? 2019/12/03/scienze/anticorpi/Riattivati nei topi nuovi neuroni per combattere l'Alzheimer - Heos.it Rivista scienze politica cultura salute

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Lo studio è stato condotto da un gruppo di ricercatori italiani

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Lo studio è stato condotto al Cnr negli Istituti di farmacologia traslazionale e di biologia cellulare e neurobiologia

Riattivati nei topi

nuovi neuroni

per combattere l'Alzheimer

 

Cnr Effetti benefici anticorpo A13

 Immagine rappresentativa degli effetti benefici dell'anticorpo A13 sulle cellule neuronali (in rosso). A sinistra sono mostrati i neuroni "malati", e a destra i neuroni "curati" dall'anticorpo messo a punto dal team (foto: cnr.it)


03.12.19 - Un gruppo di ricercatori è riuscito a neutralizzare gli A-beta oligomeri (aggregati altamente tossici della proteina beta Amiloide) nel cervello di un topo malato di Alzheimer introducendo l’anticorpo A13 all’interno delle cellule staminali del cervello, riattivando in tal modo la nascita di nuovi neuroni e ringiovanendo di fatto il cervello.

Il team ha scoperto che la nascita di nuovi neuroni nel cervello adulto (neurogenesi) si riduce in una fase molto precoce della malattia di Alzheimer. Tale alterazione è causata dall’accumulo nelle cellule staminali del cervello di aggregati altamente tossici della proteina beta Amiloide, chiamati appunto A-beta oligomeri. In particolare, è stato dimostrato come tale strategia permetta di ristabilire la corretta neurogenesi nel modello di topo studiato, recuperando dell’80% i difetti neuronali osservati nella fase iniziale della malattia.

Lo studio è stato realizzato da un team di ricercatori Cnr degli Istituti di farmacologia traslazionale (Ift) e di biologia cellulare e neurobiologia (Ibcn) contribuendo allo studio dell’European Brain Research Institute (Ebri) sul ruolo dell’anticorpo A13 per combattere il morbo di Alzheimer, in quanto consente di "ringiovanire" il cervello favorendo la nascita di nuovi neuroni e contrastare i difetti che accompagnano le fasi precoci della malattia.

Lo studio, pubblicato di recente sulla rivista "Cell Death and Differentiation", vede un’ampia partecipazione del Cnr: Raffaella Scardigli (Cnr-Ift) è stata, insieme a Giovanni Meli e Antonino Cattaneo della Fondazione Ebri Rita Levi-Montalcini, la coordinatrice della ricerca, partecipando anche agli esperimenti di biologia cellulare e di imaging. Sempre da Cnr-Ift, Giuseppina Amadoro e Valentina Latina hanno condotto l'analisi delle alterazioni del citoscheletro dei neuroni Tg2576 (i neuroni "malati") mediante esperimenti di biochimica; mentre Silvia Middei (Cnr-Ibcn di Roma, oggi confluito nell' Istituto di biochimica e biologia cellulare) ha coordinato gli esperimenti effettuati in vivo per il delivery lentivirale dell'anticorpo A13. Alla ricerca hanno contribuito anche colleghi della Scuola Normale Superiore e del Dipartimento di Biologia dell’Università di Roma Tre.

L’importanza di questa ricerca è duplice: da un lato – spiegano Scardigli e Meli - dimostriamo che la diminuzione di neurogenesi anticipa i segni patologici tipici dell’Alzheimer, e potrebbe quindi contribuire ad individuare tempestivamente l’insorgenza della malattia in una fase molto precoce; dall’altro, abbiamo anche osservato in vivo, nel cervello del topo, l’efficacia del nostro anticorpo nel neutralizzare gli A-beta oligomeri proprio all’interno dei neuroni”.

Per la prima volta, infatti, sono stati intercettati e neutralizzati sul nascere i singoli “mattoncini tossici” che formeranno le placche extracellulari di A-beta (l’attuale bersaglio terapeutico della malattia di Alzheimer), prima che questi provochino un danno neuronale irreversibile.

Sebbene la ricerca ponga le basi per lo sviluppo di nuove strategie utili per la diagnosi e la terapia di questa terribile malattia neurodegenerativa, i ricercatori sottolineano che il passaggio dall’attuale fase preclinica alla fase clinica su pazienti non sarà immediato. Oltre che essere fortemente regolato da istituzioni preposte, richiederà anni di sperimentazione e ingenti finanziamenti, per valutare non solo l’efficacia, ma anche la sicurezza sull’uomo. “Questo processo così rigoroso e lungo è soprattutto a tutela dei pazienti. La ricerca è un processo lento, ma è soltanto su queste basi che nel futuro si potranno sviluppare nuove soluzioni”, conclude Scardigli. (red)

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