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Iniziativa della Società Pannunzio
Nasce l'Osservatorio sui Diritti dei Lettori
12.06.09 - Come promesso nella sua Dichiarazione di intenti, la Società
Pannunzio ha cominciato l’attività con un Seminario ristretto, a Roma il 3
giugno, in cui si è discusso tra giuristi, economisti, giornalisti e
rappresentanti di associazioni in difesa dei consumatori su come riuscire a
porre nell’agenda politica la questione dei diritti dei lettori e della sua
tutela. Avendo constatato che questi diritti non sono né definiti né tutelati da
nessuno, la Società Pannunzio ha annunciato la sua intenzione di pervenire al
più presto alla definizione di una “carta del lettore” su cui aprire un
confronto con la società civile e le forze politiche e sociali.
Nel frattempo la Società si impegnerà, soprattutto con il mezzo della più ampia
informazione, di denunciare pubblicamente le violazioni continue e impunite
delle legge sulla stampa in merito alle smentite e il mancato rispetto dei
codici deontologici dei giornalisti. È stata inoltre confermata e formalizzata
la decisione di istituire due Osservatori permanenti, uno sull’informazione
scientifica e un altro su quella economica, allo scopo di monitorare la
correttezza formale e sostanziale dell'informazione in questi due ambiti.
Entrambi gli Osservatori sono attualmente in via di costituzione. Naturalmente,
vi daremo conto dell'evoluzione di questa come delle altre iniziative
Abbiamo così iniziato la nostra battaglia in difesa della correttezza
dell’informazione sottolineando gravi errori di contenuto e di comportamento
etico rilevati nelle ultime settimane nei media italiani.
LETTERE AI DIRETTORI
01 – IL CASO ANDREOTTI
SOCIETÀ PANNUNZIO – LA STAMPA
Roma 28 maggio 2009
Egregio Direttore, il suo editorialista Carlo Federico Grosso in un articolo su
“La Stampa”, 21 maggio 2009, intitolato “L’arbitro non va mai fischiato”,
comincia il suo pezzo con “Andreotti è stato, in passato, ingiustamente accusato
di attività mafiosa ecc”. Sappiamo tutti che le opinioni sono sacre, ma
altrettanto sacri sono i fatti. E Grosso, che è un illustre giurista, sa
sicuramente che nel 1984 la Corte di Cassazione emise una famosa sentenza in cui
affermava che “la verità dei fatti, cui il giornalista ha il preciso dovere di
attenersi, non è rispettata quando, pur essendo veri i singoli fatti riferiti,
siano, dolosamente o anche soltanto colposamente, taciuti altri fatti, tanto
strettamente ricollegabili ai primi da mutarne completamente il significato. La
verità non è più tale se è “mezza verità” (o comunque, verità incompleta):
quest’ultima, anzi, è più pericolosa della esposizione di singoli fatti falsi
per la più chiara assunzione di responsabilità (e, correlativamente, per la più
facile possibilità di difesa) che comporta, rispettivamente, riferire o sentire
riferito a sé un fatto preciso falso, piuttosto che un fatto vero sì, ma
incompleto. La verità incompleta (nel senso qui specificato) deve essere,
pertanto, in tutto equiparata alla notizia falsa”. Fin qui la Cassazione. Quindi
Grosso ha scritto il falso quando ha omesso che la sentenza della Corte
d’Appello di Palermo, che mandava assolto l’on. Giulio Andreotti con la
motivazione che dopo il 1980 non erano a sufficienza provati (c.2 art. 530) i
rapporti tra l’imputato e i capimafia corleonesi Rijna e Provenzano, aggiungeva
che al contrario era provato, ma caduto in prescrizione per soli quattro mesi,
il reato di «vera e propria partecipazione alla associazione mafiosa,
apprezzabilmente protrattasi nel tempo», almeno fino alla primavera del 1980.
L’anno dopo, la Corte di Cassazione confermava la sentenza di appello,
ribadendo: «Quindi la sentenza impugnata, al di là delle sue affermazioni
teoriche, ha ravvisato la partecipazione nel reato associativo non nei termini
riduttivi di una mera disponibilità, ma in quelli più ampi e giuridicamente
significativi di una concreta collaborazione».
Sarebbe onesto che i vostri lettori conoscessero i fatti non stravolti,
soprattutto in un editoriale di apertura della prima pagina. Cordiali saluti
02 – IL CASO BERLUSCONI
SOCIETÀ PANNUNZIO – IL GIORNALE
Roma 28 maggio 2009
Egregio Direttore, in un suo articolo sul “Giornale”, 21 maggio 2009, intitolato
“Un procedimento ridicolo, senza uno straccio di prova”, Filippo Facci ha
scritto tra l’altro: “Peccato per due dettagli. Il primo è che la «reticenza» di
Mills contribuì alla condanna in primo grado di Silvio Berlusconi nel processo
All Iberian, successivamente assolto [corsivo nostro] ma non grazie a Mills”.
Sappiamo tutti che le opinioni sono sacre, ma altrettanto sacri sono i fatti. E
tutti sanno che è un fatto che Berlusconi nel caso All Iberian non fu assolto.
Nelle stesse conclusioni (5.3) della sentenza Mills è riportato come un dato
indiscutibile che nel caso All Iberian “i fatti relativi all’illecito
finanziamento a Bettino Craxi da parte di Fininvest tramite All Iberian sono
definitivamente provati, visto che la sentenza di primo grado, di condanna dei
vertici della società e fra essi di Silvio Berlusconi, non è stata riformata nel
merito, ma per intervenuta prescrizione”. Per Facci una condanna più una
prescrizione equivalgono ad una assoluzione. Forse sarebbe onesto che i vostri
lettori conoscessero i fatti non stravolti. Cordiali saluti
IL GIORNALE - SOCIETÀ PANNUNZIO
Egregio signore, ci sono due sentenze All Iberian. In una Berlusconi andò in
prescrizione, in una fu assolto. Ho precisato ciò che non avevo ben precisato
nell’articolo, lo ammetto, in un’intervista radiofonica e in un intervento
televisivo. Ammetterà che sono faccende complicate.
Ciò che forse non le è chiaro, è che la sua precisazione porta acqua al mio
discorso: Berlusconi, dunque, in Cassazione fu prescritto dopo che su
testimonianza di Mills era stato condannato in primo grado: benissimo. Chissà se
non fosse stato reticente.
Per quanto concerne la differenza tra prescritto è assolto, comprendo la
differenza di merito ma non di status: trattasi in entrambi i casi di non
colpevoli e non censurati. Filippo Facci
SOCIETÀ PANNUNZIO – IL GIORNALE
Caro Facci, la ringrazio per la risposta, ma credo che più che noi della Società
Pannunzio meritino di leggere la sua replica nonché la nostra precisazione i
lettori del Giornale, quelli stessi a cui è stata fornita una notizia a dir poco
imprecisa. Forse non lo sa perché la nostra Società è recente, ma una delle
nostre finalità è appunto quella di difendere i diritti dei lettori. Senza
pregiudiziali né politiche né ideologiche. Per il resto, ammetto che sono cose
complicate, ma noi giornalisti che ci stiamo a fare? E' nostro compito cercare
di capirci qualche cosa e spiegare proprio il merito senza nascondersi dietro il
formalismo, che in questo caso non basta neppure. Cordiali saluti
IL GIORNALE - SOCIETÀ PANNUNZIO
Ho inviato (avevo già inviato) la risposta che le ho dato in copia al Direttore,
come faccio in questi casi. Ogni valutazione starà a lui. Filippo Facci
03 – CASO BARROSO/STAMPA-CORRIERE DELLA SERA
SOCIETA’ PANNUNZIO – ORDINE DEI GIORNALISTI ROMA
Roma 9 giugno 2009
Caro Presidente, sabato 23 maggio “la Stampa”, nella rubrica delle lettere ha
diffuso una protesta [qui allegata] firmata da Pier Virgilio Dastoli, Direttore
della rappresentanza in Italia della Commissione europea, in cui si denunciavano
alcuni fatti: due giorni prima il giornale aveva pubblicato un articolo [qui
allegato], a firma Antonella Rampino dal titolo (virgolettato) “Gli italiani in
Europa lavorano troppo poco”, in cui si riportavano virgolettate molte
espressioni del presidente della Commissione europea Barroso. Secondo Dastoli,
“Contrariamente agli accordi con tutti i giornalisti presenti, ribaditi dallo
stesso Presidente Barroso e dal capo ufficio stampa della Rappresentanza, e
contraddicendo lo spirito dell’iniziativa, la vostra giornalista ha deciso
comunque di scrivere un articolo, pubblicato giovedì. Così facendo, ha tradito
non solo la fiducia del presidente ma anche quella dei suoi colleghi
giornalisti”. Nella replica Antonella Rampino non ha contestato la verità di
queste affermazioni, né quindi l’accordo (off the record).
Noi della Società Pannunzio abbiamo a cuore il diritto di cronaca, che riteniamo
giusto anteporre anche ad altri diritti concorrenti, e siamo favorevoli che per
far valere questo diritto ci si possa pure avvalere di metodi originali e
spregiudicati, tipici del giornalismo investigativo. Ma certamente non è questo
il caso. Qui si tratta soltanto della violazione di un accordo con le fonti, il
non rispetto della volontà della fonte e la violazione del codice deontologico
per slealtà nei confronti dei colleghi. Medesimo atteggiamento scorretto è stato
tenuto dal Corriere della Sera, con un articolo sullo stesso argomento di Gianna
Fragonara. Il Corsera ha pubblicato la protesta di Dastoli in una versione più
breve e non ha replicato.
Per questi motivi la Società Pannunzio in nome della correttezza
dell’informazione, con la presente che ha valore di esposto, chiede all’Ordine
dei giornalisti di Roma per entrambe le giornaliste l’apertura di un
procedimento disciplinare.
SOCIETÀ PANNUNZIO – LA STAMPA
Egregio Direttore, sabato 23 maggio “la Stampa”, nella rubrica delle lettere ha
diffuso una protesta firmata da Pier Virgilio Dastoli, Direttore della
rappresentanza in Italia della Commissione europea, in cui si denunciavano
alcuni fatti: due giorni prima il suo giornale aveva pubblicato un articolo, a
firma Antonella Rampino dal titolo (virgolettato) “Gli italiani in Europa
lavorano troppo poco”, in cui si riportavano virgolettate molte espressioni del
presidente della Commissione europea Barroso. Secondo Dastoli, “Contrariamente
agli accordi con tutti i giornalisti presenti, ribaditi dallo stesso Presidente
Barroso e dal capo ufficio stampa della Rappresentanza, e contraddicendo lo
spirito dell’iniziativa, la vostra giornalista ha deciso comunque di scrivere un
articolo, pubblicato giovedì. Così facendo, ha tradito non solo la fiducia del
presidente ma anche quella dei suoi colleghi giornalisti”. Nella replica
Antonella Rampino non ha contestato la verità di queste affermazioni e quindi
l’accordo (off the record). Noi della Società Pannunzio abbiamo a cuore il
diritto di cronaca, che riteniamo giusto anteporre anche ad altri diritti
concorrenti, e siamo favorevoli che per far valere questo diritto ci si possa
pure avvalere di metodi originali e spregiudicati, tipici del giornalismo
investigativo. Ma certamente non è questo il caso. Qui si tratta soltanto della
violazione di un accordo con le fonti, il non rispetto della volontà della fonte
e la violazione del codice deontologico per slealtà nei confronti dei colleghi.
Medesimo atteggiamento è stato tenuto dal Corriere della Sera. Per questo motivo
la Società Pannunzio ha inviato un esposto all’Ordine dei giornalisti di Roma,
chiedendo i provvedimenti del caso.
Sarebbe onesto che i vostri lettori conoscessero questi fatti e la nostra
decisione.
Condizione essenziale affinché le nostre denunce possano avere un effetto
tangibile è che si riesca a garantirne la massima conoscibilità. Si invita
pertanto ciascun destinatario della presente comunicazione a diffonderne il piu
possibile il contenuto.
Il Portavoce
Enzo Marzo
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