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La fiducia aumenta l'economia peggiora
 
di Enrico Cisnetto
 
Un conto è vedere il bicchiere mezzo pieno, un altro è raccontare agli assetati una disponibilità d’acqua che non c’è. Con il suo arrivo a Palazzo Chigi, Matteo Renzi ha imposto un cambio di umore certamente utile perché gli italiani riacquistino un po’ della speranza perduta negli anni della recessione e dell’ennesima crisi politica di sistema, un po’ di quella fiducia necessaria per far ripartire l’economia e disinnescare pericolose mine sociali. Ma questa salutare sterzata, oltre che a risultare destabilizzante se impedisce di stilare la giusta diagnosi su cui basare la terapia più opportuna per i problemi del Paese, rischia rapidamente di svanire, o addirittura di diventare controproducente, se alimenta illusioni facili a trasformarsi in delusioni e, di conseguenza, in pesanti frustrazioni.
 
Per ora questo pericolo non lo corriamo. Il ceto produttivo del Paese ha una voglia matta, quasi disperata, di credere che Renzi a palazzo Chigi rappresenti non soltanto una buona pezza che abbiamo messo ad uno strappo politico-istituzionale che rischiava di lacerare irrimediabilmente il tessuto democratico nazionale, ma soprattutto che incarni il ben più strutturale passaggio dalla ormai morta e sepolta Seconda Repubblica alla non ancora nata Terza. Insomma, una soluzione di lungo respiro, un cambio generazionale e di abitudini che consenta all’Italia di compiere la tanto attesa svolta. 
 
C’è nel Paese un generale clima di ottimismo, evidenziato anche dagli indicatori. Per l’Istat, a giugno la fiducia dei consumatori è a 105,7 punti dai 97,5 di febbraio, salendo quindi dell’8,4% rispetto al mese di entrata in carica del nuovo governo. Stesso trend anche per gli imprenditori, che per Confindustria non sono mai stati così fiduciosi negli ultimi tre anni, con il relativo indice Istat cresciuto del 16,1% dal giugno 2013. E questo nonostante indicatori economici di tutt’altro segno. A cominciare dal pil, che se come tutto fa pensare avrà il segno meno anche nel secondo trimestre, come nel primo, ci farà tornare formalmente in recessione. Una parola che speravamo archiviata, e che rischia di tornare nel nostro lessico proprio mentre saremo in ferie. A questo si aggiungono le notizie che arrivano dal fronte della finanza pubblica. Il debito pubblico ha abbondantemente superato i 2100 miliardi e il 135% del pil, con 82 miliardi di interessi da pagare (circa il 5% del pil) a cui si aggiungono altri 17 miliardi come effetto della deflazione sul debito. Non solo. Con la crescita che nel migliore di casi sarà un terzo del +0,8% previsto dal governo, sarà impossibile rispettare i parametri europei, a meno di prevedere una manovra correttiva di almeno 20-25 miliardi. 
 
Eppure, per la narrazione renziana la crisi era finita e la grande conversione a U era già iniziata. Come metterla, quando anche l’ultimo degli italiani si sarà accorto che così non è, o almeno non è ancora? Basterà una delle tanti evocazioni mediatiche del primo ministro, fatte di discorsi tenuti a braccio, slogan efficaci e una naturale empatia? Basterà far credere che si sta combattendo una “guerra santa” contro la Germania e che se qualcosa non va è colpa della Merkel che non ci vuole regalare la famosa “flessibilità”? Qualunque stile comunicativo necessita sempre anche di azioni concrete, di fatti e non solo di immagini e parole. Prima o poi le carte si girano.
 
Si dirà: è per questo che Renzi stringe i tempi sulle riforme. In particolare quelle che riguardano il Senato e la legge elettorale. Vero. Ma a “remare contro” ci sono due questioni di non poco conto. La prima è che, fino ad oggi, le slide con i vari progetti di riforma presentati da Renzi o sono rimaste puri annunci senza che nulla di concreto sia stato fatto – come nel caso della riforma della giustizia, del lavoro, del fisco e per i piani di intervento scolastico – oppure hanno dato vita a provvedimenti mozzi e incompleti (rimborso dei debiti della Pubblica Amministrazione e spending review). Mentre la seconda, è che in alcuni casi si è passati da un estremo all’altro, per cui dopo tanto immobilismo l’importante è stato fare, anche a prescindere dal merito di cosa si fa, come abbiamo visto sull’abolizione delle Province o sui provvedimenti retroattivi di politica economica. E ancor più gravemente di così rischia di essere l’intervento sul Senato – dove si promuove il regionalismo irresponsabile mettendo a sua disposizione un’intera camera – e quello sulle modalità elettorali, avviate ad essere decisamente peggiori di quelle previste dal bocciato porcellum.
 
Con un po’ di ottimismo della volontà si potrebbe dire che si tratta di errori compiuti nei primi 100 giorni di un governo privo di esperienza. Ma il pessimismo della ragione suggerisce di valutare che in ogni modo, anche ammesso (e non concesso) che tutte le iniziative siano destinate a concretizzarsi ed avere esito positivo, non si può sottovalutare il fatto che esse appaiano slegate tra di loro, prive di quelle idea-forze che, come ha giustamente scritto Galli Della Loggia, sono le sole in grado di cambiare a fondo una società, specie se da troppi anni essa è priva di leadership sorrette da una visione strategica di dove s’intende andare.
 
Una cosa è certa, comunque: non sarà la scorciatoia delle elezioni anticipate – la cui ombra aleggia sempre di più sulla politica italiana – a risolvere questa complicata equazione tra fiducia crescente e risultati deludenti. Sì, ci andiamo convincendo che si stia puntando dritti dritti alle elezioni. Ma di questo parleremo la settimana prossima, che nel frattempo qualche tassello in più renderà il mosaico maggiormente chiaro.
 
 

 

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