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25 Ottobre. Le Primarie del PD
1 - Ci saranno 10mila seggi elettorali e 175 collegi in tutta Italia. Tra i
posti più insoliti anche parrocchie, cinema e seggi itineranti.
2 - Per partecipare bisogna versare 2 euro. Possono votare Sedicenni e immigrati
con permesso di soggiorno. Si eleggono anche i segretari regionali e i membri
dell'assemblea nazionale
3 - E' eletto chi supera il 50% delle preferenze. Se nessuno raggiunge la
maggioranza assoluta si va al ballottaggio tra i primi due all'assemblea
nazionale il 7 novembre. Resta possibile un accordo politico per eleggere
direttamente il più votato alle primarie
La mozione Franceschini
Attorno a noi sta cambiando tutto. Quando ho pensato al mondo in cui si
muove il Partito Democratico, la mia mente è stata assalita da una quantità di
immagini, di scatti, di oggetti, di istanti, che segnano la spaventosa velocità
del cambiamento in cui ha agito politicamente l’ultima generazione e che ci
obbligano a pensare in termini nuovi. È un mondo che ha impiegato 10.000 anni
per raggiungere nel 1900 un miliardo di abitanti e che ne ha messi solo altri
110 per moltiplicarsi per 7 (e due su cinque di quegli abitanti sono o indiani o
cinesi).
Un mondo che corre così veloce che i padri spesso non sanno usare i giochi dei
loro figli, in cui i computer costano 1000 volte meno di 30 anni fa; un mondo
che riscopre una identità nomade dove il recapito telefonico e l’indirizzo
postale non sono più associate al territorio ma viaggiano con te. Tutto corre
nell'economia, nell'informazione, nelle nostre vite. E questa velocità sempre
più folle sembra travolgere le nostre certezze, come se ci togliesse ogni
appiglio, come se ci togliesse fiato, spingendo anche noi a correre. A correre
senza una meta, a correre perché tutto si consuma in fretta attorno a noi e
quindi bisogna vivere in fretta. Sembriamo condannati a vivere nel presente,
incapaci di guardare lontano, nelle nostre vite individuali come nelle scelte
collettive e nella politica. Incapaci di programmare, di fare oggi una scelta
che non darà frutti domani ma fra qualche anno, per noi o per chi verrà dopo di
noi. E' come camminare guardando la terra che si calpesta anziché tenendo lo
sguardo sull'orizzonte che si vuole raggiungere. E' stato il modello di
globalizzazione che è apparso trionfalmente vincente e indistruttibile sino alla
crisi di settembre, a trascinarci in questo incapacità di cercare il futuro.
I miti della crescita inarrestabile,
della competizione e del mercato senza regole, hanno spinto a costruire sulla
sabbia, a volere tutto e subito, perché tutto è sembrato possibile e facile. In
effetti, il mondo emerso dal crollo del Muro di Berlino, il mondo del terzo
millennio, è un mondo che si è messo a correre, come mai era successo prima. In
meno di un quarto di secolo, il prodotto globale è raddoppiato due volte. In
questo stesso periodo, in Asia, 400 milioni di persone sono uscite dalla
povertà. Tra il 2003 e il 2007, il reddito medio mondiale è cresciuto ad un
ritmo superiore al 3 per cento annuo, il tasso più alto dell'intera storia
umana. La crescita dell'economia mondiale, sino alla crisi, è stata impetuosa,
come mai era stata prima. Ma è stata anche il frutto di una contraddizione
profonda. E' stata alimentata da tre grandi, crescenti debiti americani:
l'indebitamento delle famiglie, il deficit commerciale, il debito pubblico, cui
va aggiunto un quarto debito: quello energetico ed ambientale con i suoi enormi
costi, in termini ecologici e climatici. La crescita costruita scaricando il
benessere raggiunto nel presente sulle prossime generazioni, sul futuro dei
nostri figli e dei nostri nipoti. Dunque la crisi nella quale l'economia globale
è entrata nell'ultimo anno, al di là dei fattori contingenti che l'hanno
provocata, è la crisi di un modello di capitalismo, miope e profondamente
egoista. Il modello che, esplodendo, ha consegnato al mondo il gigantesco
problema di riorganizzare il sistema economico mondiale su basi meno
squilibrate, cioè senza accumulare debito, senza penalizzare chi verrà dopo di
noi, con meno diseguaglianze fra le persone e fra i paesi. E' stato detto che il
populista pensa alle prossime elezioni, il riformista alle prossime generazioni.
Ecco. La destra italiana pensa sempre e solo alle prossime elezioni. Noi
democratici pensiamo prima di tutto alle prossime generazioni. Qui si apre lo
spazio per un nuovo riformismo. Un riformismo che abbia il coraggio di sfidare
le destre non rincorrendole, non limitandosi a proporre correttivi ai modelli
economici e sociali che ha imposto, ma mettendo in campo una gerarchia di valori
alternativa e proiettata sul futuro. Questa deve essere la nostra sfida e la
sfida dei riformisti europei.
Il nostro principale campo di gioco, infatti, si chiama Europa. Non è
un’idea fuori moda. Occorre tornare al coraggio e alla visione dei padri
fondatori per capire la grandezza del disegno.
L’obiettivo di una piena integrazione politica, di un’Europa che decide a
maggioranza anche su politica estera e difesa, che interviene nel momento della
crisi sui settori più deboli, che decide di più dove serve e un po’ meno dove
non serve più, quello è il nostro obiettivo.
E ovunque sia stato nel mondo, fuori dall’Europa, dove lo Stato confinante è
ancora percepito come una minaccia potenziale, dove in una capitale vicina si
può ancora andare a combattere invece che come in Europa a visitare un museo,
studiare per un programma Erasmus, fidanzarsi, là ho capito la grandezza del
progetto europeo. E far ripartire la crescita su binari nuovi dovrebbe essere
anche il compito di un'Europa che vuole tornare ad essere protagonista nella
ridefinizione del modello di crescita globale. E invece l'Europa rischia di
restare confinata in un ruolo secondario, non solo perché è politicamente debole
ma perché le manca una missione collettiva. E, non a caso, le elezioni europee
hanno messo in evidenza, nel Vecchio Continente, una tendenza politica assai
diversa rispetto a quella che tante speranze ha suscitato nel mondo. Le due più
grandi democrazie del pianeta, di fronte alla crisi economica, si sono affidate
ai riformisti: ai democratici americani di Obama o ai progressisti indiani di
Sonia Gandhi. In Europa hanno invece vinto i partiti di centrodestra e le
elezioni hanno anche fatto registrare un inquietante rafforzamento delle
formazioni populiste o xenofobe. Dinanzi alla crisi, insomma, Stati Uniti e
India si aprono, l'Europa si difende e si arrocca. È la paura che vince. Paura
della crisi, paura dell'immigrazione e delle società multietniche, paura del
futuro che spinge una società che invecchia a cercare chi offre più
conservazione, chi punta tutto sulla protezione individuale, esaltando e
rendendo assoluto il valore della libertà, a scapito della coesione sociale. E
noi riformisti abbiamo sottovalutato per molto tempo la suggestione che questa
cultura ha esercitato sulle nostre società e la profondità delle sue radici. La
crisi mette ora in discussione le forme economiche del pensiero politico della
destra, ma ancora non sembra scalfire le premesse su cui si regge quella
cultura. In un tempo che resta segnato dal conflitto e dominato da insicurezza e
paura del futuro, la destra cerca una sua nuova versione rassicurante e
difensiva.
Dalla stagione dell'ultraliberismo, del consumismo individualista,
dell'esaltazione del privato contro ogni idea di pubblico, si passa al ritorno
alla tradizione, all'ordine naturale, all'uso della religione come strumento di
governo e come baluardo della civiltà occidentale, alla piccola comunità chiusa
come antidoto alla globalizzazione. Insomma una versione corretta di Dio, patria
e famiglia. Il voto italiano va collocato dentro questo vento di destra che ha
attraversato l'Europa. Berlusconi stesso nel 1994 rappresentava una proposta di
cambiamento. Illusoria, ma era una proposta di cambiamento. Oggi anche la sua
proposta è solo di protezione e conservazione. Per questo non farà, non potrà
fare nessuna riforma vera per tutta la legislatura ma produrrà solo
provvedimenti tampone che trasmettano il messaggio di stare tranquilli, che dopo
la crisi tutto tornerà come prima. Noi riteniamo invece che la profondità della
crisi richiede non solo risposte specifiche alle paure e ai bisogni dei
cittadini ma una visione nuova, che adegui le strutture portanti del nostro
sistema economico sociale e istituzionale. Siamo consapevoli della necessità di
misure di emergenza per evitare l’aggravarsi della crisi in autunno. Per questo
abbiamo proposto provvedimenti immediati cogliendo istanze avanzate anche dalle
forze sociali: misure a favore delle imprese (vera accessibilità al credito
specie per le piccole e medie imprese, accelerazione dei pagamenti della
pubblica amministrazione, incentivi per rilanciare gli investimenti), dei
lavoratori (ammortizzatori per tutelare il reddito e favorire il reimpiego,
sostegno ai redditi da lavoro e da pensioni che soffrono per la crisi) e degli
enti locali per garantire le risorse necessarie agli investimenti e ai servizi
che solo loro possono fare. Se il governo avesse attuato per tempo una
contromanovra di un punto di Pil, come richiesto da noi, non saremmo al crollo
attuale del 5% e si sarebbe almeno dato un senso all’aumento del deficit e del
debito. E gli italiani avrebbero visto che qualcuno si occupava di loro. Ma,
oltre che all’emergenza, occorre pensare subito a interventi strutturali, a
quelle riforme lungimiranti che sono necessarie per prepararci a uscire dalla
crisi; perché servono a combatterne le radici, che non sono solo finanziarie, ma
affondano negli squilibri economici e nelle disuguaglianze sociali. Abbiamo
bisogno di riforme che correggano le gravi distorsioni nella distribuzione del
reddito e del mercato del lavoro, che rilancino la mobilità sociale; riforme per
valorizzare un capitale umano e sociale che si sta impoverendo; scelte di
politica industriale che sostengano l’innovazione e la ricerca, che sono beni
pubblici e non solo requisiti di mercato.
Serve una innovazione a 360° che diffonda l’uso intelligente delle
tecnologie, e promuova forme di organizzazione produttiva adattabile e
intelligente, oltre i modelli fordisti del secolo scorso; che superi la visione
corta e speculativa all’origine della crisi, che rilanci i progetti di lungo
periodo e dia valore ai contenuti immateriali e qualitativi tipici della
conoscenza. Un’area di intervento particolarmente importante riguarda la
modernizzazione dei vari settori dei servizi, che nella presente società sono
sempre più decisivi per la vita delle persone e delle imprese. La responsabilità
dell’attore pubblico e della politica è diretta nel caso dei servizi pubblici,
centrali e locali. Non per perpetuare indebite ingerenze nella loro gestione, ma
per dare un quadro stabile di regole e di indirizzi; per definire standard
comuni di qualità a livello nazionale, da controllarsi con autorità
indipendenti, per favorire la formazione di soggetti erogatori forti, capaci di
operare in campo aperto, anche incentivando l’aggregazione di servizi e aziende,
promuovendo le condizioni di concorrenzialità, o comunque l’adozione del sistema
delle gare per la gestione dei servizi. Vogliamo innovare il ruolo dello Stato
nell’economia, non per richiedere salvataggi di attività finanziarie e
imprenditoriali insostenibili, ma perché sappia regolare in modo autorevole il
mercato, ridisegnando le regole del gioco e rafforzando i controlli, adottando
politiche di liberalizzazione, utili a migliorare la competitività dei servizi
per i cittadini.
Un intervento pubblico che sappia creare condizioni favorevoli di
contesto, e che preveda un fisco più giusto per i cittadini e per le imprese
necessari a uno sviluppo equilibrato e sostenibile: in primo luogo
infrastrutture materiali e immateriali. L’innovazione economica si deve
accompagnare con il cambiamento sociale, a cominciare dal welfare, che sappia
rassicurare i cittadini, ridare prospettive e opportunità a persone e comunità,
sostenere la coesione sociale che è una risorsa fondamentale anche per
rilanciare il paese. Queste sono le sfide che noi vogliamo raccogliere. Ecco il
punto per noi, per il Partito Democratico: a differenza della destra, vogliamo
dire con forza che noi crediamo che dalla crisi possa uscire un'Italia migliore,
non quella di prima. Un'Italia che proprio attraversando le difficoltà riscopre
i valori fondanti della solidarietà, delle comunità locali, dell'essere una
nazione. Che recupera il senso di una grande missione collettiva in cui i
talenti di ognuno sono a disposizione non solo di se stessi ma del proprio
Paese. Il Partito democratico allora come forza che crede nel futuro. Che crede
nelle riforme come chiave per il cambiamento di cui l'Italia ha bisogno da anni
per uscire dalla stagnazione e dall'immobilismo. Che tutela gli interessi ma
solo se rispettano i valori. Perché rispettare un valore è spesso il modo
migliore per difendere un interesse. Combattere la povertà, contrastare il
degrado sociale non significa, forse, estirpare una delle radici più profonde
dell'insicurezza? Come dicevano i laburisti inglesi all'inizio del loro ciclo
vincente: "Combattere il crimine e le cause del crimine". O come ci ricordano le
parole di Victor Hugo che stanno incise nel marmo di uno degli ingressi della
Sorbona: "Aprire una scuola è chiudere una prigione".
Questo è quello che dobbiamo fare: ricostruire una identità del nostro
campo. La destra italiana in questi 15 anni ha avuto stabilità negli assetti e
un leader unificante. Così ha potuto costruire una identità, percepita da tutti,
attorno ad alcuni messaggi chiari: sicurezza, libertà di fare ogni cosa, meno
Stato. Il nostro campo nello stesso periodo ha avuto instabilità totale nei
leader, nei partiti, che si sono sciolti, ricostituiti, sostituiti, nei governi
fragili. E così non siamo riusciti a trasmettere che sensazioni indistinte, non
messaggi chiari e univoci. Se voti destra sai cosa voti. Se voti di qua non sai
cosa voti. E’ questo, più di ogni altra cosa, che spiega la sconfitta dello
scorso anno e i risultati negativi delle amministrative e delle europee.
Ricostruire una identità. Sarà un lavoro lungo e difficile ma il risultato delle
europee ci mette in condizione di ripartire. Dobbiamo fare arrivare agli
italiani messaggi comprensibili che facciano capire a tutti non solo la nostra
proposta per il problema del giorno dopo ma quale è il modello di società che
abbiamo in mente, qual è la diversità dei nostri valori di riferimento. Poche
parole chiare, che caratterizzino il partito e che indichino la via lungo la
quale costruire un programma di governo. Le parole di un riformismo moderno, che
usa le radici e la memoria delle culture politiche del 900 italiano non per
tornare nostalgicamente indietro, o per restare immobile, ma per immergersi in
un cammino nuovo ed emozionante. La prima parola è FIDUCIA. Fiducia è la
risposta alla paura che la destra alimenta e cavalca parlando di sicurezza.
Paura della crisi, paura di perdere il lavoro, dell'immigrato, della
criminalità, della povertà, della solitudine. Paura per il futuro del mondo e
per i nostri figli che dovranno viverci. Quella paura che spinge alle ronde, a
difendersi da soli, che spinge a rinchiudersi in casa, impauriti dagli altri che
ti vivono vicini, e da come te li rappresenta la televisione. Servono allora
misure e comportamenti che alimentino la fiducia personale e collettiva. Quella
fiducia che tiene insieme la vita, le comunità, il mercato. Tutte le nostre
politiche, tutte le nostre proposte concrete devono essere costruite attorno a
questo messaggio positivo. Dalle misure per proteggere i lavoratori e i
cittadini dalla crisi, alle riforme economiche necessarie a dare prospettive a
famiglie e imprese. Fino alle riforme istituzionali che ridiano fiducia ai
cittadini in uno Stato e in una politica che debbono essere basati sulla
trasparenza e sull'efficienza.
Fiducia e coesione vanno sostenute nel mondo del lavoro, evitando di
mettere, nella crisi, le difficoltà le une contro le altre, secondo antiche
divisioni sociali. Di fiducia e di sostegno hanno bisogno anche le imprese che
sono investite da una competizione globale dura e spesso senza regole. Noi
dobbiamo dare risposte ai loro bisogni, che abbiamo trascurato, perdendo così la
fiducia di questo mondo. Non possiamo essere indifferenti di fronte a 1.600.000
lavoratori che, come ricorda il governatore della Banca d’Italia Draghi, non
hanno alcun sostegno economico nella crisi e a oltre 500.000 che hanno solo
pochi euro: una folla di poveri che è destinata purtroppo a crescere in autunno,
se si continua a non fare niente, che avvilisce le persone e priva le imprese di
risorse umane preziose. Così rischiamo di lasciare un paesaggio produttivo e
umano desertificato. Per noi il mondo del lavoro di oggi è fatto insieme da
lavoratori e imprenditori. E gli imprenditori non hanno smesso, come è stato
detto, di essere nostri nemici per diventare nostri amici se rispettano le
regole.
Gli imprenditori sono una parte del mondo del lavoro e una parte di noi
democratici. In campagna elettorale sono stato a Prato, in una piccola impresa
del tessile. Il proprietario mi ha parlato dei problemi gravi della sua azienda
poi, indicando i suoi dipendenti, mi ha detto: "Io non licenzio nessuno. O ci
salviamo tutti o chiudo". Questa è l'Italia che sconfiggerà la crisi. Combattere
la precarietà, migliorare le condizioni dei lavoratori e dare alle imprese
protezione dalla crisi e sostegno per innovare, sono due pezzi della stessa
politica, la nostra politica. Le proposte che abbiamo avanzato in questi mesi
per fronteggiare l'emergenza, dall'assegno di disoccupazione al credito per le
piccole e medie imprese, sono due piccole prove di come si possa spingere
all'unità del mondo del lavoro e non alle divisioni e alla disgregazione
sociale, come se la società fosse divisa tra le vecchie classi di un tempo
finito. Anche per questo è giunto il tempo di ragionare su forme moderne di
partecipazione dei lavoratori alle scelte delle imprese, come ci indica da
decenni la nostra Costituzione. Dobbiamo ridare fiducia a milioni di persone
impaurite. Per questo vogliamo cambiare il nostro welfare e renderlo uno
strumento universale che accompagni tutte le persone e le famiglie nel corso
della vita, proteggendole dai rischi della povertà e dell' emarginazione. Un
welfare che cominci dalla cura e dall'educazione dei bambini, e che dia un ruolo
centrale alla formazione permanente, come leva fondamentale per valorizzare le
capacità personali. E vogliamo che riguardi non solo i lavoratori subordinati,
come nel welfare storico, ma anche i lavoratori autonomi e gli imprenditori,
specie quelli piccoli che oggi sono privi di difese sociali.
Per i lavoratori autonomi vanno ricercate, e discusse con loro, forme di
protezione adatte ai loro bisogni. Vogliamo che gli ammortizzatori siano un
diritto per tutti, non una concessione discrezionale del governo. Solo diritti
certi, non deroghe caso per caso e concessioni del governo, possono ridare
prospettive e fiducia. Per ridare fiducia non basta offrire protezione.
Dobbiamo offrire prospettive di futuro e opportunità. Questa è una lezione che
ci viene dall'esperienza, dalle reazioni che registriamo di fronte alla crisi.
Non riusciremo a convincere neppure le persone più bisognose di aiuto e di
sicurezza se ci limitiamo a promesse di assistenza. Così non siamo competitivi
con le proposte della destra che indicano, anche se in modo illusorio,
prospettive di arricchimento, di affermazione e di autonomia personale. Dobbiamo
indicare una via più ambiziosa e più equa: quella di un welfare rassicurante,
attivo e insieme solidale; politiche economiche e sociali che valorizzino non
gli interessi egoistici di singoli o di territori, ma uno sviluppo equilibrato e
sostenibile per tutta l'Italia. La fiducia va alimentata con un nuovo patto fra
generazioni e generi in sostituzione di quello del secolo scorso che non è più
sufficiente per le trasformazioni demografiche, dei cicli di vita e dei rapporti
familiari. Un nuovo patto generazionale deve ridare fiducia alle famiglie.
Dobbiamo prendere atto del ritardo con cui il nostro paese ha affrontato i
cambiamenti intervenuti nella famiglia e dobbiamo raccogliere le sfide che da
essi derivano.
Ogni aspetto della famiglia è cambiato: composizione, vita media,
tipologia, rapporti tra uomini e donne e tra generazioni. Per non parlare delle
famiglie immigrate. E’ arrivato il momento di riaprire un grande confronto sulla
legislazione per la famiglia, compresi la mediazione familiare, il tribunale per
la famiglia e la persona. Non dobbiamo aver paura di sviluppare un dibattito su
temi rilevanti per la vita di ogni persona. Partiamo da principi condivisi, e in
particolare dalla consapevolezza che ogni persona va rispettata nel suo
orientamento sessuale e nelle sue scelte di vita. Grazie al PD oggi è possibile
creare una convergenza fra le diverse concezioni, culturali etiche e religiose
per dare una risposta condivisa a tali sfide. Le nostre politiche partono dalla
convinzione che la famiglia è un’opportunità per le persone e una risorsa
fondamentale per la società.
Ma essa non può essere lasciata sola, oggi meno che mai, di fronte a una crisi
che aggrava le difficoltà di tutte le sue componenti, dai bambini, alle donne
che trovano sempre più pesante conciliare i tempi di lavoro e della vita
familiare, alle giovani coppie la cui precarietà blocca il desiderio di avere
figli. A differenza della destra, che ha disinvestito sulla famiglia, noi
vogliamo sostenere la famiglia che investe su se stessa, sul benessere dei
figli, sul lavoro dei giovani, delle donne e degli uomini, che valorizza ogni
stagione di vita degli anziani, che rispetta i diritti dei disabili e degli
immigrati. Per ridare fiducia alle famiglie e sostenerle nel loro compito
occorre riconsiderare a fondo le politiche familiari e incentrare sulla famiglia
molti istituti del welfare. Bisogna regolare i diversi aspetti della convivenza
civile attorno al dato delle esigenze della famiglia nelle sue varie forme,
tradizionali e nuove, specie per quanto riguarda i figli. In tale direzione
devono orientarsi misure diverse: quelle di welfare, servizi di cura, fondo per
la non autosufficienza, asili nido. Ma anche il sistema tributario: non tanto il
quoziente familiare, quanto un sistema di assegni organico e più sostanzioso di
quelli attuali. La politica delle città: edilizia popolare, politica degli
affitti, spazi comuni. Il sistema pensionistico che consideri ai fini
contributivi i periodi di maternità e di cura. La politica della mobilità, con
agevolazioni per il trasporto pubblico ai nuclei familiari molto numerosi. La
fiducia va restituita anche dando risposte alle paure dei cittadini, alimentate
dalla criminalità e dall'immigrazione clandestina. Le risposte sono credibili se
sanno coniugare fermezza nel contrasto all'illegalità, da chiunque provenga, con
politiche di integrazione sociale e di accoglienza. Su questi terreni la nostra
politica tradizionale è stata perdente, e va corretta. Perché ha sottovalutato i
problemi e le paure dei cittadini, non si è messa dalla loro parte, non si è
disposta a capirli.
La maggioranza degli italiani, e dei ceti popolari, se non riceve
risposte, perde la fiducia nella buona politica e accetta le risposte della
destra che assimila immigrazione a crimine, e ora indica l'immigrato anche come
quello che ti toglie un posto di lavoro. Non si tratta di inseguire le ricette e
i proclami repressivi della destra, inefficaci ma che intanto colpiscono
l'immaginazione e il vissuto delle persone, anche dei nostri militanti. Bisogna
recuperare fiducia dimostrando con i fatti che siamo in grado di difenderli,
facendo rispettare l'ordine pubblico, se necessario con durezza come hanno fatto
alcuni nostri sindaci, contrastando ogni forma di illegalità per evitare che
l'impunità di pochi comporti la criminalizzazione di tutti.
Solo facendo così potremo spiegare le buone ragioni dell'integrazione e
dell'accoglienza. E quelle della solidarietà umana con chi attraversa il mare
umiliato dallo sfruttamento dei racket.
L’organizzazione criminale si deve contrastare con un impegno congiunto della
società civile, delle istituzioni dello stato e delle autonomie locali: perché
solo con questo sforzo comune se ne colpiscono le radici che sono profonde e si
manifestano in forme diverse nei vari territori.
Non si tratta solo di prevenire e reprimere singoli comportamenti illeciti, ma
di garantire il controllo del territorio, in modo capillare, visibile e stabile.
Tagliare le risorse essenziali e inventarsi le ronde è una grande contraddizione
del governo, che indebolisce la lotta alla criminalità. Occorrono misure
concrete per rafforzare l’opera delle forze dell’ordine recuperandole da
impieghi non essenziali (scorte, compiti d’ufficio, ad esempio per il rinnovo
dei permessi di soggiorno delegandoli ai comuni), operando per il coordinamento
reale delle forze di polizia, con una centrale operativa unica.
Nell'immediato la nostra priorità sul fronte sicurezza deve essere la lotta al
ddl intercettazioni, che indebolirebbe in modo grave tutta l’attività
investigativa. Mostriamo con questo che a noi la sicurezza dei cittadini sta a
cuore seriamente, mentre la destra la mette a rischio. Occorre rigore e coerenza
nell’aggredire i patrimoni della malavita organizzata, colpendo chi li protegge
o è connivente. Occorre recidere con decisione i rapporti, ancora esistenti, fra
mafia e politica.
Una misura parallela è la velocizzazione dei processi per una effettività delle
pene, con un miglior utilizzo delle risorse umane e delle nuove tecnologie.
Bisogna difendere l’efficienza e l’autonomia non la politicizzazione della
magistratura. Serve costruire più carceri civili e dignitosi, quelli attuali
sono di nuovo al limite della capienza, se vogliamo scongiurare il ritorno
all’epoca della rivolta delle carceri.
Nel caso degli immigrati il
rispetto della legge va imposto senza discriminazioni ma senza pietismi.
Cominciando con il contrasto degli ingressi clandestini. Con un dimensionamento
più realistico dei flussi. Con strumenti adeguati per facilitare le presenze e
il lavoro regolari, ripristinando la figura dello sponsor accreditato e
responsabile, garantendo permessi per ricerca di lavoro di durata ragionevole. E
rafforzando gli accordi bilaterali con i paesi di più forte immigrazione, e con
un’azione congiunta dell’intera Unione europea. La fiducia è un bene durevole,
da costruire nel tempo. Per questo richiama la politica a comportamenti
responsabili, che affrontino senza improvvisazioni i problemi delle persone e
che ricerchino con coerenza soluzioni stabili.
Per questo vogliamo la stabilità politica e dei governi. Per gli stessi motivi è
necessario rigore nel controllo della spesa pubblica, che anche quest’anno è
fuori controllo, nonostante i tagli del governo.
Non tagli indiscriminati ma lotta agli sprechi che sono ancora tanti e
all’evasione fiscale, vero cancro della nostra vita economica e civile che
corrode la fiducia fra cittadini e stato. La lotta all'evasione va fatta senza
pregiudizi “classisti”, per chiunque evada, sia l’imprenditore sia il dipendente
che ha un altro lavoro in nero.
E’ necessaria una nuova cultura fiscale, per arrivare a un sistema più equo e
meno oppressivo, che passi ad esempio dalle detrazioni, oggi prevalenti, ai
bonus, ai servizi detassati, al contrasto di interessi. Controllare la spesa per
ridurre il macigno del debito pubblico non è una mania di ragionieri, è
necessario per rendere possibile la riduzione delle tasse; ed è un impegno
decisivo per garantire il futuro delle nuove generazioni, per non spostare su di
loro il peso di decisioni che spettano a noi.
La seconda parola del nuovo riformismo è REGOLE. Da anni la destra
italiana predica la sregolatezza, che tollera o incentiva le irregolarità, che
esalta l'individualismo, la furbizia "dell'ognuno per sé" in ogni campo. Ha
fatto dimenticare che buone regole non sono ostacoli all'iniziativa e alla
libertà di persone e imprese ma sono invece strumenti di tutela dalle
ingiustizie e dalle disuguaglianze. Noi vogliamo buone regole che oltre a
sancire diritti, stabiliscano doveri e responsabilità, garantiscano la sicurezza
collettiva. Se ci fosse stato più rispetto delle regole non avremmo avuti i
disastri di Viareggio e le conseguenze del terremoto che ha colpito l'Aquila e
l'Abruzzo. Non avremmo 1300 morti sul lavoro sul lavoro ogni anno e oltre 6000
sulle strade; non avremmo i livelli spaventosi di evasione fiscale e di lavoro
nero, che frodano il presente e sottraggono risorse al futuro. L'applicazione
rigorosa delle regole è il presidio della legalità e del contrasto alla
criminalità organizzata che uccide le potenzialità straordinarie di interi pezzi
del Paese. Di regole ha bisogno l'economia perché la loro assenza è la causa
principale della destabilizzazione dei mercati finanziari e degli squilibri
nell'economia reale. E proprio all'economia e alle imprese servono regole
semplici e stabili che garantiscano il corretto svolgersi della concorrenza, che
rompano i conflitti di interessi che in Italia sono diventati silenziosamente
accettati, come fossero normali, avendo davanti l'esempio della massima autorità
di governo.
Dobbiamo dirlo. Il centrosinistra ha colpe precise non aver approvato una
normativa sul conflitto d'interessi quando era maggioranza dal 1996 al 2001, ma
quella responsabilità non ci può spingere adesso a restare ancora fermi e
silenti. Abbiamo bisogno di nuove regole nello Stato e nella Pubblica
Amministrazione, che funzionano male e peggio che negli altri grandi paesi
europei.
Un partito come il nostro ha un interesse vitale a far funzionare meglio lo
stato e le Pubbliche amministrazioni. Perché un sistema pubblico funzionante è
necessario per attuare le riforme, e per garantire la effettiva fruizione dei
diritti dei cittadini, dalla giustizia all’istruzione, ai servizi pubblici.
Per regolare il mercato e integrarlo quando non funziona. Un efficiente sistema
pubblico è condizione anche per praticare senza squilibri la collaborazione con
il settore privato, profit e non profit.
La gravissima crisi di affidabilità del sistema politico-istituzionale è
squadernata ogni giorno sotto i nostri occhi dalle immagini televisive: le
inchieste e gli scandali, la guerra tra le procure, i rifiuti campani, la
lentezza della giustizia e della burocrazia che ostacola e sperpera. E potrei
continuare. Lo stesso patto di lealtà fiscale ha come necessario presupposto che
il cittadino sappia che i suoi soldi non vadano a finanziare spreco e
inefficienza. E sappia che chi viola le leggi, esportando illegalmente capitali,
non venga premiato anziché essere punito dalla legge. Per questo il PD deve
impegnarsi per modernizzare lo Stato, anche stando all'opposizione.
Noi non ci sottrarremo alla possibilità di condividere, anche da subito,
con i nostri avversari una riforma che renda più efficace l'azione di governo e
il ruolo del parlamento, cominciando dal passaggio ad una sola camera
legislativa, con un senato federale ed un conseguente dimezzamento dei
parlamentari eletti. L’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti di provincia
e di regione, e delle stesse cariche monocratiche del nostro partito è diventata
ormai parte del nostro sistema. Ma occorre ricostruire il sistema di checks and
balances fra i poteri dello Stato.
Riformare il bicameralismo, rafforzare il diritto dei cittadini di decidere
sulle loro rappresentanze parlamentari e politiche, con un sistema elettorale
che lo valorizzi, dare attuazione coerente alla scelta federalista, valorizzare
l’autonomia della giustizia, ma pretendendone la efficacia e la distanza dalla
politica.
Allo stesso fine è urgente il rinnovamento dei partiti, per valorizzarne la
funzione di rappresentatività nei rapporti con i cittadini, anche sulla base di
una riforma che dia finalmente attuazione all’articolo 49 della nostra
Costituzione.
La riforma delle istituzioni da sola non basta: deve appoggiarsi sull’empowerment
dei cittadini, cioè sulla loro possibilità di influire individualmente e
collettivamente sulle decisioni.
La riforma federalista non deve essere un mero trasferimento di funzioni da
Stato a regioni, ma deve valorizzare le autonomie di tutti i governi locali e
costituire l’occasione per ripensare il rapporto cittadino – autorità nel nostro
sistema. Questo è il senso della regola di sussidiarietà cui ispiriamo la nostra
azione politica: allargare gli spazi di partecipazione, non solo istituzionale
ma sociale.
Sviluppare istituti di welfare non solo statali, ma territoriali e sociali. Il
mondo del non profit in molte realtà, soprattutto al Nord, sta rispondendo alla
crisi economica puntando sul network, sperimentando welfare di comunità e
consorzi il cui capitale è la solidarietà operativa e finanziaria.
Uscendo ormai anche dal più tradizionale e forte impegno nei servizi in campo
sociale e sanitario.
Il non profit è diventato una sorta di spina dorsale invisibile del nostro paese
e sta garantendo la coesione sociale anche nelle situazioni che la crisi
economica ha messo in maggiore difficoltà divenendo esso stesso una risposta
alla crisi. Per questo è necessario partire anche da quell’innovazione dal basso
sperimentata da questo mondo che significa partecipazione attiva, centralità
delle persone, valori come risposta culturale e concreta alle difficoltà
politiche e sociali che abbiamo davanti. La centralità del cittadino, il nesso
libertà–responsabilità vale anche per la giustizia.
Il funzionamento della giustizia è una questione essenziale per la vita dei
cittadini e per la stessa economia del paese. Gli attuali tempi, lunghi e
incerti, dei processi angosciano le persone, e opprimono le imprese. Sono fra le
ragioni che ostacolano gli investimenti esteri in Italia.
Non è quindi un tema che si possa lasciare agli addetti ai lavori, giudici e
avvocati, come è stato fatto finora.
E’ prioritario garantire una ragionevole durata del processo. Per questo
servono modifiche alle procedure per renderle più semplici e più veloci,
scoraggiando tutti i comportamenti dilatori, anche quelli concordati fra
avvocati. Occorre favorire mezzi alternativi di soluzione delle controversie
(conciliazione e arbitrato), garantire costi ragionevoli per l’accesso a tutti i
procedimenti e il gratuito patrocinio a chi ha bisogno, specie per le cause di
lavoro, di previdenza e simili. Occorre inoltre migliorare il funzionamento
della “macchina” della giustizia, prevedendo gli strumenti tecnici e
organizzativi necessari, distribuendo meglio gli organici e i carichi di lavoro,
chiedendo anche ai magistrati un impegno maggiore e verificabile. Noi vogliamo
difendere l’autonomia della magistratura, e pretenderne l’efficienza per un
migliore servizio ai cittadini.
La terza parola è UGUAGLIANZA. Uguaglianza è stata la parola forte dei
grandi movimenti riformisti del secolo scorso. Qualcuno pensa che sia caduta in
"disuso" e superata. Ma non è così.
E' una parola moderna, centrale nel mondo globalizzato. Un mondo in cui senza
gli anticorpi della politica le disuguaglianze sono destinate ad aumentare
drammaticamente, dentro i paesi e tra i paesi del mondo. Uguaglianza non come
appiattimento delle differenze ma come valorizzazione delle diverse capacità
delle persone, come uguaglianza delle opportunità, da sostenere non solo nelle
condizioni di partenza ma nel corso della vita di ciascuno. L'Italia ha
purtroppo un primato negativo: ha visto crescere le diseguaglianze tra i
redditi, ha visto aumentare le distanze tra pezzi del suo territorio. Ha
permesso il persistere di vaste sacche di povertà, specie nel mezzogiorno. Ha
registrato un blocco dell'ascensore sociale che ostacola la possibilità delle
persone di sviluppare le proprie capacità. Sono queste le diseguaglianze che
sottraggono ai nostri giovani le aspettative dei coetanei di altri paesi
europei, che impediscono al figlio dell'operaio di avere le stesse opportunità
nella sua vita del figlio del notaio. Noi vogliamo cambiare questo destino che
la destra ritiene inevitabile. Vogliamo invertire la tendenza partendo da
proposte immediate. Vogliamo correggere un assetto produttivo e distributivo che
ha penalizzato i redditi da lavoro, soprattutto subordinato, rispetto alle
rendite e ai redditi da capitale e che ha svalutato in particolare il lavoro
operaio e manuale. Per questo serve una politica che da una parte riprenda la
lotta all’evasione e all’elusione, dall’altra alleggerisca la pressione fiscale
sui redditi da lavoro e sulle pensioni e prosegua la incentivazione del salario
di produttività contrattato in azienda e sul territorio. Ma la tendenza alla
disuguaglianza va invertita anche e soprattutto con proposte attive, che creino
aperture sociali e ridiano dignità al lavoro in tutte le sue forme. Pensiamo
allo sviluppo della rete, della banda larga, come all'investimento
infrastrutturale più importante di questo decennio. Come vettore di crescita e
di riduzione delle disuguaglianze territoriali.
Pensiamo per i giovani studenti a un anno di presenza all'estero finanziata, un
Erasmus obbligatorio nel proprio percorso formativo, ma anche a incentivi a
studenti stranieri per studiare in Italia, per attrarre cervelli. E all'interno
del paese pensiamo ad uno scambio fra studenti del Nord e del Sud per rafforzare
esperienze e culture comuni, per aprire le comunità del mezzogiorno. Noi
pensiamo al Mezzogiorno come la possibile risorsa dell'economia italiana. E' la
politica nazionale, siamo noi, non un partito del Sud, a dover credere che
questo è possibile. Il Mezzogiorno è stato per decenni alla periferia del
sistema economico. Oggi il cambiamento geopolitico del mondo, la centralità del
Mediterraneo possono trasformarlo da periferia dell'Europa nella sua principale
porta d'accesso.
Per riuscirci non ha bisogno di assistenza o di aiuti generici ma richiede
risorse per ridurre il divario infrastrutturale, per sostenere le imprese che
investono, per colmare i ritardi del sistema formativo e, soprattutto, per
vincere la battaglia nazionale per la legalità e contro le mafie. E’ necessario
concentrare gli interventi su pochi obiettivi prioritari, per evitare l’attuale
“polverizzazione” della politica di coesione nazionale e comunitaria, che ha
finora ridotto fortemente l’efficacia degli interventi. A tale scopo, deve
prevedersi all’interno della Conferenza Stato – Regioni, un Comitato operativo
delle Regioni meridionali che svolga funzioni di indirizzo e proposta al fine di
definire interventi coerenti con strategie di sviluppo della macro-area
meridionale.
“Terapia d’urto”: un primo pacchetto di misure immediate si basa su alcuni assi
portanti.
Nell’immediato, occorre focalizzare le risorse (ordinarie e straordinarie) su un
numero limitato di interventi, con l’obiettivo di dimezzare entro il 2013
l’inaccettabile divario esistente tra Nord e Sud nelle infrastrutture e nei
servizi resi dall’amministrazione pubblica ai cittadini. L’azione pubblica di
sviluppo nel Mezzogiorno deve porre al centro l’impresa. Gli interventi devono
incentivare la nascita di nuove imprese, lo sviluppo e il consolidamento di
quelle esistenti. In tale ottica, va reintrodotta da subito la automaticità
nella fruizione del credito d’imposta per nuovi investimenti nel Mezzogiorno,
cancellando la norma inserita dal Ministro Tremonti che, condizionandone la
fruizione ad un complesso sistema burocratico di prenotazione e verifica ne ha
di fatto compromesso l’operatività.
C’è una generazione di giovani meridionali che sta realizzando importanti
progressi nei livelli di scolarizzazione, a cui dobbiamo dare risposte in
termini di opportunità di impiego e di realizzazione individuale.
Tale esigenza diviene ancora più forte in un momento di crisi quale
quello che stiamo vivendo che rischia di tenere molti giovani scolarizzati fuori
dal mercato del lavoro. Dobbiamo impedire che continui l’esodo verso il Nord dei
giovani laureati del Mezzogiorno.
Noi proponiamo un piano di 100 mila stage presso imprese private destinati a
giovani diplomati e laureati del Mezzogiorno, al fine di favorire il loro
inserimento lavorativo.
Un intervento volto a favorire l’accesso al lavoro e la formazione in aziende
localizzate nel Mezzogiorno attraverso l’offerta di un periodo di esperienza a
carico dello Stato presso imprese private che al termine di tale periodo vengano
significativamente incentivate ad assumerli.
Uguaglianza significa poi valorizzare la libertà di scelta e di lavoro delle
donne. Perché la libertà delle donne è la condizione essenziale per avere una
società più dinamica e moderna, in cui la parità tra generi sia semplicemente
garantita da una vera selezione sui talenti e le qualità personali.
Nel mondo la battaglia per i diritti umani delle donne come diritti universali
attraversa continenti, etnie, culture. L’emancipazione di interi popoli,
pensiamo all’Africa, da povertà, malattie, sopraffazioni sta avvenendo grazie
alla capacità di governo delle donne.
L’ONU ha indicato fra gli obiettivi del millennio la libertà delle donne in ogni
ambito della vita pubblica e ha individuato nella collaborazione fra uomini e
donne la strada per ridefinire il valore della famiglia, i ruoli nella società,
le responsabilità nella politica e nelle istituzioni. Possiamo partire da queste
indicazioni e iniziare un cammino inedito per risolvere i tanti problemi e
rispondere alle attese delle donne del nostro paese. L’Italia non è in Europa,
se guardiamo al tema della rappresentanza. Le donne elette in tutte le
istituzioni sono ancora pochissime, manca una legge sul riequilibrio della
rappresentanza fra uomini e donne ad ogni livello nella vita pubblica.
L’articolo 51 della Costituzione parla chiaro, ma ha bisogno di strumenti
applicativi.
Siamo lontanissimi da una democrazia paritaria, ma anche quella delle pari
opportunità non è vicina.
Questo tema interpella direttamente un partito che ha l’ambizione di essere
nuovo per davvero.
Per le donne serve una parola in più: il coraggio. Il coraggio di investire
sulle donne come forza di cambiamento della società. Il coraggio di riconoscere
la donna come essenziale per una cultura laica, aperta alla convivenza, che
riconosce, accoglie, e valorizza le differenze. La responsabilità politica delle
donne sta nella capacità di essere squadra, nell’incontro e non nello scontro
fra le generazioni, nella trasmissione dell’esperienza e nell’ascolto delle
novità. Sta nella capacità di mettere in discussione certezze per comprendere il
punto di vista altro, nella caparbietà di far divenire le debolezze punti di
forza, nel conflitto positivo che genera qualità della rappresentanza. Le donne
hanno cambiato il volto della politica, hanno criticato il potere fine a se
stesso, hanno cercato di finalizzarlo alle conquiste civili e alla crescita di
valori condivisi. La politica italiana ha bisogno di più donne. Pensiamo a come
ricostruire luoghi plurali delle donne nel PD, inventando forme e modi, affinché
sia possibile far vivere una nuova autonomia femminile che ha nell’incontro con
la parte maschile del partito il compimento di un disegno, di una visione
credibile da proporre al paese. Allora il rinnovamento che auspichiamo sarà
davvero il frutto di una storia in cammino, in cui tutti, uomini e donne
insieme, saranno protagonisti nella solidarietà, nella distinzione non
gerarchica dei ruoli, nella comune passione di una nuova politica per il nostro
paese.
Ma la libertà delle donne si misura anche e soprattutto in politiche attive.
Per questo proponiamo misure di sostegno all'occupazione femminile, dirette alla
condivisione dei ruoli nella famiglia e alla conciliazione fra lavoro e vita
personale, e proponiamo un credito fiscale ai genitori che lavorano per le spese
relative alla crescita e al mantenimento dei figli. E sono queste le basi su cui
vogliamo costruire un nuovo patto fra generazioni e generi. Un patto che
riguardi anche il sistema previdenziale. Oggi è possibile e giusto chiedere la
disponibilità ai genitori di lavorare qualche anno di più, se viene data a loro
la certezza che questo serve non per finanziare sprechi, ma per dare ai propri
figli più ammortizzatori sociali e più certezze sul loro futuro previdenziale.
La nostra proposta è di recuperare il principio della flessibilità del
pensionamento proprio della legge Dini del 1995: in particolare fissando una
fascia di età comune per uomini e donne, all'interno della quale ciascuno possa
scegliere il pensionamento sulla base delle proprie condizioni di lavoro e di
vita familiare e personale. L'equiparazione del sistema nel caso delle donne
deve essere accompagnata da misure che considerino i periodi di maternità e il
lavoro di cura ancora prevalentemente svolto dalle donne, ad esempio
riconoscendo, come avviene in altri paesi europei, un certo ammontare di
contributi figurativi in corrispondenza di tali periodi. Serve un patto che
allarghi le opportunità per tutti i cittadini nelle diverse fasi della vita,
rispettandone e valorizzandone le diversità. La promozione dell’eguaglianza
implica valorizzare il lavoro come manifestazione essenziale della creatività e
della dignità dell’autonomia delle persone. Vogliamo valorizzare il lavoro in
tutte le sue forme come richiede la Costituzione, anche quello autonomo e
imprenditoriale. Questo non significa ignorare le diversità di posizioni fra
lavoro subordinato e impresa, né la possibilità di conflitto. Ma occorre
riconoscere che oggi impresa e lavoratori sono esposti a sfide competitive
comuni senza precedenti, che sono simili più di un tempo i bisogni di protezione
dai rischi del futuro. Queste sfide non si vincono senza un impegno congiunto:
il che implica non solo di mettere da parte le ideologie della lotta di classe
ma anche superare condizioni riduttive dei patti fra produttori, cioè fra
soggetti che restano fondamentalmente divisi anche se occasionalmente disposti
al compromesso.
Si tratta di ricercare forme di partecipazione sia su obiettivi specifici sia
istituzionali, con la presenza dei lavoratori nei consigli di sorveglianza. Il
test di questa partecipazione deve essere la capacità di servire alla crescita
comune, non solo dei prodotti, ma della loro qualità, di promuovere una
competitività basata non sulla precarietà del breve periodo, ma sulla
valorizzazione delle risorse personali di tutti, dipendenti, manager,
professionisti, sull’uso intelligente delle innovazioni tecnologiche e
produttive.
La partecipazione diventa così uno strumento della eguaglianza delle
opportunità economiche e sociali. Uguaglianza significa infatti tener conto
delle diversità, anche di quelle interne al mondo del lavoro dipendente. Non
vogliamo appiattirle ma vogliamo garantire a tutti i lavoratori una base comune
di tutele e opportunità. Vogliamo contrastare la precarietà, non occuparcene
soltanto per l'assenza di ammortizzatori sociali quando il lavoro è ormai
perduto. Vogliamo contrastare l'abuso dei contratti a termine, rendere
conveniente le assunzioni a tempo indeterminato con misure di
incentivo/disincentivo, facilitare i percorsi di passaggio dal lavoro precario a
quello stabile, anche sperimentando forme di contratti a tutele crescenti nel
tempo, che riducano la pletora degli attuali strumenti di accesso, estendendo i
diritti e facilitando l'entrata al lavoro stabile soprattutto dei soggetti più
deboli. Le nostre proposte indicano chiaramente diverse misure: dal superamento
delle forme di collaborazione professionale che coprono rapporti di lavoro
subordinato alla estensione modulata dei fondamentali diritti e tutele alle
collaborazioni genuine, con la progressiva parificazione degli oneri sociali
rispetto al lavoro standard, agli ammortizzatori sociali universali per tutte le
imprese e i lavoratori, compresa una tutela per chi non ha i requisiti
assicurativi o ha esaurito gli ammortizzatori. Sino alla previsione di una
soglia minima di salario, comune a tutti i tipi di contratto di lavoro. Questo
zoccolo sociale comune costituisce la base per una buona occupazione e per una
flessibilità sostenibile. In coerenza con la nostra idea occorrono servizi
efficienti per il sostegno dei lavoratori; e nello stesso tempo bisogna rendere
effettiva la perdita di tutela per chi non accetta congrue offerte di lavoro e
formazione.
L’eguaglianza in tema di lavoro richiede politiche per ampliare le
opportunità di occupazione; necessarie anche oggi nella crisi, perché
l’ampliamento del mondo del lavoro è altrettanto importante della sua
riunificazione e la precarietà va combattuta anzitutto promuovendo la buona
occupazione. Per questo vogliamo sostenere con politiche attive l’innalzamento
del tasso di occupazione ai livelli europei, a cominciare da sostegni specifici
per i gruppi che sono più lontani dagli obiettivi comunitari. Per le donne
servono, come abbiamo detto, misure organiche che incidano nell’organizzazione
dei servizi di cura e nella distribuzione dei ruoli. Per questo sono destinate
non solo alle donne ma anzitutto alla equilibrata ripartizione delle
responsabilità. Politiche specifiche sono necessarie per sostenere l’occupazione
e l’autonomia dei giovani: potenziamento degli obblighi/diritti di formazione,
da quella di base a quella professionale e continua, rafforzamento dei contenuti
formativi dell’apprendistato, che deve diventare lo strumento essenziale per la
transizione tra scuola e lavoro; fondo per la dotazione di capitale per i
giovani. Un’analoga politica promozionale è necessaria per alzare il tasso di
occupazione dei lavoratori over 55, anch’esso troppo basso. Questi interventi
sono particolarmente urgenti nel nostro paese che presenta un rapido
invecchiamento della popolazione e un basso tasso di natalità e sono necessari
per allargare la nostra base occupazionale anche ai fini pensionistici.
La promozione del lavoro, come di uno sviluppo più equo, richiede
l’impegno comune delle forze sociali e politiche pur in una rigorosa autonomia
reciproca. Richiede la finalizzazione della concertazione sociale a migliorare
la qualità e la produttività del nostro sistema produttivo, e alla
valorizzazione professionale e retributiva del lavoro. Deve basarsi su una
autoriforma delle relazioni industriali, nel segno di un fecondo pluralismo
sindacale, che dia seguito a un modello contrattuale condiviso articolato su due
livelli, nazionale e decentrato, capace di tutelare il potere d’acquisto delle
retribuzioni attraverso un’effettiva redistribuzione della produttività e di
promuovere l’innovazione organizzativa, la qualità dei rapporti e la
partecipazione dei lavoratori in azienda. L'uguaglianza infine deve essere la
parola chiave anche nei rapporti internazionali, con nuove forme di governance
multilaterali, che contrastino l'azione di un mercato e di un commercio senza
regole e che diano voce a tutti i paesi, compresi quelli più svantaggiati. Per
questo vigileremo che vengano mantenuti gli impegni presi dal nostro governo al
G8 in materia di cooperazione allo sviluppo, la grande tradita di questo anno di
governo.
La quarta parola è MERITO. Una parola profondamente legata a quella
precedente, a uguaglianza Per sottrarsi alla retorica della meritocrazia occorre
che il merito divenga la chiave della vita sociale e sia concepito come la leva
fondamentale per superare molte delle ingiustizie sociali che opprimono la
nostra società, per rimettere in moto la mobilità sociale. Merito per noi
significa riconoscere e valorizzare le capacità delle persone, significa avere
la speranza di migliorare la propria vita e quella dei propri figli. Merito non
vuol dire competizione sfrenata ma riconoscimento dei talenti, dell'impegno, del
valore del lavoro. Non si contrappone ai bisogni. L'egualitarismo
indifferenziato ha prodotto nel corso dei decenni più recenti, gravi e profonde
ingiustizie sociali. Per questo l'affermazione del merito può tradursi, se
declinato con rigore, in un fattore di forte discontinuità culturale, in una
battaglia profondamente democratica. Per questo le nostre proposte si rivolgono
a tutti, alle componenti più dinamiche della società, che non devono temere di
essere penalizzate e a quelle più esposte ai rischi di emarginazione, che vanno
sostenute nella loro crescita. Oggi la società italiana è prevalentemente
organizzata su sistemi di cooptazione basati su relazioni familiari,
professionali, politiche, sindacali, associative o di altro genere. Relazioni
che condizionano l'accesso a carriere pubbliche e private, alle professioni come
allo svolgimento di attività di impresa in una serie di settori protetti da
potenti barriere.
La nostra battaglia deve rompere questo immobilismo, settore per settore. Deve
innestare radicali cambiamenti per aprire tutti i campi e per investire sulla
intelligenza e la creatività dei ragazzi italiani. La creatività e i talenti si
sviluppano a cominciare dalla scuola. Per questo occorre investire di più in
educazione, a cominciare dalla prima infanzia e poi ai vari livelli della
scuola, fino alla formazione permanente. Servono più risorse, non tagli. Risorse
che tengano conto dei bisogni, ma anche della qualità dell’insegnamento per
stimolare tutti, insegnanti e studenti a migliorare, per responsabilizzare
ciascuno a mettere a frutto il tempo preziosissimo della scuola. La scuola è un
luogo di servizio, di apprendimento e di responsabilità, non un parcheggio.
Vogliamo una scuola autonoma, responsabile e valutabile nei risultati. Una
scuola aperta al mondo esterno, non chiusa su se stessa, che favorisce la
crescita sia delle conoscenze sia delle esperienze. Una scuola aperta e moderna
deve investire nelle nuove tecnologie, insegnare la confidenza con i nuovi mezzi
tecnologici pc, programmi, internet, da cui nascono nuove professioni. Occorre
anche rilanciare le scuole dell’arte e le facoltà connesse alla cultura,
all’arte, alla sua conservazione e recupero ed insieme ad esse anche le facoltà
scientifiche. Il criterio del merito, associato a quello del dovere, deve
riguardare in primo luogo la scuola e le università, gli studenti e le loro
famiglie. Ma deve poi riguardare anche la progressione di carriera dei docenti e
deve diventare il criterio per il trasferimento di risorse da parte dello Stato
alle singole università, con certificazione di qualità in base a parametri
europei. Solo praticando i principi del merito, dell'innovazione, della
responsabilità, siamo credibili nel pretendere più autonomia alla nostra scuola
e alla ricerca, nel chiedere maggiori investimenti in questi settori per
portarli ai livelli di qualità necessari a competere nel mondo, a ridare
prospettive ai giovani e a formare la futura classe dirigente del paese.
L’università deve essere all’avanguardia nella valorizzazione dei talenti dei
giovani. Quindi occorre combattere chiusure corporative e clientelari,
introdurre criteri di merito nella selezione per gli accessi, per i ricercatori,
nella valutazione dei docenti, delle università e dei loro dipartimenti. Ai
giovani meritevoli vanno offerte, sulla base di valutazioni severe, borse di
studio e poi contratti di ricerca di ammontare e durata adeguati, come in altri
paesi. A chi mostra di avere capacità scientifica vanno offerte prospettive
controllabili di carriera, cominciando da subito con il reclutamento “in campo
aperto” di giovani ricercatori. Così si offrono vere opportunità e autonomia ai
giovani che vogliono investire nell’educazione e nella ricerca di cui il nostro
paese ha estremo bisogno. E per questo si possono anche far pagare più tasse
universitarie a chi se lo può permettere. Questa impostazione mirata alla
valorizzazione del merito va adottata in tutto il settore pubblico dove l'ottica
attuale deve essere corretta: mettersi non soltanto dalla parte dei dipendenti o
degli amministratori pubblici ma dalla parte dei cittadini. Non si può più
attribuire le inefficienze solo e sempre alla mancanza di risorse. Non è vero
che più soldi generano sempre più qualità. Molto dipende da una migliore
organizzazione, da procedure semplificate, dall'impegno di chi vi opera. E chi
opera bene va riconosciuto e premiato. Per migliorare il lavoro dei pubblici
dipendenti non bastano i proclami e neppure le minacce. E’ importante motivare
il personale con politiche incentivanti le buone pratiche, gestire con
imparzialità i rapporti sindacali e di lavoro, assegnare alle unità
amministrative obiettivi di qualità fornendo strumenti necessari. Per andare in
queste direzioni non basta la legge, tanto meno leggine invasive della
contrattazione dei vari contenuti del rapporto di lavoro. Le esperienze passate
mostrano come questo uso legislativo sia stato distorsivo della buona
amministrazione.
Occorre invece responsabilizzare la dirigenza valorizzandone i poteri
organizzativi, le responsabilità nella gestione dei rapporti di lavoro, e
l’autonomia nell’interlocuzione con il sindacato, ma anche difendendoli
dall’invadenza della politica che con questo governo è molto cresciuta. Sono le
debolezze e la scarsa autorevolezza dell’interlocutore pubblico che hanno
ridotto l’efficienza della Pubblica amministrazione, frustrato molti tentativi
di riforma, e alterato il valore della contrattazione collettiva come strumento
di regolazione e di riforma del lavoro pubblico. Noi siamo interessati a
rafforzare la contrattazione, mantendone il compito essenziale di regolazione
consensuale dei rapporti di lavoro, senza sconfinamenti nella responsabilità
della dirigenza, ma difendendolo dalle incursioni legislative. Vogliamo
migliorare i processi negoziali secondo le proposte da noi avanzate in
parlamento. Il merito deve affermarsi anche nello spazio dell'attività economica
privata. Un'idea meritocratica del mercato non vuol dire affatto liberismo. Vuol
dire affermare, anche nei rapporti economici una nuova etica della
responsabilità, regole dei mercati e trasparenza a tutela delle imprese e dei
cittadini. Valorizzare il merito nelle imprese vuol dire anche superare le
prassi scandalose che vedono stipendi d’oro per molti dirigenti e speculatori
convivere con stipendi ingiustamente bassi di tanti collaboratori, giovani e
meno giovani. Sta alle forze progressiste mostrare che la risposta
conservatrice, apparentemente protettiva e tranquillizzante, in realtà non crea
un nuovo ordine ma cerca solo di rinviare il problema e di tenere tutto
drammaticamente immobile. §
La quinta e ultima parola è QUALITA'. Nel mondo globalizzato ogni paese,
ogni economia nazionale dovrà rinunciare ad essere competitiva su tutto e dovrà
puntare sui terreni su cui è più forte e vincente. Alcune nazioni punteranno sul
basso costo della mano d'opera, altre sulle grandi estensioni territoriali,
altre sulle materie prime. L'Italia dovrà puntare sulla qualità. L'economia di
qualità basata sulla conoscenza è la strada indicata dall'Europa e adottata
ormai anche dai paesi emergenti. L’Italia deve imboccare questa strada, e anzi
primeggiare. L'economia di qualità fa leva sulle risorse delle persone contro
l'egemonia del consumismo di massa, sull'utilità di uso dei prodotti piuttosto
che sul loro valore di mercato e sulla loro ostentazione, che tiene conto della
sostenibilità ambientale e di tutte le scelte e utilizza le conoscenze
scientifiche per migliorare gli equilibri ecologici. Puntare sulla qualità
indica una nuova direzione dello sviluppo, che supera l'idea della crescita
quantitativa fine se stessa, dimostratasi spesso distorsiva e illusoria.
Comporta un diverso modo di concepire il successo economico. Questo non può
consistere solo nella crescita del Pil ma deve risultare da indicatori più
complessi che misurino lo "sviluppo umano": la qualità delle relazioni personali
e dell'ambiente, la distribuzione delle ricchezze e delle opportunità, l'accesso
ai saperi e alla mobilità sociale, le aspettative di vita, le possibilità
effettive delle persone di realizzare le proprie aspirazioni. Nella nostra
concezione la qualità economica si congiunge e si rafforza con la qualità
sociale. La crescita si deve basare non sullo sfruttamento indiscriminato dei
fattori produttivi, ma su una elevata qualificazione professionale del lavoro,
su condizioni produttive e normative rispettose delle persone e delle comunità.
Questi sono gli orizzonti con cui vogliamo che il nostro paese si misuri.
Puntare sulla qualità significa puntare sull'eccellenza, sulla parte alta della
filiera produttiva, dove contano di più la creatività e il capitale umano.
Significa investire in conoscenza. Scuola, scuola, scuola e poi università,
ricerca, innovazione, cultura. Significa valorizzare la capacità di produrre o
di inventare cose che piacciono a un mondo voglioso di qualità. Alle Olimpiadi
di Pechino erano piemontesi le pavimentazioni degli impianti sportivi, bresciani
i fucili che hanno vinto medaglie, marchigiane le macchine elettriche, lombarde
le piscine, toscani gli scafi del canottaggio, del CNR la centrale di
monitoraggio ambientale più grande al mondo. Qualità significa valorizzare la
bellezza del proprio territorio, delle coste, delle nostre montagne, delle città
e dei borghi italiani, della loro storia e del loro patrimonio culturale.
Valorizzare un tessuto di piccole e medie imprese legate al territorio e attente
alla qualità. Valorizzare le radici e le nostre tradizioni, un intreccio unico
di storia e cultura, di agricoltura e prodotti tipici, di buona cucina, di
coesione sociale e qualità della vita. Tornare a investire in beni culturali
invece di tagliare le risorse come fa il governo. E promuovere una politica
moderna del turismo, che valorizzi le sue grandi potenzialità per il Paese.
L'Italia è la risorsa dell'economia italiana. Difenderla dalla devastazione e
dal saccheggio è come per l'economia di un paese arabo tutelare le proprie
risorse petrolifere. Anche per questo valorizzare e investire sull'ambiente e
l'economia verde deve essere la nostra priorità. La green economy sarà nel
prossimo decennio ciò che è stata la rivoluzione informatica negli anni 80, il
nuovo motore dell'economia mondiale. Chi raccoglierà questa sfida sarà
protagonista, chi si attarderà è destinato a rimanere ai margini. I risultati
del recente G8 hanno segnato una timida inversione di tendenza nell'impegno per
le energie rinnovabili e contro il riscaldamento globale. Occorre fare di più.
Noi vogliamo che l'Italia faccia proprio il programma della presidenza Svedese
dell'Unione europea e per questo proponiamo che si alleggeriscano le tasse sulle
imprese che mettono in atto comportamenti meno inquinanti. Noi vogliamo che
l'Italia guidi una rivoluzione verde, vogliamo estenderne le grandi opportunità
a tutti i territori, a cominciare da quelli del Sud, che su questi temi potrebbe
riscoprire una vocazione che traini il suo sviluppo.
La ricerca della qualità nella sua
dimensione più ampia deve riguardare tutte le condizioni materiali e ambientali
che determinano la vita delle persone e la convivenza civile: dagli assetti del
territorio e delle città, alla fruizione dei beni e delle occasioni culturali,
all'accesso ai servizi personali e collettivi (mobilità, assistenza,
abitazione). Politica e amministrazione sono chiamate in causa per creare le
condizioni di contesto necessarie a sostenere queste scelte di qualità. Lo
insegnano le esperienze di altri paesi e di grandi città i cui amministratori
sono intervenuti attivamente su questi terreni, fino ai dettagli del vivere
quotidiano, dalla qualità dei trasporti pubblici, agli asili per bambini, al
recupero dei centri storici, alla cura delle aree verdi e dei luoghi del vivere
comune. Per centrare questo obiettivo serve un Partito Democratico più
coraggioso e più netto nei suoi sì e nei suoi no. Sì a una radicale
riconversione del nostro sistema energetico verso l'efficienza, il risparmio, le
fonti rinnovabili. No al nucleare del passato, pericoloso e costosissimo. Sì a
una rivoluzione fiscale che alleggerisca il prelievo su lavoro e imprese che
inquinano e consumano meno. No all'abusivismo e al consumo spregiudicato di
territorio. Sì all'edilizia di qualità, alla sicurezza antisismica e al recupero
e alla riqualificazione del patrimonio edilizio esistente. No a tutte le forme
di illegalità ambientale, cominciando da una lotta senza quartiere alle ecomafie
e dall'inserimento dei reati ambientali nel codice penale. Sì a uno sviluppo
locale e urbano che scelga una mobilità più sostenibile e meno soffocata dal
trasporto su strada, che opti per sistemi moderni di smaltimento dei rifiuti. E'
su questa rotta che oggi deve muoversi l'Italia. Dobbiamo avere fiducia nei
nostri talenti.
Abbiamo territori ricchi di saperi, di creatività, di comunità che conservano
qualità della vita e forte coesione sociale. Dobbiamo valorizzare questi talenti
con l'innovazione, sfruttando le grandissime opportunità offerte dalle nuove
tecnologie. Ma dobbiamo farlo. Ricostruire un'identità del nostro campo e farci
capire dagli italiani con parole chiare Sarà un lavoro lungo e difficile.
Serviranno passione e tempo. Un lavoro importante anche perché su questa base
poi costruiremo la nuova alleanza con cui candidarci alla guida del Paese e
vincere. Vogliamo tornare a vincere e quindi sceglieremo la strada delle
alleanze anche per il governo nazionale, come abbiamo fatto nei comuni e nelle
province e come faremo il prossimo anno nelle regioni. Ma dobbiamo dire con
chiarezza che non torneremo a quella stagione delle coalizioni frammentate e
litigiose, costruite con l'unico collante del nemico. Quel tipo di coalizione
che ha sempre colpevolmente coperto la qualità dell'azione dei governi di
centrosinistra. Formeremo una alleanza che dia agli italiani la garanzia di un
programma condiviso e realizzabile. Credibile non solo per vincere ma anche per
poi riuscire a governare. E difenderemo i principi del bipolarismo e
dell'alternanza tanto faticosamente conquistati. Non torneremo indietro, ad un
centro-sinistra col trattino, basato su una divisione di compiti nel raccogliere
consenso o nel rappresentare pezzi di società e che circoscriva la nostra
capacità espansiva. Solo ipotizzarlo significa dichiarare fallita l'esperienza
del Pd, che è nato proprio sul superamento di quella divisione di compiti e
significa non avere capito che quello schema si trascina forse in pezzi di
classe dirigente ma non esiste più da tempo nel nostro popolo. Un unico popolo
fin da prima che nascesse il Partito democratico.
Non torneremo nemmeno indietro a scelte politiche né accetteremo leggi
elettorali che spostino a dopo il voto la scelta delle alleanze, sottraendo ai
cittadini il diritto di conoscerle e sceglierle prima. Dopo che gli è stato già
tolto il diritto di scegliere le persone da eleggere. Diritto che noi vogliamo
venga restituito a loro, con il ritorno ai collegi uninominali, compatibili con
diversi modelli di legge elettorale, ma sempre in grado di mantenere il migliore
rapporto tra un eletto e il suo territorio. Per preparare una nuova alleanza
servono pazienza e lavoro. Oggi caratterizzarsi e scontrarsi nel dibattito
congressuale soltanto sulla scelta dei possibili alleati di domani sarebbe prova
di una sconcertante povertà di idee. Fare l'opposizione insieme con altri
partiti, individuare battaglie comuni, in Parlamento e nel Paese, sui contenuti
dell'azione di governo, sarà il terreno migliore per sperimentare la possibilità
di formare una alleanza coesa e credibile. Fare l'opposizione. Parliamo troppo
poco di questo. Eppure questo oggi è il nostro compito principale. Il compito
che dobbiamo svolgere anche in questi mesi di congresso, tenendo distinto il
piano del dibattito interno dall'esigenza di rappresentare le posizioni del
partito all'esterno in modo unitario e condiviso. Dobbiamo continuare a mettere
in campo proposte per risolvere i problemi del Paese ma questo non è in alcun
modo in contrasto con quello che fanno le opposizioni in tutte le democrazie del
mondo: si oppongono. Criticano l'azione del governo, ne denunciano le omissioni
e le colpe. Noi dobbiamo riuscire a farlo con più determinazione. Non dobbiamo
farci condizionare dalle parole dei nostri avversari o di quei politologi
interessati che ci accusano di antiberlusconismo ad ogni critica che facciamo.
Contrastare il governo non è antiberlusconismo. Essere riformisti non significa
restare zitti. Un riformista alza la voce, batte i pugni sul tavolo quando vede
violentati lo stato di diritto e le istituzioni democratiche, quando vede un
governo che nega la crisi e le difficoltà di milioni di italiani, che non
approva né riforme strutturali né misure per fronteggiare l'emergenza.
Un riformista alza la voce e batte i pugni sul tavolo quando un capo del governo
attacca la stampa libera e il diritto di cronaca, quando intimidisce
imprenditori e editori, quando offende le istituzioni internazionali, colpevoli
solo di dire la verità. La verità. Questa cosa per lui così strana e pericolosa.
Fare l'opposizione con fermezza e contemporaneamente mettere in campo proposte
per fronteggiare la crisi. E poi fare il partito. Perché il partito lo stiamo
ancora costruendo. E il congresso sarà l'occasione per fargli fare un grande
passo in avanti. Per questo non dobbiamo temerlo o viverlo come una lacerazione,
o addirittura come l'anticamera di una scissione. Qualsiasi cosa accada noi
resteremo insieme. Ma abbiamo bisogno di un confronto vero e onesto tra visioni
differenti sul futuro e su quello che abbiamo fatto da quando il PD è nato. Ci
sono certamente stati limiti e abbiamo fatto errori, abbiamo già attraversato
sconfitte e risultati positivi, come sempre è stato e sempre sarà. Ma per una
volta vorrei che tutti noi rivendicassimo il lavoro che insieme abbiamo fatto.
Rivendicassimo con orgoglio il lavoro straordinario che insieme abbiamo fatto.
In venti mesi abbiamo dovuto sciogliere i partiti precedenti, darci regole e
statuti, radicare i circoli. Abbiamo fatto le primarie, gestito due campagne
elettorali. In venti mesi abbiamo costruito uno dei più grandi partiti del campo
progressista. Alle elezioni europee di quel campo siamo diventati il primo
partito, il partito che ha preso più voti. Abbiamo cambiato la politica
italiana, chiudendo la stagione della frammentazione politica e delle coalizioni
contro.
Abbiamo fatto nascere oltre 6000 circoli, abbiamo ormai incrociato e mescolato
le nostre provenienze, come questo congresso sta dimostrando, abbiamo oltre
mezzo milione di iscritti e migliaia di quadri e amministratori. Su questo
lavoro oggi possiamo investire. Da questo lavoro, anche dai nostri errori,
possiamo ripartire per costruire il partito. Un partito che coltiva le diversità
culturali al suo interno come una ricchezza, ma che cerca e trova la sintesi.
Diversità non significa galleggiare e non scegliere. Significa dialogare,
accettarsi e poi decidere. Nel modo più semplice e antico, quello che per noi
sembrava un tabù: votando. In questi quasi cinque mesi da Segretario ho cercato
di fare così: su temi che sui giornali sembravano destinati a spaccarci
drammaticamente, abbiamo discusso e votato. Dalla scelta sul referendum, alla
convocazione del congresso sino alla nascita del nuovo gruppo parlamentare al
parlamento europeo, l'Alleanza progressista. E fatemi dire che questa è la
nostra vittoria politica più bella. Sul terreno che a tutti sembrava il più
insidioso e insormontabile, abbiamo fatto fare un passo enorme a tutte le forze
democratiche e socialiste europee verso una nuova casa comune. E così
continueremo a fare: discutere e decidere, anche sui temi più difficili, a
cominciare da quelli eticamente sensibili. Diremo no a chi pensa che su un
terreno così nuovo e delicato, che interroga e riempie di paure e di speranze le
coscienze di laici e cattolici allo stesso modo, il confronto voglia dire
soltanto sbattersi reciprocamente in faccia la propria verità. Ci aspetta alla
Camera il lavoro sul testamento biologico. Ci ascolteremo, dialogando. Ma alla
fine decideremo la posizione del partito. Rispetteremo fino in fondo chi non si
sentirà di condividerla, ma decideremo. Sarà il modo più onesto di interpretare
la laicità del nostro partito e di rispettare il principio intoccabile della
laicità dello stato. Quello che sta scritto nella nostra Costituzione e che
appartiene a tutti noi, laici e cattolici del PD.
Lo hanno detto molto chiaramente i 60 parlamentari cattolico- democratici nella
lettera con cui due anni fa hanno spiegato il rapporto tra la loro scelta di
fede e la laicità nelle scelte politiche e parlamentari. E non dobbiamo cadere
nella tentazione di far diventare questo tema il terreno dello scontro e delle
divisioni congressuali. Deve essere invece la base condivisa del nostro percorso
comune. La laicità oggi non è più soltanto il principio che regola il rapporto
tra Chiesa cattolica e Stato. Nella società aperta, nel mondo globale e plurale,
il tema della laicità va declinato in modo più ampio. Non si può parlare al
singolare: esistono fedi e culture diverse che sono chiamate a convivere. E
questo pluralismo è caratterizzato da valori e tradizioni a loro volta diversi,
che talvolta possono essere in conflitto. Essere laici nelle società
contemporanee significa accettare che nessuna scelta politica sia sottratta alla
faticosa strada delle necessarie sintesi. Sapendo con certezza che nessuna legge
potrà mai essere l'automatica traduzione di un valore religioso. La laicità,
dunque, oggi è la garanzia della libertà di tutti, credenti in una fede o non
credenti, nello spazio pubblico, nei loro diritti civili. E non si può pensare
ad un baluardo più solido, a difesa dello Stato laico, di un grande partito come
il PD. Un partito forte perché radicato nella complessità del popolo italiano, e
quindi capace di resistere ad ogni tentativo di condizionarne le scelte. E un
partito plurale. Un partito che fa della contaminazione tra le visioni del mondo
e le culture politiche al proprio interno, un argine efficace contro tutti gli
integralismi e i fondamentalismi, religiosi come ideologici. Poi vogliamo un
partito aperto. Che spalanca i propri gruppi dirigenti a quelle persone,
soprattutto a quei giovani e quelle donne, che non hanno appartenenze precedenti
e che hanno scelto di cominciare il loro impegno politico con il Pd. Quelli che
vorrebbero entrare e impegnarsi ma spesso non sanno nemmeno a che porta bussare
e invece abbiamo un bisogno enorme della loro freschezza e delle loro energie.
Un partito che investe e spende nella formazione politica. Questa cosa preziosa
e dimenticata. Indispensabile per spazzare l'idea superficiale che si possano
avere responsabilità politiche senza un percorso di preparazione e di studio che
comincia dal basso, dalla gavetta. Un partito in cui il rinnovamento necessario
dei gruppi dirigenti non ha nulla a che vedere col "nuovismo" scelto dall'alto,
ma significa valorizzare e investire sull'esperienza e sul radicamento
territoriale di sindaci, di amministratori, di segretari provinciali e
coordinatori di circolo, di parlamentari e quadri del partito. Appena eletto
segretario ho pensato di dover fare così, ho sciolto i vecchi organi collegiali
e ho formato una segreteria costituita da un Sindaco, un Presidente di Provincia
e uno di Regione, un segretario regionale e uno provinciale, una parlamentare e
un consigliere regionale. Per questo non devo fare promesse, ma soltanto dire
che con questi stessi criteri comporrò la mia futura squadra. Un partito che
difende come oro la forza dei propri militanti. Tutte quelle persone che hanno
scelto, iscrivendosi al partito, di dedicare una parte della propria vita a un
ideale, tenendo aperti i circoli, distribuendo volantini e giornali, animando le
feste di partito, appassionandosi per la politica. Ma un partito che sa anche
che nella società di questo secolo esistono altre forme di partecipazione a un
progetto politico, meno stabili ma non per questo meno vere e appassionate.
Cambiamo lo statuto dove non funziona. Rivediamo le regole del tesseramento per
avere più apertura e più trasparenza insieme. Mettiamo un po' d'ordine nelle
regole ma non rinunciamo alla scelta che abbiamo fatto alla nascita del Pd, di
affidare agli iscritti le scelte del partito e l'elezione degli organi
territoriali, affiancando a loro gli elettori, da chiamare nei momenti delle
grandi scelte, com'è certamente l'elezione di un segretario nazionale. Non
alziamo barriere. Gli elettori del Pd non sono estranei, sono parte di noi. Sono
quelli che arrivano nelle grandi mobilitazioni civili, che ci sostengono nelle
campagne elettorali, che riempiono le piazze e i comitati. Ecco perché difendo
questo equilibrio e perché penso che le primarie del 25 ottobre saranno un'altra
momento importante per noi e per la democrazia italiana.
Io voglio un partito solido. Ma fare un partito solido nel 2009 non
significa rispolverare i modelli di cinquant'anni fa. Poi un partito nazionale e
federale insieme che, dentro una missione unitaria, lasci ai partiti regionali
autonomia politica e statutaria nella scelta del modello organizzativo, delle
alleanze, dei candidati, delle priorità programmatiche. Partiti regionali che,
come prevede il nostro statuto, possano decidere di aggregarsi per aree
geografiche omogenee, nel nord o nel sud del paese, per dare più forza,
organizzativa e politica alla nostra azione, tenendo conto delle specificità dei
territori e degli attori istituzionali e politici che vi operano.
Un partito che valorizzi i suoi legami con le comunità italiane nel mondo e che
metta in campo strumenti nuovi per potenziare il collegamento e il
coinvolgimento strategico di quelle realtà. Un partito infine radicato sul
territorio, che vuole avere un circolo in ogni paese, in ogni quartiere con una
sede aperta. Circoli che non siano solo luoghi per misurare i rapporti di forza
nei congressi o per comporre organi e giunte, ma che si occupino del territorio
e dei problemi delle comunità locali in cui sono. Questo è il radicamento.
Circoli come antenne per ascoltare e capire l'Italia. Ce ne sono migliaia che
sono nati così e che vogliono restare così. Li ho incontrati dappertutto girando
città e comuni, prima e durante la campagna elettorale. Circoli e iscritti che
rifiutano di appartenere a tizio o a caio, a un capo o all'altro. Che sono nati
liberi e vogliono restare liberi. Che al congresso voteranno il Segretario
nazionale non in base all'indicazione ricevuta da qualcuno che conta ma secondo
coscienza, scegliendo il candidato per pensano farà meglio per il loro partito.
Guardando non da dove viene ma dove vuole andare. Un Patto con i Circoli. Questa
è la mia proposta per il congresso.
Un Patto che rispetti la pluralità di culture che arricchiscono il partito. Che
non le teme. Che non cerca di fare prevalere una identità sulle altre. Avere
scelto di fare un grande partito significa necessariamente imparare ad accettare
le diversità che ci sono ancora tra noi. Sentirsi come un fiume, come un grande
fiume che raccoglie e mescola le acque di tanti affluenti e le porta verso il
mare lontano. L'arcipelago di storie e provenienze che sostengono la mia
candidatura non è un limite è una ricchezza. Sarà mia la responsabilità di fare
sintesi, e di trasformare in un messaggio condiviso e unico questa varietà di
posizioni. Che sono però, voglio dirlo con chiarezza, la migliore garanzia che
il Partito Democratico resterà fedele all'idea che l'ha fatto nascere. Che non
torneremo indietro. Che non torneremo a riconoscerci nelle provenienze che
abbiamo scelto liberamente e consapevolmente di lasciare alle nostre spalle. Ci
vuole sempre più coraggio quando si sceglie di andare avanti. Fermarsi o tornare
indietro può essere più tranquillo e rassicurante, soprattutto in un tempo di
paure e incertezze. Ma noi vogliamo un partito che ha il coraggio di rischiare.
Un partito che ha coraggio nel costruire se stesso e il proprio radicamento con
pulizia e con rigore, che ha coraggio sia nell'ammettere i propri errori che nel
rivendicare con orgoglio i risultati della sua giovane storia. Un partito che ha
coraggio nel fare l'opposizione, sfidando la prepotenza e il potere di questa
destra con la forza delle ideali, della voce, delle mani e delle braccia di
migliaia di donne e di uomini. Un partito che ha coraggio nello svegliare la
coscienza civile di un paese che sotto la crosta è pieno di forza e di energia
positiva, di talenti e di voglia di futuro. Un partito che propone all'Italia il
cambiamento contro la conservazione.
Oggi, davanti a voi, assumo l'impegno di mettercela
tutta.
Ho cominciato ad amare la politica a 16 anni, in una assemblea studentesca che
non potrò mai dimenticare, piena di giovani che si infuocavano di amore per le
loro idee, così lontane, così diverse, così assolute. Credevamo tutti che la
politica fosse la chiave per cambiare il mondo. Da allora ho incrociato speranze
e amarezze, ho iniziato a 20 anni in consiglio comunale e mi sono trovato
segretario del partito che ho sempre sognato, ho fatto errori, ho conosciuto
l'entusiasmo e la disillusione. Ma sono ancora convinto che la politica sia
quella chiave per cambiare il mondo, sia la chiave per costruire il giorno che
viene. "Ogni mattina -ha scritto David Maria Turoldo- quando si leva il sole,
inizia un giorno che non ha mai vissuto nessuno". Abbiamo davanti a noi un tempo
che vale la pena vivere. Sarà un tempo di sfide dure e bellissime. Sarà il
nostro nuovo giorno. E noi lo vivremo.
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