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08.09.09 - Dopo aver evitato la frusta Lubna Ahmed al Hussein, la giornalista sudanese arrestata a Khartum il 3 luglio scorso per aver indossato i pantaloni in un luogo pubblico, non ha rinunciato alla sua battaglia di principio e ha rifiutato di pagare anche la multa di 200 dollari stabilita dai giudici. “Sono innocente – ha dichiarato la giornalista alla Afp - Non pagherò. Piuttosto vado in prigione”. E così è andata. Lubna è stata trasferita in cella dove, se non si deciderà a pagare, dovrà scontare un mese. Dalla padella nella brace, verrebbe da dire. Ma quello di Lubna è un gesto di grande coraggio nella battaglia per la conquista dei diritti delle donne islamiche. È una sfida alle istituzioni e alle tradizioni più radicate di questa cultura. La donna, che lavora al giornale di sinistra “al-Sahafa”, era arrestata in un ristorante proprio perché indossava un paio di pantaloni sotto una tunica. Comportamento che per il vago articolo 152 del Codice penale sudanese può ritenersi “indecente” e punibile con 40 frustate. La giornalista aveva invitato 500 giornalisti e politici locali per assistere alla sua eventuale condanna alla fustigazione. Intorno alla sentenza si era creata una grande attesa, la vicenda della giornalista aveva infatti destato scalpore in tutto il mondo e innescato campagne di solidarietà in suo favore.
Il verdetto del processo, svoltosi a porte chiuse,
aveva dichiarato la giornalista colpevole ma le aveva evitato le paventate 40
frustate sostituendole con la multa. Poi il colpo di scena: “Noi sappiamo che
non è colpevole”, ha dichiarato il funzionario Yasser Arman, membro del
Movimento popolare per la liberazione del Sudan, secondo il quale la sentenza è
anticostituzionale. Da qui la decisione di non pagare e di preferire il carcere. società,news,articoli,interviste,dichiarazioni,notizie |
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