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Alzheimer. Ricercatori italiani scoprono
una proteina che ferma in vitro la malattia
12.03.09 - è stata
identificata all' Istituto nazionale neurologico "C. Besta" di Milano una forma
mutata di beta-proteina in grado di bloccare, in vitro, la produzione delle
placche amiloidi alla base della Malattia di Alzheimer. La scoperta, pubblicato
oggi su Science, dovrà essere verificata sugli animali prima ancora che
sull'uomo. è stata oggetto di uno
studio , eseguito in collaborazione con il 'Mario Negri', l' Università di
Milano e il Nathan Kline Institute di Orangeburg (New York).
L'Alzheimer, più comune forma di demenza tutt'oggi inguaribile, in Italia
interessa 450 mila persone (6 milioni in Europa) . La cifra però è destinata a
raddoppiare entro il 2050 a causa dell'atteso aumento del numero di anziani, che
ne sono i più colpiti.
La malattia è causata
dall'accumulo nel cervello di un frammento proteico chiamato 'beta-proteina' che
si aggrega generando depositi insolubili: le placche amiloidi.
"La ricerca - spiega
Fabrizio Tagliavini, direttore del Dipartimento di malattie Neurodegenerative
dell'Istituto Besta - ha identificato una forma mutata di beta-proteina la quale
ha un comportamento sorprendente: si lega alla beta-proteina normale e blocca la
formazione di amiloide e di conseguenza lo sviluppo dell'Alzheimer".
"Questa proprietà - a
sua volta afferma Mario Salmona, direttore del Dipartimento di Biochimica
Molecolare e Farmacologia Molecolare dell' Istituto Mario Negri - apre una nuova
prospettiva terapeutica sia per le forme genetiche che per quelle sporadiche di
Alzheimer, basata sull'uso di frammenti proteici contenenti questa mutazione".I ricercatori del
Besta e del Mario Negri stanno già lavorando allo sviluppo di queste molecole e
alla valutazione della loro efficacia in modelli animali di Alzheimer. In
particolare il gruppo di Salmona, dopo aver riprodotto in laboratorio la
proteina mutata, sta mettendo a punto un C.Elegans (verme nematode) transgenico,
che rappresenta un modello rapido per le prime verifiche. Solo dopo si potranno
fare gli esperimenti su un mammifero.
E a questo proposito il gruppo di Tagliavini, in collaborazione con una
ricercatrice del Nathan Kline Institute di Orangeburg (New York) ha già ottenuto
un topo transgenico. "I tempi sono
lunghi, perché in questi modelli animali - precisa Tagliavini - le lesioni si
sviluppano dopo molti mesi e occorre osservarli per oltre un anno prima di
poterli utilizzare. Se tutto va bene, dovranno passare almeno cinque anni prima
di poter avere un farmaco. Ma questo è già un inizio promettente per una
malattia attualmente incurabile". Questa parte della
ricerca è stata finanziata dal ministero della Salute e dalla Fondazione
Cariplo. Per gli sviluppi futuri sono già stati interessati anche il NIH (USA) e
le autorità europee. (Ansa.it)
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