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A rischio la tenuta sociale

 
di Enrico Cisnetto
 
 
 
La politica non si fa con i sondaggi. Se una società fosse sana, non avrebbe bisogno di fare test per sapere cosa pensa del governo e dei politici, perché il termometro sarebbe la partecipazione democratica. Dunque, così come non abbiamo badato ai numeri di qualche tempo fa che collocavano Renzi sulla cresta dell’onda, così oggi non diamo peso al calo della fiducia che gli italiani avrebbero nei confronti del presidente del Consiglio e del suo governo. Piuttosto, per quanto limitati, guardiamo ai risultati delle prossime elezioni in Calabria ed Emilia-Romagna: politicamente parlando, il voto è cosa più seria delle indagini demoscopiche. 
 
Tuttavia una cosa va detta, che in questa sede è una ripetizione: la capacità di tenere con efficacia la scena mediatica, dote di cui Renzi è indubitabilmente superdotato, alla lunga non basta, occorrono risultati concreti. E nel caso italiano, quale che sia il giudizio che si vuole dare ai provvedimenti dell’esecutivo, è inevitabile che il risultato vero su cui questo governo è misurato, come qualunque altro lo sarebbe, è la fine della recessione e l’inizio della ripresa economica. Ed è indiscutibile che non sia stato raggiunto, neppure parzialmente. Per questo, se davvero il consenso per Renzi fosse in fase di diminuzione, non ci sarebbe di che stupirsi. Prima o poi le carte si girano, e non c’è chiacchiera o polemica che tenga. Anzi. 
 
Prendete lo scontro con il sindacato. È evidente che tra le parole d’ordine della Leopolda e quelle del duo Camusso-Landini la gran parte dei cittadini, e noi tra questi, stanno dalla parte di Renzi. E fintanto che la fiamma della speranza che Matteo aveva saputo abilmente accendere e alimentare ardeva, quelle polemiche suonavano come musica alle orecchie di chi tifava per il giovane rottamatore: cambiamento e modernità contro conservazione e residuati ideologici. Ma appena la fiamma si fa fiammella, qualche dubbio s’insinua e i risultati che tardano fanno dubitare, ecco che quello scontro dialettico appare stucchevole, strumentale. Stanca, irrita. Può darsi che abbia motivazioni meno limpide, ma il passaggio di campo della Uil dall’area moderata con Cisl a quella scioperaiola con Cgil ci pare la spia di un malessere che segnala che il clima politico è cambiato.
 
Noi non se siamo certo contenti. Non essendo avvezzi a investire sulla speranza ma sull’ottimismo della volontà sposato con il pessimismo della ragione, non abbiamo mai investito alcuna aspettativa particolare su Renzi, così come su nessuno dei suoi predecessori. Dunque, non viviamo la disillusione degli illusi. Ma questo non ci impedisce di vedere i pericoli di questo “calo di tensione”. E non tanto perché, come dice la vulgata corrente, non essendoci un’alternativa la crisi di Renzi e del renzismo, si creerebbe un vuoto incolmabile o, peggio, riempibile di qualsiasi pericolosa avventura. Sia chiaro, sappiamo di correre dei rischi: il populismo – di cui siamo preda da anni – è in agguato e fa presto a trasformarsi in avventurismo. Ma è anche vero che la politica deve vivere di alternative, e che queste si creano più facilmente allorquando chi è al potere si mostra alla corda. No, semmai la preoccupazione è che il Paese non ce la faccia a sopportare un’ulteriore fase di stagnazione recessiva.
 
Osserviamo una fuga dagli investimenti – unico strumento efficace per farci uscire dal pantano – e una perdurante contrazione dei consumi, salvo qualche sporadico ripensamento, che inducono il barometro della psicologia collettiva a segnalare ancora “depressione”. C’è da invertire la tendenza, ma più si diffonde la sensazione che neppure Renzi – giovane e determinato – sia in grado di farlo, più la depressione si aggrava. E più depressione significa né investimenti né consumi, e così la crisi si alimenta. Fino a far sembrare lo sciopero generale sì uno stanco e inutile rituale, ma anche uno sfogo per tanti versi comprensibile.
 
Ed è qui, a questo incrocio, che Renzi si gioca il tutto per tutto. Se rimane fermo, se ripete all’infinito lo schema del “un nemico al giorno”, se rende palese che gioca le sue carte solo sul terreno della politica – dalla battaglia per il Quirinale alla nuova legge elettorale – se con l’Europa recita la parte del cane che abbia e non morde, allora sarà spacciato e il tema politico per il Paese sarà quello di trovargli un successore. Se, al contrario, cambierà le carte e calerà un poker fatto di riforme istituzionali affidate ad un’Assemblea Costituente, un piano Marshall per l’economia basato sul recupero di risorse straordinarie – attraverso un progetto di valorizzazione e dismissione del patrimonio pubblico – da usare per ridurre il debito pubblico e alimentare un grande piano di investimenti pubblici e abbattimento della pressione fiscale, un piano d’emergenza per la messa in sicurezza del territorio e la valorizzazione delle risorse artistiche e ambientali, e, infine, una semplificazione degli assetti del decentramento amministrativo partendo dal presupposto di dare sepoltura al mantra 
del federalismo, definitivamente fallito, ecco allora potrà tornare ad avere la fiducia degli italiani e a vincere la scommessa di non essere una meteora. Ma il tempo stringe.  
                        
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