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Nei bagliori

di San Pietroburgo,

un viaggio nel tempo

e nella storia

 

Jan Brokken
Bagliori a San Pietroburgo
Traduzione: C. Cozzi, C. di Palermo
Iperborea, 2017; pp. 224 € 17,00

 

libro bagliori spietroburgo

 

17.07.18 - Artisti, filosofi, intellettuali, poeti: sono loro i protagonisti di un libro che ci conduce in un viaggio nel tempo e nella storia di San Pietroburgo. «A ogni passo in questa città mi viene in mente un libro o mi risuona in testa una musica. È una scoperta continua.» È il 1975 quando Jan Brokken rimane folgorato da San Pietroburgo, l’allora Leningrado, patria splendente e malinconica di poeti e dissidenti, folli e geni, disperati e amanti, culla della ribellione agli zar e poi al regime sovietico in nome della libertà dell’arte e dello spirito. In occasione del centenario della Rivoluzione d’Ottobre, Brokken ci accompagna nelle sue passeggiate fra presente e passato attraverso strade, teatri, case e musei sulle tracce dei personaggi che hanno reso Pietroburgo una capitale mitica della cultura europea.

Un viaggio che parte dalla raffinatissima Anna Achmatova, che sembra quasi personificare l’elegante fierezza di questa città, per proseguire con l’avventura umana e poetica di Dostoevskij, Gogol’, Solženicyn; i radicali Stravinskij e Malevič e i tormentati Čajkovskij e Šostakovič; gli espatriati Brodskij, Rachmaninov e Nabokov e l’inquieto Esenin, il «Rimbaud russo» che conquistò Isadora Duncan; il principe dandy Jusupov, che assassinò Rasputin e fuggì a Parigi con un Rembrandt sottobraccio, e la pianista Marija Judina, che seppur ebrea e dissidente ottenne con la sua musica l’eterno favore di Stalin. In una sinfonia di ricordi, citazioni e frammenti di vita, Brokken compone un ritratto impressionista della città della nostalgia e del confronto tra l’arte e il potere, dove Mandel’štam ebbe a dire: «Solo da noi hanno rispetto per la poesia, visto che uccidono in suo nome.»

 

Autore Jan Brokken

 L'autore. Jan Brokken (1949), scrittore, giornalista e viaggiatore olandese. Noto per la capacità di raccontare i grandi protagonisti del mondo letterario e musicale, ha pubblicato numerosi romanzi di successo che la stampa ha avvicinato a Graham Greene e Bruce Chatwin, come l’esordio narrativo De Provincie (1984), da cui è stato tratto un film, Nella casa del pianista (Iperborea 2011) sulla vita di Youri Egorov e Anime baltiche (Iperborea 2014), viaggio in un cruciale ma dimenticato pezzo d’Europa. Nel 2016 Iperborea ha pubblicato anche il romanzo Il giardino dei cosacchi, che racconta dell'amicizia tra Fëdor Dostoevskij e del barone baltico Alexander von Wrangel. (red)

 

 Incipit del libro

La rossa muraglia abbacinata

 

Anna Achmatova statua di Galina Dodonova

La statua di Anna Achmatova, di Galina Dodonova

 

Quando, nel 1975, soggiornai per la prima volta nella mia vita a Leningrado, erano trascorsi solo nove anni dal giorno in cui Anna Achmatova aveva esalato l’ultimo respiro. In città la sua influenza era ancora tangibile, ma per non rischiare problemi con le autorità era meglio evitare di nominarla in pubblico. Proprio proibite le sue opere non lo erano più, un leningradese su dieci – a occhio – sapeva recitare a memoria il suo ciclo di poesie Requiem, eppure il suo nome continuava a evocare un sospetto di protesta e dissidenza. La versione completa e non
censurata di Requiem in Unione Sovietica non sarebbe apparsa che molti anni dopo, nel 1987; Anna Achmatova era ancora parzialmente sulla lista nera.

Gli ultimi anni li aveva vissuti come una reclusa, separata e isolata dal mondo. Il motivo principale per cui il suo discepolo Iosif Brodskij fu dichiarato persona non grata e caricato su un aereo per gli Stati Uniti erano proprio i suoi frequenti contatti con l’Achmatova contro il volere delle autorità.

Brodskij faceva di tutto per diffondere la poesia di Anna tra il vasto pubblico e non nascondeva di considerarla il più grande poeta russo dai tempi di Puškin. La cosa, ovviamente, non poteva che lusingare l’ego della poetessa, la quale, nei limiti del possibile, riceveva il giovane ogni giorno, anche perché la faceva sempre pensare a Osip Mandel’štam, morto assassinato. Anna aveva avuto con Mandel’štam un legame che superava di gran lunga l’affinità e l’affetto: sembravano condividere la stessa anima poetica.

Sono trascorsi quarant’anni da quella mia prima visita. Domenica 22 febbraio 2015 cammino lungo la Voskresenskaja, l’argine della Resurrezione, che in passato si chiamava argine di Robespierre, costeggiando la Neva in direzione della cattedrale di Smol’nyj. La neve scricchiola sotto le mie suole. Fa così freddo che l’aria che
respiro mi taglia i polmoni come un coltello. Larghe file di auto passano rumorose sulla strada coperta di bianco lungo il fiume: lo strepito delle ruote chiodate somiglia a raffiche di fucile. Mi tiro su il cappuccio della giacca a vento,
stringo la sciarpa intorno al bavero e tutt’a un tratto mi vedo davanti la statua di Anna Achmatova. A quanto dice l’iscrizione, è stata inaugurata nel 2006. È in quel momento che mi rendo conto che proprio lì di fronte, sulla
riva della Neva, si trovava la fortezza del terrore, la famigerata prigione di Krestij, e che lì Anna Achmatova stava ad aspettare giorno e notte, sotto la neve o nel vento umido, nella speranza di avere notizie del figlio arrestato.
Sul piedistallo della statua si leggono i versi di Requiem:

E non per me sola prego,
Ma per tutti coloro che erano con me, laggiù,
Nel freddo spietato, nell’afa di luglio,
Sotto la rossa muraglia abbacinata.


La muraglia è ancora rossa, il Krestij ha ancora la forma di una croce (krest significa «croce»), ma da un po’ di tempo non ci sono più rinchiusi dei prigionieri. L’edificio è in via di ristrutturazione: i cartelli comunicano che la
nuova destinazione sarà un complesso alberghiero di lusso, il che non rende tuttavia la vista meno truce. La statua di Anna Achmatova risalta nettamente su quello sfondo: alta almeno tre metri, è slanciata, fiera, orgogliosa, con una
raffinatezza tutta femminile, ma ancor più aristocratica. Anche quando mi trovo esattamente davanti mi sembra una statua di Giacometti ingrandita, per via di quelle braccia così lunghe e di quelle gambe così sottili.

Naturalmente subito dopo mi vengono in mente anche i disegni e i ritratti che le fece Modigliani all’epoca del suo primo soggiorno all’estero, a Parigi. Modigliani fu uno dei primi a innamorarsi del suo viso stretto e lungo, del naso sottile e di quegli occhi vicini e indagatori. Ma sono fuori strada con i miei collegamenti: la scultrice è una russa, Galina Dodonova. Per quella posa aveva in mente l’immagine biblica della moglie di Lot che gira la testa e si trasforma in una statua di sale. Il suo errore: voltarsi indietro a guardare il male. Galina Dodonova, leggo sul piedistallo, si è ispirata alla poesia «La moglie di Lot» di Anna Achmatova, che finisce così:

Chi vorrà piangere questa donna?
Non sembra forse la più lieve delle perdite?
Il mio cuore solo non potrà mai scordare
Chi la vita diede per un unico sguardo.

Sotto la gonna, che arriva alle caviglie, sono appena visibili le scarpe della poetessa. Scarpe chiuse con tacchi larghi ma alti, inequivocabilmente adatte ad Anna Achmatova. Dubito che abbia atteso per ore davanti alla fortezza con scarpe del genere. In ogni caso sta qui, splendida, vicino all’ex prigione e vicino al fiume, come un faro di speranza e di rettitudine. Nel 1975 solo in un impeto di folle ottimismo, privo di qualsiasi senso della realtà, avrei potuto prevedere che un giorno qui, in questo luogo, sarebbe sorto tale monumento. Era semplicemente impossibile, impensabile quanto la scomparsa delle centinaia di statue di Lenin. Anche se Anna Achmatova termina così il suo Requiem:

E se un giorno in questo paese
Pensassero di erigermi un monumento,

Acconsento ad esser celebrata,
Ma solo a condizione di non porlo

Né accanto al mare dov’io nacqui:
Col mare l’ultimo legame è reciso,

Né nel giardino dello zar presso il desiato ceppo,
Dove l’ombra sconsolata mi cerca,

Ma qui, dove stetti per trecento ore
E dove non mi aprirono il chiavistello.

Perché anche nella beata morte temo
Di dimenticare lo strepito delle nere «marusi»,

Di dimenticare come sbatteva l’odiosa porta
E una vecchia ululava da bestia ferita.


E che dalle immobili palpebre di bronzo
Come lagrime fluisca la neve disciolta

E il colombo del carcere che tubi di lontano,
E placide per la Neva vadano le navi.

 

 

 

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