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Verso un bipolarismo strabico
 
di Enrico Cisnetto
 
Se fosse vero che il recente risveglio di Berlusconi dopo mesi di letargo politico – “io non mollo e se torniamo in piazza possiamo vincere, anche da soli” – dipende dai disastrosi sondaggi che gli hanno fatto vedere, in cui Forza Italia sarebbe precipitata sotto il 12% e si appresterebbe a perdere pesantemente le prossime amministrative, si tratterebbe della miglior conferma che prende sempre più corpo l’ipotesi delle elezioni anticipate. Finora, infatti, la percezione che tutto congiurasse per chiamare gli italiani alle urne al più presto, la davano i comportamenti di Renzi. Per esempio quel cercarsi continuamente un nemico elettoralmente utile – i sindacati per l’opinione pubblica moderata, Confindustria e i poteri forti per quella progressista, ora l’Ue che entusiasma gli uni e gli altri – o fare scelte che fossero altrettanti richiami di consenso vasto (l’articolo 18 a destra, gli 80 euro a sinistra). 
 
Così come le forzature dentro il Pd, le comparsate televisive, la convocazione dell’ennesima Leopolda. Ora, però, è l’avversario-amico di Renzi a dar corpo all’ipotesi che si vada presto a votare. Ormai lo conosciamo, Berlusconi: quando sente odore di competizione elettorale si rimette in pista, lancia segnali rassicuranti sulle sue intenzioni, riaccende vecchie polemiche. Si dirà: ma come, fino a ieri sembrava dirci che vedeva in Renzi la sua continuità, e ora, di colpo, proprio mentre la sua scomparsa dalla scena politica – sostituito da improbabili comparse – gli procura un vistoso (e ulteriore) calo di consensi, si prepara al voto? Sì, è così, e non c’è contraddizione tra le due cose. Perché Berlusconi non ha alcuna intenzione – né possibilità, peraltro – di insidiare il giovane Matteo.
 
E più passa il tempo, e peggio sarà. Dunque, se Renzi sente l’esigenza di trasformare il suo livello di consenso popolare in forza parlamentare a lui vicina – rispetto ad ora in cui, pur avendo conquistato palazzo Chigi e il partito, controlla poco dei gruppi, specie al Senato – perché Berlusconi dovrebbe impedirglielo (ammesso e non concesso che ne abbia realmente le possibilità)?Qualcuno sussurra che il fondatore di Forza Italia avrebbe sentore che il presidente del Consiglio lo voglia fregare, disattendendo il cosiddetto patto del Nazareno. 
 
E allora? Intanto se c’è un motivo per cui Berlusconi considera Renzi un se stesso con 40 anni di meno è proprio per la sua spregiudicatezza. Dunque certo non se ne meraviglia. Ma poi, ciò che più conta, è che in cambio della sua “non opposizione”, il vecchio Berlusca non ha nessuna contropartita politica da chiedere, ma solo la salvaguardia della sua persona, della sua famiglia e dei suoi interessi economici. E sa – perché così farebbe anche lui a parti rovesciate – che Renzi lo tutelerà solo nella misura in cui, e fino a quando, quel drappello di parlamentari azzurri gli sarà funzionale. Certo, le elezioni anticipate interessano a Renzi, non a Berlusconi, e quel presidio parlamentare forzista con il voto non potrà che diminuire. Ma qual è l’alternativa? Nessuna. Senza contare che il successo con cui Salvini sta operando la trasformazione della Lega da partito localista a partito ultra-nazionalista (e quindi nazionale) anti-euro, rischia di togliere altra acqua al bacino già sempre più ristretto di Forza Italia.
 
Dunque, nelle prossime settimane siamo destinati ad assistere ad un ritorno sulla scena di Berlusconi non per tentare l’impossibile recupero, ma per rinnovare il patto con Renzi subito dopo le elezioni. A questo fine, l’accordo sulla legge elettorale si troverà, avendo entrambi la convenienza a sancire la vittoria di Renzi con un premio di maggioranza e a tutelare Berlusconi con uno sbarramento alto in modo da far fuori Ncd e i residui centristi, e impedire nuovi ingressi sulla scena. Già, invece della Terza Repubblica, stiamo sperimentando una sorta di “bipolarismo strabico”, in cui è già deciso chi sta in maggioranza e chi fa l’opposizione, avendo entrambe le parti pieno interesse a rivestire quei ruoli. 
 
In questo senso, vale il raffronto tra il Pd renziano e la vecchia Dc che ci siamo permessi di avanzare in questo spazio. Uno che se ne intende come Marco Follini, ha scritto su Europa che in realtà la somiglianza è labile, perché la Dc aveva scelto la politica di coalizione (anche quando non aveva bisogno, come dopo il voto plebiscitario del 1948) perché non si fidava della possibilità egemonica, avendo coscienza dei propri limiti, mentre Renzi è un solitario a vocazione maggioritaria che il sistema delle alleanze lo rifiuta per principio.
 
Ora è vero che Renzi non è né De Gasperi né Moro, così come è vero, però, che in giro non ci sono né i La Malfa né i Craxi. Ma, soprattutto, questa è una fase storica in cui il Paese è così arrugginito da richiedere prima di tutto un’azione di smontaggio dei sistemi e delle logiche che hanno permeato la Seconda Repubblica. Resta comunque il fatto che il Pd, così come allora la Dc, si è piazzato al centro del sistema politico, occupandone quanto più possibile gli spazi tanto a destra come a sinistra. E così facendo non può che uccidere il bipolarismo, che per definizione richiede che ci sia una sinistra e una destra in competizione tra loro. Esattamente come era nella Prima Repubblica, in cui c’erano predefiniti sia il partito di maggioranza (seppure relativa e dotato di alleanze) sia quello di opposizione. 
 
È un bene o un male per il Paese? Per chi, come noi, ha difeso il sistema proporzionale dal pubblico ludibrio cui è stato sottoposto, e ha criticato il bipolarismo non solo per la versione armata (pro-contro Berlusconi) con cui è stato attuato in Italia, ma in assoluto come sistema non adatto al dna italico, sarebbe facile rispondere che è un bene. Ma attenzione: noi vogliamo costruire la Terza Repubblica, non riedificare la Prima. E dunque sarà bene tornare a ragionare su che razza di sistema politico stiamo andando incontro.
 
 
Renzi, i mercati
sono un cecchino implacabile
se la manovra è troppo debole
 
di Enrico Cisnetto
 
  
Se c’era bisogno di una conferma, lo scontro con le Regioni – per molti versi dentro il Pd – che Renzi ha provocato con la manovra finanziaria ci dice qual è la tecnica con cui il “rottamatore” fa politica: cercarsi un nemico, avendo cura che quella scelta gli procuri consenso, provocarlo e puntarlo fino a metterlo al tappeto. È la tattica di “un nemico al giorno toglie i problemi di torno”, un cavallo di battaglia di cui è maestro. Finora il gioco ha funzionato: gli italiani sono stanchi di tutto e di tutti – anche se mancano di farsi un esame di coscienza, perché la classe dirigente è sempre espressione della qualità complessiva di un paese – e vedere uno che assesta schiaffoni, anche solo verbali, senza alcun timore reverenziale, provoca loro piacere. E questo spiega il motivo per cui la popolarità di Renzi – che pure poteva essere scalfita dallo scarto evidente tra quanto ha detto e quanto ha concretamente fatto da quando ha messo piede a palazzo Chigi – non solo ha resistito, ma è addirittura aumentata.
 
Renzi, poi, è particolarmente abile in questa tecnica di comunicazione politica: non la mette mai sul personale (contrariamente a Berlusconi, che divideva in pro e contro lui), in modo da risultare disinteressato; cambia continuamente bersaglio, inventandosi un nemico al giorno, per moltiplicare le occasioni di consenso, pescando in ambienti sempre diversi; cerca totem su cui accanirsi (articolo 18, stipendi e pensioni d’oro, salotti buoni e poteri forti), cosa che gli consente di apparire coraggioso e decisionista, qualità che vanno per la maggiore dopo la lunga stagione delle “mezze calzette”. Angelo Panebianco l’ha messa giù più aulicamente: abbatte tabù culturali, specie a sinistra. E attribuisce a questa funzione di “distruzione creativa” una tale importanza da perdonare a Renzi tutte le pecche che mostra da primo ministro. Noi siamo forse meno generosi, ma la sostanza non cambia: il tritacarne ci vuole.
 
Tuttavia, questa modalità ha due evidenti difetti. Il primo è che rischia di rappresentare per chi la pratica una sorta di droga di cui è facile diventare dipendenti. In altre parole, induce al populismo, e dosi massicce e crescenti di quest’ultimo sono nemiche del “buon governo”. Il secondo è che esclude il pareggio tra i risultati della partita: o vinci o perdi, senza mezze misure. E questo significa che la volta che sbagli nemico è la fine. Stiamo parlando di un pericolo concreto, che si è materializzato proprio in queste ore. No, non stiamo parlando del “vaffa” che Renzi si è scambiato con le Regioni, e neppure dello scontro che si potrebbe profilare con la Commissione Europea se dovesse sanzionarci per non aver rispettato i parametri di bilancio, uno dei suoi cavalli di battaglia. Il vero pericolo viene da un nemico, impalpabile e nello stesso concretissimo, che non conviene mai sfidare: i mercati finanziari. La caduta di Berlusconi nel novembre 2011 è lì a ricordarlo. 
 
Sia chiaro, le Borse non sono crollate negli ultimi giorni (solo) per colpa del governo di Roma, né gli spread sono schizzati all’insù (solo) dopo aver visto la manovra di Renzi. Ma una cosa è sicura: quel clima positivo verso l’Italia che si era creato qualche mese fa – e sulla cui durata ci eravamo permessi, in perfetta solitudine, di dubitare – è completamente cambiato. E non sarà raccontando che questa manovra è destinata ad entrare nei libri di scuola a far cambiare opinione a chi sta nuovamente valutando se scommettere sulla (non) tenuta dei debiti sovrani dei paesi europei più deboli, dalla Grecia all’Italia, e dell’eurosistema nel suo insieme. E non perché sarà giudicata sbagliata o eccessiva, come l’hanno già ribattezzata i conservatori italici, ma perché impari rispetto alla dimensione epocale dei problemi che abbiamo di fronte. Sappiamo che così dicendo ci esponiamo alla facile critica del “benaltrismo”, ma sono le cose che abbiamo predicato in questi anni, in tempi non sospetti, a consentirci di non badare a questa eventualità. Diciamo da anni, ancor prima della recessione che dal 2008 ad oggi ci ha mangiato 10 punti di pil e s’è divorata un quarto della capacità produttiva del nostro manifatturiero, che l’Italia è precipitata in un declino tale che per uscirne occorrono interventi straordinari, un vero e proprio “piano Marshall” di ricostruzione e rinascita. 
 
Per esempio, è inutile sfidare l’Europa e i suoi vincoli per fare qualche miliardo di deficit in più se poi quella maggiore esposizione non produce pil perché è insufficiente e mal utilizzata, cioè non induce nuovi investimenti, che sono l’unica leva che può risollevare la crescita. Non si può sentire il ministro dell’Economia giustificare il calo degli investimenti pubblici con la coperta corta del bilancio – dall’inizio della crisi la spesa corrente è rimasta sostanzialmente invariata mentre quella in conto capitale è crollata del 38% – quando invece sarebbe logico che lui stesso portasse in sede europea la necessità di inserire tra i parametri una “golden rule minima” che obblighi a mantenere una quota inderogabile di spesa in conto capitale in percentuale su quella complessiva (almeno il 12-15%, visto oggi la nostra è intorno all’8%), aggiungendo che per ogni aumento della quota si potrebbe concedere una deroga progressiva sul limite del deficit al 3% del pil. 
 
La nostra non è una bocciatura della manovra che Luca Ricolfi ha efficacemente definito espressione di un “keynesismo debole”, anche perché è impossibile da giudicare una legge se manca il testo (a proposito, sarebbe ora di smettere di usare le slide al posto dei documenti ufficiali). È, semmai, un invito ad alzare la posta. Come? Proponendo all’Europa, e facendo sapere ai mercati, le seguenti due cose. Primo: che l’Italia ha intenzione di sforare sul deficit, anche molto di più degli 11 miliardi previsti dalla manovra, non perché non voglia pagare il prezzo politico di tagli e riforme impopolari, ma perché per rilanciare l’economia ha un piano – tra riduzione massiccia dell’imposizione fiscale sulle imprese e investimenti pubblici – a sostegno del quale servono ingenti risorse. Secondo: che compenserà queste minori entrate e maggiori uscite con un massiccio intervento di riduzione una tantum del debito pubblico (e quindi anche degli oneri finanziari, circa 80 miliardi nel 2014, sul debito stesso). Sia con alcune riforme capaci di ridurre in modo strutturale il perimetro della spesa pubblica, a cominciare da una drastica semplificazione del decentramento amministrativo e dalla sanità riportata in capo allo Stato centrale, sia con un’operazione straordinaria sul patrimonio pubblico. 
 
Una manovra di portata epocale – questa sì – che avrebbe il duplice effetto di ridare la credibilità perduta al Paese e alle sue istituzioni in sede europea, e di calmierare i mercati togliendo loro dalle mani gli strumenti della speculazione finanziaria contro i nostri titoli del debito e contro l’euro. E che, last but not least, consentirebbe meglio di ogni altra cosa di tenere lontana la troika, il cui spettro è tornato in queste ore ad aleggiare su palazzo Chigi.
 
 
 

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