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Intervista a Cinzia Sciuto autrice del saggio "Non c'è fede che tenga. Manifesto laico contro il multiculturalismo" (Feltrinelli)

Multiculturalismo,

Laicità, Democrazia 

di Maria Mantello *

 

libro fede che tenga

Cinzia Sciuto
Non c'è fede che tenga
Manifesto laico contro il multiculturalismo
Milano,Feltrinelli,2018, p.185, € 20,00

 

05.03.19 - Cinzia Sciuto, giornalista, redattrice di Micromega e collaboratrice del portale europeo Newsmavens.com, si occupa in particolare di diritti civili, laicità e femminismo. Di recente ha pubblicato con la Feltrinelli  Non c'è fede che tenga. Manifesto laico contro il multiculturalismo. Un saggio lucido e necessario a svelare l'inganno ideologico del multiculturalismo, che sta divenendo nelle società occidentali lo strumento dei capi religiosi per affermare il loro potere di controllo politico e sociale contro libertà e autodeterminazione. Ecco allora che il multiculturalismo diviene la spina nel fianco della democrazia anteponendo il singolo al gruppo di appartenenza. Una gabbia che nel contempo mira a scardinare dal di dentro il valore supremo della laicità di cui la democrazia vive, nella pretesa di farle accettare usi e costumi inaccettabili per la democrazia.

Multiculturalismo: un nuovo modo per ingabbiare l'individuo nella fede religiosa?

Multiculturalismo è una parola molto scivolosa. Superficialmente rimanda al caleidoscopio di usi e costumi che colorano le nostre città. Come tutti gli "-ismi", però, esso è una vera e propria ideologia politica, un preciso modello di convivenza fra culture diverse, che si basa sull'idea - falsa e pericolosa - che le culture siano delle "scatole" chiuse, sempre uguali a se stesse, ben identificabili, omogenee al loro interno. Una volta che le culture sono pensate in una maniera così astorica e immobile, compito della politica è solo garantire la loro reciproca, pacifica coesistenza, senza entrare nel merito di quel che accade dentro quelle "scatole", nelle quali gli individui vengono schiacciati su una identità predefinita.
In quella che potremmo chiamare "narrazione multiculturalista" le diverse "culture" possono certamente contaminarsi superficialmente - per quel che riguarda le tradizioni culinarie, musicali ecc. - ma nessuno ha invece diritto di "mettere becco" nelle "altre" comunità quando si tratta di "tradizioni" che spesso implicano una limitazione, se non una violazione, dell'autonomia dei singoli.

A chi giova la narrazione multiculturalista?

Sicuramente a coloro che si autoproclamano "rappresentanti" di questa o quella comunità e ai fondamentalisti religiosi, ai quali la narrazione multiculturalista fornisce un'ottima base di partenza. Certamente poi giova anche a una certa classe politica che, concedendo deroghe e privilegi a questa o quella comunità, mantiene così "buoni rapporti" con coloro che dentro i diversi gruppi sono spesso i più militanti, i più forti.

Perché usi e costumi non possono essere considerati categorie identitarie?

"Identità" è una delle parole più usate e abusate del nostro tempo. E, se ha un senso usarla in relazione al singolo individuo - che costruisce giorno per giorno la propria identità tessendo insieme in una trama unica e irripetibile non solo le diverse provenienze che lo contraddistinguono ma anche tutte le esperienze ed elaborazioni personali che ha compiuto - diventa una pericolosa arma quando la si brandisce come bandiera politica di un gruppo.
In questo caso si finisce inevitabilmente per schiacciare gli individui su un decalogo preconfezionato di caratteristiche, escludendo chi non vi si riconosce integralmente. E' il pericoloso concetto dell'autenticità, tanto caro ai fondamentalisti di ogni risma.

Nel suo libro è riportata questa citazione di Amartya Sen "Essere nati in un particolare contesto culturale non è di per sé un esercizio di libertà culturale" ...

Ciascuno di noi nasce in un contesto culturale, sociale, familiare, geografico, storico. Ognuno di questi elementi deciderà una parte di quello che siamo. Ma il modo in cui tutti questi elementi si combinano fra loro, quali di questi prevarranno, a quali valori improntare la propria vita è una scelta che spetta a ciascuno e che non è interamente predeterminata. Compito dello Stato non è quello di "tutelare" così per com'è il contesto culturale nel quale ciascuno di noi è casualmente nato, ma fornire a ciascuno gli strumenti - culturali, educativi, economici - per compiere quelle scelte e, se lo desidera, emanciparsi dallo stesso contesto di provenienza.

Comunità, Cittadinanza, Democrazia. Come?

Il punto è che l'approccio multiculturalista privilegia la tutela della comunità anziché avere al centro il cittadino nella sua individualità, come soggetto portatore di diritti - che è attraversato ma non interamente determinato dalle proprie "appartenenze".
Una democrazia che vuole rimanere liberale - all'interno della quale, dunque, i diritti e le libertà fondamentali dei singoli individui non sono sacrificabili sull'altare di nessuna religione, nessuna tradizione, nessuna cultura - non può che avere come interlocutore il singolo individuo, e non certo le comunità. La domanda cruciale è: le persone vanno viste innanzitutto come appartenenti ed esponenti della comunità e della cultura in cui è capitato loro di nascere o come cittadini autonomi in grado di avere con la propria stessa cultura un rapporto dialettico e maturo? Appartenenza comunitaria o cittadinanza, insomma.

Laicità, principio e metodo per l'emancipazione individuale e sociale...

In prima battuta "laicità" è quel principio che impone la netta separazione della religione dalla sfera politica e in base al quale la fede diventa un elemento che afferisce alla sfera privata dei singoli fedeli , senza nessuna pretesa di trattamenti privilegiati né di condizionamento delle scelte politiche. Il contrario del laico, dunque, non è il credente - come spesso erroneamente si tende a semplificare - ma il fondamentalista, il fanatico, colui che pretende che la propria fede diventi norma sociale. Ma la laicità è anche un atteggiamento mentale che rifiuta ogni principio di autorità, non solo quello religioso. Essere laici significa non invocare nessuna tradizione - che sia religiosa o meno per il laico è del tutto irrilevante - per giustificare una limitazione, se non addirittura una violazione, dell'autonomia e della libertà di ciascun singolo essere umano. In questo senso la laicità è una precondizione per un progetto di emancipazione universale e solidale degli esseri umani: perché affinché ciascuno possa realmente godere delle proprie libertà bisogna che la collettività si faccia carico di creare le condizioni affinché ciò sia davvero possibile per tutti e per ciascuno.

Fonte, trimestrale Libero Pensiero, dicembre 2018 pag. 13-14

* Giornalista, saggista, presidente Associazione Nazionale del Libero Pensiero "Giordano Bruno"

 

 

 

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