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Fallimenti di banche a catena, recessione e investimenti in ricerca

di Simone Malacrida * 

16.09.08 - Milano - Risale a sei mesi fa la segnalazione dell'Associazione Italiana per la Ricerca che un'eventuale recessione dell'economia americana ed europea si sarebbe tradotta in modo più marcato sui dati italiani. Sempre nella primavera del 2008 vi erano state indicazioni inequivocabili di cedimento del sistema bancario e creditizio americano dopo che l'estate scorsa era scoppiata la crisi derivante dai mutui subprime, dal crollo dei prezzi immobiliari e dall'iscrizione a bilancio di perdite dovute a strumenti di ingegneria finanziaria mal concepiti e male utilizzati.

Dopo sei mesi da quella segnalazione, gli eventi hanno purtroppo confermato quella prospettiva. In USA, oltre alla chiusura di una decina di banche regionali, abbiamo assistito alla liquidazione di alcuni colossi come nel caso di Bear Stearns (con un assorbimento forzato da parte di JPMorgan) o delle due agenzie governative Fannie Mae e Freddie Mac, di fatto nazionalizzate dalla Federal Reserve per evitare il crollo dell'intero sistema economico e finanziario.

In questi giorni, Lehman Brothers, quarta banca americana con alle spalle più di 150 anni di storia, è sotto i riflettori per la scarsa liquidità che sta provocando un altro fallimento pilotato. In generale, tutti gli altri istituti di credito, i fondi di investimento e le assicurazioni hanno registrato bilanci con enormi svalutazioni e stanno provvedendo a tagliare drasticamente intere divisioni interne e a reperire liquidità da nuovi soci di fondi mediorientali o asiatici. 

Tutto ciò ha avuto e avrà pesanti ripercussioni sull'economia reale: sono aumentati i disoccupati, l'economia e la produzione sono in frenata, le vendite e i consumi sono diminuiti. D'altra parte in Europa, pur non avendo ravvisato fenomeni di fallimenti bancari (eccezion fatta per Northern Rock in Gran Bretagna), l'intero settore ha comunicato un'ondata di dati deludenti e di svalutazioni. L'economia europea ha subito questo duro colpo registrando una frenata economica generalizzata e l'Italia ha confermato la tendenza degli ultimi 10-15 anni nel segnare performance peggiori rispetto alle altre nazioni europee. Sono di pochi giorni fa i dati sul PIL italiano stimato dall'OCSE che segnalano ancora una volta questo record negativo del nostro paese.

A rischio gli  investimenti per la ricerca

In questa situazione economica, gli investimenti in ricerca rischiano di subire una battuta di arresto e una riduzione sia da parte pubblica sia da parte privata. Negli USA, il salvataggio degli istituti di credito e del sistema economico attuale è stato fatto aumentando il debito statale americano, già elevato prima di questi fatti. Non è pensabile che l'unica soluzione sia una svalutazione del dollaro in quanto ciò provocherebbe un aumento dell'inflazione, un'erosione dei salari americani e un rischio maggiore di contrazione dei consumi e di recessione economica; si dovrà mettere mano al bilancio federale o aumentando le entrate tramite nuove tasse o tagliando alcune voci di spesa. In Europa sussistono dei vincoli sui parametri economici da rispettare; in particolare diminuendo la crescita del PIL (o addirittura avendone una decrescita) i singoli Stati dovranno contenere il debito pubblico, soprattutto dovranno farlo paesi in cui tale debito è a livelli elevati, come l'Italia. In questo contesto, è molto probabile il rischio di vedere un diffuso taglio alle spese, ivi compresa la ricerca, l'università e la scuola.

L'Associazione Italiana per la Ricerca manifesta una viva preoccupazione sul fatto che la ricerca e gli investimenti nell'innovazione tecnologica siano trattati alla stregua di spese di bilancio da contenere. Difatti, tali tagli non solo non apporterebbero alcun beneficio se non un effimero effetto sulla trimestrale di cassa, ma soprattutto impedirebbero una duratura e reale crescita economica nei prossimi anni. Inoltre, ulteriori riduzioni di bilancio nei confronti dell'università e del finanziamento agli enti di ricerca andrebbero a diminuire la percentuale del PIL italiano investita in innovazione, che è già tra le più basse d'Europa e molto distante dagli obiettivi di trattati e direttive comunitarie sottoscritte dal nostro stesso paese. 
Le risorse investite in questo settore sono poi quelle che garantiscono un maggiore ritorno economico, sociale e tecnologico per una società sempre più basata sulla conoscenza e sul sapere; tra l'altro, sono le uniche che possono invertire l'attuale deflusso di capitale umano costituito dai giovani laureati e dottorati italiani che si recano all'estero per motivi lavorativi. Per questi motivi, l'Associazione auspica che eventuali riduzioni di spesa colpiscano differenti settori, andando ad eliminare gli sprechi, aumentando l'efficienza della pubblica amministrazione, diminuendo i costi della politica nazionale e locale, eliminando lo sdoppiamento di competenze attribuibili ai vari Enti, riformando gli ordini dei professionisti e attuando una politica di concorrenza in quei settori caratterizzati da lobby e corporazioni.

Di certo, per attuare una politica di investimenti nel settore della ricerca in tempi di crisi economica, serve del coraggio politico e una visione della società proiettata al futuro. D'altro canto se è vero, citando Churchill, che "la differenza tra un politico e uno statista sta nel fatto che il politico pensa a vincere le elezioni, mentre lo statista pensa alle prossime generazioni", ora più che mai ogni nazione che pensa al proprio futuro sociale ed economico necessita di scelte congrue e precise.

*  Vicepresidente Associazione Italiana per la Ricerca
www.associazionericerca.it
 

 

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Autorizzazione Tribunale di Verona n°1258 - 7 Marzo 1997