesi ultrà dello “Stato minimo”).
 
Dunque, evitiamo la puerile polemica anti-tedesca o non illudiamoci che domattina possa nascere l’asse Parigi-Roma. Anzi, i francesi ce li troveremo nemici sul vero terreno cui è necessario muoversi: unificare i debiti, trasformando quello medio dei paesi dell’eurozona (attualmente è circa il 90% del pil complessivo) nel debito dei nascenti Stati Uniti d’Europa. Sì, inevitabilmente ci dovranno essere tappe intermedie, ma nella direzione dell’integrazione occorre andare. Bisognava farlo già vent’anni fa all’inizio del processo di creazione dell’euro, tanto più occorre farlo ora se si vuole davvero salvare la moneta unica. 
 
Questo è il vero vulnus che mantiene i piedi d’argilla all’eurosistema, non il rigore – eccessivo, dogmatico quanto si vuole, ma almeno in parte necessario – predicato e praticato dalla Germania. Hai voglia ora di dire che la Merkel è cattiva perché vuole l’austerità e impertinente perché ci tratta come studenti a cui chiede di fare i compiti a casa. Hai voglia di evocare lo spettro della troika in nome della sovranità violata. Per sostenere certe tesi, anche quando sono giuste, occorre avere la necessaria credibilità, e Roma in questo difetta clamorosamente.
 
E allora, Renzi prenda la palla al balzo e predisponga nel tempo che ci separa dalla fine del semestre un road map per una nuova Europa. Si accusa la Merkel di essere una ragioniera? Bene, si dimostri di saper fare politica. Quella alta, con la P maiuscola. L’integrazione monetaria è monca senza quella politica, l’azione della Bce non è sufficiente a surrogare la mancanza di una politica economica comune. L’Europa rischia di affondare nel mare aperto della globalizzazione non (o non solo) per l’ottusità di politiche restrittive in una fase di stagnazione (per noi recessione) e deflazione, ma anche e soprattutto perché non esiste come soggetto unitario. 
 
Renzi, che ha il dono – fin troppo usato – di saper buttare il cuore oltre l’ostacolo, prenda un’iniziativa forte: convochi a Roma, nella sua veste di presidente di turno dell’Unione, i leader continentali che pesano e sparigli un gioco in cui rischiamo di finire stritolati prima di tutto gli italiani, ma con noi l’euro e l’Europa nel suo insieme. Se ci sei, batti un colpo, please.
 
 

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