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2014, un altro anno buttato 

di Enrico Cisnetto 
 
Abbiamo buttato via un altro anno. Non c’è altro modo, purtroppo, per archiviare l’inutile 2014, settimo anno di crisi recessiva e 23mo anno del lungo e inesorabile decadimento nazionale. Il declino italiano, infatti, è iniziato nei primi anni Novanta, quando abbiamo dato il benservito alla Prima Repubblica – che pure la storia costringeva a superare – senza avere idea di come sostituirla. Da quel momento il piano su cui abbiamo cominciato a scivolare si è fatto sempre più inclinato, fino a farsi porta verso il baratro quando la crisi finanziaria mondiale, iniziata nell’estate del 2007 ed esplosa nel 2008, ci ha dato la spinta esiziale. 
 
Ora stiamo per consuntivare il 2014 con un calo del pil di mezzo punto – il che porta a oltre il 10% la perdita di ricchezza nei 28 trimestri trascorsi da inizio 2008, di cui 17 con il segno meno – con un quarto della capacità produttiva andata distrutta e con la disoccupazione (se si considera anche la cassa integrazione) al 14,2%, pari a 8,6 milioni di persone a cui manca totalmente o parzialmente il lavoro. Non solo. Non abbiamo affatto sistemato i nostri conti pubblici – nonostante i sacrifici che l’Europa ci ha imposto – visto che il debito pubblico, vera palla al piede del nostro sistema economico, è aumentato sia in valore assoluto (a ottobre era a 2.157,5 miliardi, oltre 11 sotto il record storico di 2.168,75 miliardi toccato a giugno ma ben 90 in più di dicembre 2013 e 168 in più di fine 2012) che in rapporto al pil (oggi è al 133%, un anno fa, con Letta a Palazzo Chigi, era al 128%). Un mare che certo non si svuota con il cucchiaino degli avanza primari.
 
Si dirà: ma un po’ tutti, a cominciare da Confindustria, pronosticano che già nel primo trimestre del nuovo anno registreremo una ripresina, che poi si consoliderà in un +0,5% a fine 2015, per arrivare a fine 2016 a +1,1%. E non c’è previsione per l’anno che si sta per aprire che non sia positiva: Fmi +0,8%, Ocse +0,2%, Ue +0,6%, Moody’s +0,5%, Ficht +0,6% (la media è 0,53%). Già, ma sono anni che alla vigilia di Natale e Capodanno ci viene raccontato che l’anno successivo sarà finalmente quello della svolta. Non ci siamo fatti mancare niente, in quanto a litanie illusorie: “i ristoranti sono pieni”, ha ripetuto alla noia Berlusconi; “l’Italia sta meglio degli altri”, sosteneva il saccente Tremonti per tutto il periodo che, dal 2001, ha fatto il ministro dell’Economia; “l’anno prossimo arriverà la crescita”, vaticinava Monti a dicembre 2012. E se Letta vedeva “la luce in fondo al tunnel”, Renzi ha subito twittato #lasvoltabuona. 
 
Peccato che – non sappiamo se per imperizia o malafede, ma temiamo sia la prima delle due cause, il che rende più grave la cosa – avessero tutti torto marcio a millantare inesistenti riprese dietro l’angolo. E poi, a furia di raccontare bugie, oltre alla ricchezza, in questo modo abbiamo bruciato gli ultimi residui di fiducia, individuale e collettiva. Anche perché chi più si è specializzato nell’annunciare rose che non fioriranno sono i governi (tutti quelli che si sono succeduti, nessuno escluso), precludendosi così una presa di coscienza della realtà , indispensabile per riuscire a cogliere le occasioni che si presentano, che non sono mancate in passato così come non mancherebbero ora. 
 
In tutti i casi, se anche fossero previsioni una volta tanto fondate, ci sarebbe ben poco da “stare sereni”. Purtroppo, non basta mezzo punto di crescita (anche se è meglio che rimanere in recessione) per riguadagnare ciò che è andato perduto, e che a questi ritmi tornerebbe alla nostra portata solo tra un decennio (come minimo). Tanto più dopo che il flusso positivo di capitali stranieri della prima metà del 2014, dovuto alla favorevole congiuntura internazionale e ad un’apertura di credito al governo Renzi, sono ora non solo si è fermato, ma ha invertito la rotta, tornando a scappare dall’Italia (saldo negativo di 30,3 miliardi ad agosto e di 37 a settembre) senza che le rassicurazioni del ministro Padoan rivolte ai grandi investitori internazionali abbiano fatto effetto. 
 
E sul fronte politico, com’è il consuntivo del 2014? Per molto tempo ci siamo sforzati di vedere il bicchiere mezzo pieno, pur senza rinunciare a denunciare i motivi che lo rendevano mezzo vuoto. In fondo, i due governi di emergenza e grande coalizione – quello tecnico di Monti e quello politico di Letta – avevano clamorosamente deluso le aspettative, mostrandosi incapaci di seppellire l’ormai morta Seconda Repubblica, quella della stagione del declino. Inoltre la deprecabile sceneggiatura della successione di Napolitano a se stesso, per colpa della vecchia guardia del Pd e di Bersani in particolare, faceva riporre nel giovane Renzi molte speranze, anche al netto della brutalità con cui aveva fatto fuori Letta e si era preso il Pd.
 
 Anzi, era proprio quella temerarietà che faceva credere che Matteo avrebbe finalmente dischiuso le porte alla Terza Repubblica. Invero, il coraggio non gli è mancato, specie nell’abbattere i tabù di una sinistra vecchia e polverosa. Ma, almeno fin qui, non è stato all’altezza di cotante aspettative. La politica economica è stata inefficace, come dimostra il permanere della recessione e la non aggressione del debito. Le riforme istituzionali, oltre ad essere state più annunciate che praticate, non sono quelle giuste, né per metodo (ci vorrebbe l’Assemblea Costituente) né per merito (a cominciare dalla finta scomparsa del Senato). E la nuova legge elettorale, oltre ad essere slittata ben oltre i paletti temporali inizialmente piantati da Renzi, si profila comunque come un pasticcio peggiore della non compianta “porcata” che la Consulta ha bocciato. 
 
Della riforma complessiva della giustizia non si vede l’ombra, anzi si aggravano le cose con interventi come l’inasprimento delle pene per la corruzione (per i motivi che ha ben spiegato Davide Giacalone). Così come non si scorge all’orizzonte alcun passo concreto nella direzione di un vero riordino del decentramento amministrativo, nonostante l’intenzione di abolire le province e di rivedere la riforma del titolo V della Costituzione. Il semestre europeo a nostra guida, poi, si chiude senza aver lasciato alcuna traccia (vera, non chiacchiere mediatiche).
 
Certo, il quadro politico si è stabilizzato, ma anche i ciechi vedono che in occasione della scelta del nuovo Capo dello Stato le fratture esplicite e le fibrillazioni sotto pelle dentro tutte le forze politiche, contraenti del “patto del Nazareno” in testa, stanno letteralmente esplodendo, rischiando di trasformare definitivamente il Parlamento in una palude ingovernabile. Con lo spread sempre in agguato, pronto ad aprire le porte se non alla troika, comunque ad una sorta di commissariamento europeo dell’Italia.
 
Noi, stanchi e un po’ scoraggiati, non mancheremo anche nel nuovo anno di svolgere la nostra funzione di analisi anticonformista e di proposta pragmatica, senza schematismi. Partendo dalla constatazione che il Paese continua ad essere in crisi e che occorre una svolta vera, radicale, coraggiosa. Tanti auguri e arrivederci al 2015.
 
 
http://www.terzarepubblica.it/
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Papa Francesco e la realpolitik:

decisionismo e trasparenza

con tutti,  Cina a parte  

 
Una cosa è mettere a pane e acqua i pedofili e i ladri che si annidano nelle strutture della chiesa altra questione andare contro il vento della Cina.  E così papa Francesco ha curvato la schiena sotto le pressioni di Pechino che gli ha imposto di rifiutare l'incontro con il Dalai Lama, autorità spirituale del buddhismo tibetano arrivato nei giorni scorsi a Roma per il  Summit dei Nobel per la Pace.
 
Il  Vaticano con questa sua realpolitik spera di riuscire a sbloccare la “questione” cinese che riguarda la libertà religiosa ed il ruolo di preti e vescovi “clandestini”, ma anche la proprietà di migliaia di immobili confiscati dal governo comunista di Pechino subito dopo la presa del potere nel 1949. Però i cinesi che hanno una civiltà millenaria nata molto prima del Cristianesimo, da sempre mostrano di rispettare chi ha il coraggio di opporsi, non chi si allinea con il retropensiero. (Heos.it)
 

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