|
25 Ottobre. Le Primarie del PD
1 - Ci saranno 10mila seggi elettorali e 175 collegi in tutta Italia. Tra i
posti più insoliti anche parrocchie, cinema e seggi itineranti.
2 - Per partecipare bisogna versare 2 euro. Possono votare Sedicenni e immigrati
con permesso di soggiorno. Si eleggono anche i segretari regionali e i membri
dell'assemblea nazionale
3 - E' eletto chi supera il 50% delle preferenze. Se nessuno raggiunge la
maggioranza assoluta si va al ballottaggio tra i primi due all'assemblea
nazionale il 7 novembre. Resta possibile un accordo politico per eleggere
direttamente il più votato alle primarie
La mozione Bersani
Il Partito Democratico è la più grande intuizione degli ultimi venti anni. Noi
crediamo nel progetto cresciuto sulle radici dell'Ulivo. Desideriamo alimentarlo
con le passioni e le intelligenze di donne e uomini pronti a rinnovare la
politica italiana. Ciò che abbiamo realizzato nei primi venti mesi è al di sotto
del progetto che intendevamo perseguire. Ciò che il Pd aveva di meglio da dire
agli italiani non lo ha ancora detto. Il non ancora del Pd indica ciò che
possiamo diventare: il grande partito riformista che milioni di italiani non
hanno avuto, la forza capace di unire Sud e Nord e di portare l’Italia nel XXI
secolo, l'energia civile per arricchire la nostra democrazia, il fermento di una
nuova cittadinanza italiana ed europea. Davanti a noi sono anche stringenti
compiti politici: il Pd è nato per rendere possibile il cambiamento nell’Italia
di oggi, per rendere convincente la proposta di governo.Vogliamo rivolgerci ai
nostri aderenti e agli elettori, a coloro che abbiamo smarrito per strada e a
coloro che sono impegnati ad attuare il progetto. Vogliamo che il PD sappia
convincere e vincere.
Tutto ciò è nelle nostre possibilità, è a carico della nostra responsabilità ed
è l’obiettivo di questa mozione. Come realizzarlo è sintetizzato nelle seguenti
proposte politiche, culturali e organizzative che chiediamo a tutti gli iscritti
di sostenere e di proporre agli elettori.
Siamo tutti fondatori. Nessuno può dire io sono il Pd e gli altri non ne sono
parte. Ecco l'essenza del Pd: amalgamare e unire persone diverse, incrociare
percorsi che vengono da lontano con la freschezza di chi si è appena messo in
cammino, intendersi parlando anche lingue differenti.
E per prima cosa dobbiamo porci una domanda: perché il Pd ha deluso le
aspettative che aveva suscitato, perdendo voti, invece di allargare i consensi
in tutte le direzioni?
E’ successo perché la vocazione maggioritaria si è ridotta alla scorciatoia del
nuovismo politico, mentre avrebbe richiesto un paziente lavoro di radicamento
rivolgendosi con concretezza ai ceti popolari, alle categorie produttive e ai
veri innovatori.
E’ successo perché invece di fondare un partito mai visto nella storia italiana,
si è preferita spesso la suggestione mediatica alla definizione di una
riconoscibile identità politica.
E’ successo soprattutto perché, dopo aver invocato la partecipazione popolare
alle Primarie ed aver ottenuto la risposta formidabile di quasi quattro milioni
di cittadini, non si è riusciti a costruire una organizzazione plurale e aperta
in grado di coinvolgerli .
Non si dica che i nostri problemi sono venuti dal presunto tradimento di
un’ispirazione originaria. Sono venuti dal non aver collocato il progetto su
basi solide. Questo è il nodo che il Congresso deve sciogliere. Un Congresso,
quindi, fondativo del nostro partito.
IL NUOVO MONDO
Si chiude un ciclo della storia mondiale. Le ideologie, le relazioni
internazionali, i poteri reali e gli stili di vita che hanno dominato l’ultimo
trentennio sono in affanno. Il vecchio mondo non c’è più e il nuovo non ha
ancora un volto.
Chi avrebbe mai potuto immaginare soltanto qualche anno fa che un presidente
degli Stati Uniti di origini africane avrebbe richiamato i doveri dell’Occidente
e delle responsabilità dell’Africa proprio nel luogo da cui partivano le navi
cariche di schiavi?
Nessuno ragionevolmente pensa più che si possa dislocare un esercito in ogni
parte del mondo, che la grande finanza possa decidere la ricchezza delle
nazioni, che la Terra possa sopportare un modello di sviluppo fondato sulla
distruzione delle risorse. Il senso del limite sta diventando senso comune. Un
atteggiamento più riflessivo verso i grandi squilibri del mondo va diffondendosi
in aree culturali diverse, in soggetti politici e nelle chiese, come dimostra
anche l’ultima enciclica papale. E' il momento di rimettere mano ad accordi
globali sulla regolazione della finanza chiamando al tavolo i paesi emergenti,
di porre sotto controllo la speculazione sulle materie prime, in particolare
quelle alimentari, di tendere una mano alle nazioni più povere.
Quanta diseguaglianza può reggere la società? Fino a quando le oligarchie
economiche potranno tenere in scacco le istituzioni della democrazia? Come si
può dare vita ad un modello di sviluppo che rispetti l’ambiente e non distrugga
il pianeta? Sono interrogativi che chiamano in campo la grande politica: la
politica che sa indicare un orizzonte, che riorganizza le forze, che muove
interessi e gruppi sociali, che induce un nuovo modo di pensare. Solo su questo
si può fondare un nuovo partito, sulla ricerca di una base comune per
condividere i pensieri e le azioni con i quali vivere il mondo nuovo, altrimenti
si scivola nelle dispute della gestione dell'esistente.
Democratici del XXI secolo
L’impeto della trasformazione ha sopravanzato il potere di regolazione e di
controllo; la crisi tuttavia dimostra che senza regole né controlli non esiste
vero sviluppo. Si è dimostrata impraticabile la via di una crescita economica
che non tenga conto dei limiti dell'ecosistema, costringendoci ora ad una
impegnativa corsa alla riduzione delle emissioni per affrontare la crisi
climatica.
La causa fondamentale della crisi viene da lontano: da oltre un quarto di
secolo, infatti, i redditi da lavoro perdono potere d’acquisto ed esplodono le
disuguaglianze. Col prevalere di una finanza sempre più spregiudicata, la
ricerca del profitto si è separata dalla creazione di valore economico e
sociale. La speculazione ha vinto sulla produzione e l’appropriazione sregolata
in economia è divenuta oligarchia in politica, spesso in versione tecnocratica.
Si è incrinato il grande patto nazionale tra capitalismo e democrazia che aveva
segnato il Novecento e si è imposto quel “pensiero unico” neoliberista che ha
influenzato anche tanti riformisti.
La globalizzazione ha inciso sulla vita di ciascuno di noi, offrendo
straordinarie opportunità e aprendo nuovi orizzonti alla conoscenza. Il ruolo
della donna nella società misura ormai il livello della democrazia in tante
parti del mondo, come si è visto anche nella recente rivolta democratica in
Iran. Ma la globalizzazione ci ha portato anche le paure sotto casa e ci ha
spinto ad una competizione senza limiti e a volte senza diritti. In ogni campo,
ci mette di fronte a nuove impegnative questioni che impongono un ritorno alle
radici dell'umanesimo.
Perché dunque abbiamo chiamato “democratico” il nostro partito? Solo per evitare
di pronunciare parole più impegnative o per segnare il campo post-ideologico?
No, il partito si chiama “democratico” perché si misura con i problemi
fondamentali della democrazia del nostro tempo.
L'Europa e i riformisti
La crisi restituisce attualità alle idee di fondo del riformismo: non c’è
crescita senza qualità sociale e giusta redistribuzione delle risorse; ci vuole
cura dei beni collettivi e dell’ambiente; le politiche pubbliche devono regolare
lo sviluppo e assicurarne la sostenibilità; la cooperazione internazionale è la
via maestra per promuovere la pace. Nessun cittadino, nessun ceto sociale,
nessun Paese può progredire davvero bene se anche gli altri non trovano la
strada per stare un po’ meglio. Tutto ciò fa appello ai riformisti, ma, al
contempo, rivela l’esaurimento delle risposte che essi hanno dato nel corso del
Novecento. Ritrovare l’orgoglio della tradizione e affrontare con coraggio la
strada dell’innovazione è il doppio imperativo che ci sta di fronte. Non aver
perseguito né l’uno né l’altro ha lasciato campo libero alle destre in Europa.
Gli Stati Uniti hanno saputo reagire al pericolo di una crisi di egemonia dando
vita ad una leadership democratica capace di imprimere un nuovo senso alle
relazioni internazionali. Lo stesso avviene in tanti altri paesi, dal Brasile
all’India. Perché l’Europa va in senso contrario? C'è una causa materiale,
perché il grande compromesso sociale realizzato dal riformismo europeo è stato
scosso dalla competizione globale che ha aggredito i diritti del lavoro. Ma c'è
anche una responsabilità delle forze progressiste che hanno governato quasi
tutti i paesi europei negli anni Novanta. Anziché procedere con un balzo in
avanti dalla moneta unica all’unità politica dell’Europa, quasi tutte le
sinistre, anche le più coraggiose nella revisione ideologica, sono rimaste
prigioniere del limite più grave dell’esperienza socialdemocratica: la
dimensione nazionale. Le forze progressiste del continente devono compiere oggi
il passo che mancò allora: iscrivere all’ordine del giorno il rilancio
dell’unità politica europea e il rafforzamento della sua legittimità democratica
e istituzionale
L’Alleanza dei democratici e dei socialisti nel Parlamento europeo non è solo un
felice approdo, ma un punto di partenza e un orizzonte per una ricerca comune,
oltre i confini delle culture politiche del Novecento. I progressisti in Europa
hanno bisogno di innovazione. Noi, il Pd, siamo nati da una grande innovazione
politica e possiamo quindi dare un contributo originale. Qui abbiamo un merito e
una responsabilità.
In Europa per l’Italia
L’orizzonte europeo è la certezza dei riformisti italiani. Il nostro europeismo
nasce dalla necessità di contribuire al governo democratico mondiale e, insieme,
di promuovere la modernizzazione dell’Italia.
Non aver dato attuazione al piano Delors e al trattato di Lisbona rischia di
causare una disaffezione e un ripiegamento del progetto europeo, che mantiene
invece intatte le sue potenzialità.
L’Unione Europea è la forma più avanzata di governo multilaterale e democratico
della globalizzazione; il suo modello sociale è visto in tante parti del mondo
come la migliore risposta alla crisi. Per non smarrire le opportunità serve una
ripresa coraggiosa della politica comune: una cooperazione per il governo dei
flussi immigratori, specie nel Mediterraneo; un'azione diplomatica congiunta,
innanzitutto per la soluzione dei conflitti mediorientali; una rigorosa
applicazione degli obiettivi di riduzione dell'inquinamento; il finanziamento di
progetti europei per la ricerca e le tecnologie.
Ma la vera novità deve essere un Piano Europeo per il lavoro, per rilanciare la
crescita economica e lo sviluppo sostenibile, cioè un patto politico tra
governi, forze sindacali e produttive per finanziare ristrutturazioni nel
settore bancario e manifatturiero; promuovere una politica industriale
condivisa; realizzare infrastrutture europee; sostenere la nuova occupazione e
le piccole e medie imprese; attuare un programma di sostegno al reddito e di
formazione per i lavoratori coinvolti nei processi di ristrutturazione
industriale.
L’Italia a sua volta ha bisogno dell’Europa, perché in questa dimensione le sue
virtù vengono esaltate e i difetti avviati a soluzione. Non a caso l’adesione
all'Euro, voluta da Prodi e Ciampi, è stata la più grande riforma italiana
dell’ultimo quindicennio. L’Europa può oggi aiutarci a valorizzare merito e
responsabilità, accelerare il ricambio generazionale, modernizzare le reti
tecnologiche, promuovere la parità fra i sessi, migliorare le politiche
ambientali e ampliare la sfera dei diritti.
Un paese che merita di più
I tessuti connettivi del Paese sono sempre stati deboli. In assenza di profonde
riforme rischiano ora di sfilacciarsi sotto la pressione della globalizzazione.
E' a rischio la coesione del Paese, non solo nell'antico squilibrio tra Sud e
Nord, ma nell’intera organizzazione sociale: tra un’aristocrazia economica da
una parte e classi medie impaurite dall'altra, tra chi si arricchisce con le
rendite e chi si impoverisce lavorando, tra chi sa e chi non saprà mai, tra chi
scommette sul futuro e chi recinta l’esistente.
Lavoro e cittadinanza
La prima, fondamentale frattura nasce dall'indebolimento del lavoro, in netto
contrasto con la sua rilevanza nell'economia della conoscenza. Le conseguenze si
sono sentite sui redditi dei lavoratori dipendenti, rimasti bloccati in termini
reali, sulle donne trattate spesso come anello debole, e sui giovani che hanno
subito una precarizzazione senza diritti. Troppe volte, in primis con le
inaccettabili morti bianche, è venuta meno quella dignità del lavoro che la
Costituzione pone a fondamento della cittadinanza. Se il lavoro perde dignità,
anche la democrazia si indebolisce. E per dare forza al lavoro è decisivo il
rinnovamento delle forze sindacali, insostituibili fattori di arricchimento
della democrazia.
Nella cittadinanza il lavoro si esprime come attività umana che contribuisce a
regolare le relazioni sociali, oltre la contrapposizione tra lavoratore e
impresa.
Noi italiani conosciamo meglio di altri il nesso profondo fra lavoro e
cittadinanza, perché è alla base di quelle strutture economiche che il mondo ci
invidia, i distretti e le filiere produttive dove la cultura del lavoro è
radicata nelle reti sociali, nei rapporti tra imprenditori e dipendenti, nelle
identità del territorio e nella cooperazione dei saperi.
Ci sono natura, storia e conoscenza nella crescita italiana
Curare l'ambiente in cui viviamo richiede un cambiamento di comportamenti, di
priorità e di convenienze. Tutto ciò è anche occasione per nuovi investimenti e
crescita economica. Una vera green economy è anche una green society, cioè in
definitiva società della conoscenza: nuove produzioni e nuovi consumi, saperi e
diffusione di tecnologie, formazione e buone pratiche. Per questo bisogna curare
i preziosi giacimenti di ricerca scientifica e di produzioni culturali che
contengono la principale ricchezza del Paese. E’ una sfida impegnativa, resa
ancora più urgente dalla crisi climatica e che vede in prima fila nel mondo le
forze democratiche.
Non partiamo da zero. Grazie ai governi di centrosinistra milioni di italiani
hanno scoperto i vantaggi dei pannelli solari, del recupero edilizio e del
risparmio energetico, mentre migliaia di piccole imprese si sono giovate con il
programma Industria 2015 di filiere produttive per le energie rinnovabili, per
la mobilità sostenibile, per i beni culturali e il “Made in Italy”. Ora è maturo
un salto di qualità: l'Italia può diventare un Paese all'avanguardia
nell'utilizzo delle fonti rinnovabili e per il risparmio energetico e su queste
basi si può assegnare al Mezzogiorno una missione di crescita tecnologica e di
sviluppo economico. Tutto ciò implica il ritorno di efficienti politiche
pubbliche per l'innovazione e lo sviluppo sostenibile. Sono indispensabili per
sostenere la domanda interna di consumi collettivi e beni comuni, aumentare la
richiesta di nuove tecnologie che non viene sufficientemente dal tessuto
produttivo, migliorare la qualità dell'organizzazione sociale, ridurre la
dipendenza energetica e in alcuni casi anche per riqualificare la spesa
pubblica.
Campo di applicazione ideale di tali politiche sono le città, i borghi e i
territori italiani. La bellezza italiana si sposa con le produzioni immateriali
dell’economia della conoscenza. E’ indispensabile una politica nazionale del
territorio in grado di cogliere l'occasione: la cura del ferro nelle città,
l’innovazione dell’industria edilizia verso bassi consumi, l'abbattimento delle
emissioni di carbonio, politiche per la casa in affitto, le reti per le città
digitali, la prevenzione dei rischi nell’assetto idrogeologico, politiche per
l'agricoltura di qualità e la sicurezza degli alimenti, promozione del consumo
responsabile. Sapendo che ci sono natura, storia e conoscenza nella crescita
civile ed economica dell' Italia.
Fare le riforme
Una parte significativa del Paese prova a reagire alla crisi con i propri mezzi.
Non è aiutata dalle riforme, e anzi ha perso la speranza che si possano attuare
davvero. Su questa delusione profonda prospera la destra, proteggendo le
rendite, perpetuando l’assistenzialismo, facendo finta di riformare e offrendo
solo scorciatoie di breve respiro alle legittime istanze dei settori produttivi
Su questa contraddizione il Pd e tutto il centrosinistra devono lavorare con
serietà e impegno, consapevoli che tanti elettori votano a destra perché ancora
non percepiscono un'alternativa. Sono lavoratori e professionisti, giovani e
donne, innovatori e produttori che al Pd non chiedono urla e proteste, ma una
proposta praticabile per il governo del Paese. Sono imprese che hanno bisogno di
essere aiutate a superare la crisi e possono diventare protagoniste del nostro
progetto. Sono ceti popolari che soffrono a causa di bisogni primari
insoddisfatti e classi medie che avvertono il rischio di impoverimento. Bisogna
affiancare coloro che fanno i conti con la crisi. Bisogna esserci. Per suscitare
un progetto, un orizzonte di cambiamento. Come hanno saputo fare i democratici
americani.
Abbiamo fiducia nel nostro Paese
Il nostro è un Paese che fa fatica a cambiare. Noi ne siamo parte, sia nei pregi
sia nei difetti, e abbiamo la responsabilità di aiutarlo a migliorare. Per
questo abbiamo fiducia nell'Italia. Solo chi stima un Paese è davvero in grado
di riformarlo, perché conosce i punti di forza su cui agire. Le virtù
dell'Italia sono tante, il difetto uno solo, da tanto tempo: non vince ancora la
voglia di futuro.
Girare il Paese verso il futuro vuol dire puntare sulla nuova generazione che è
in movimento ma non trova ancora rappresentanza: si fa avanti nel lavoro,
nell’impresa e nelle professioni, nella cultura e nell’innovazione, nell’impegno
sociale politico, fra le donne e fra gli uomini. E oggi chiede di voltare
pagina: chiede un’Italia più giusta, più efficiente, più moderna, più libera. È
al servizio della nuova generazione che è nato il Pd. Ai giovani è chiesto di
raccogliere il testimone delle radici del movimento democratico: prendere le
parti ed il punto di vista di chi lavora e produce, di chi è più debole e
subordinato per costruire una società migliore per tutti.
Da dove ripartire
In passato sono mancati i punti riconoscibili della nostra proposta al Paese,
ora dobbiamo concentrarci sulle questioni più gravi: la cattiva distribuzione
della ricchezza e il blocco della mobilità sociale.
Per diventare un Paese meno diseguale l'Italia deve dotarsi di una moderna rete
di sicurezza sociale: riqualificare l’intervento pubblico e promuovere una nuova
alleanza tra Stato, terzo settore e privati ispirata al principio di
sussidiarietà, nella chiarezza delle responsabilità. Riformare il welfare vuol
dire superare il dualismo del mercato del lavoro, che colpisce soprattutto i
giovani, aprendo dei processi univoci di inserimento e di stabilità del lavoro;
sostenere le famiglie e i loro redditi; introdurre un reddito minimo di
inserimento; estendere la qualità del sistema sanitario e renderlo sostenibile;
aiutare i non autosufficienti. Ma l'obiettivo principale della riforma del
welfare consiste nell'innalzare la qualità dei servizi in modo da offrire alle
donne una base sicura per affrontare i diversi momenti della vita, dal lavoro,
alla maternità, all'istruzione alla cura delle relazioni. Da questa base è
possibile promuovere la piena e buona occupazione femminile, superando il
pesante divario dell’Italia rispetto agli altri paesi europei e realizzando,
così, una condizione essenziale per la crescita e la competitività.
Chi non trova lavoro o ha perso il lavoro, dipendente o autonomo, deve poter
contare su un sostegno universale al reddito e su efficaci servizi pubblici di
formazione e reinserimento. Bisogna occuparsi di salario minimo, anche per vie
contrattuali, sollecitare una contrattazione che assicuri il potere d’acquisto e
distribuisca meglio i guadagni di produttività. Va garantita nei fatti, e non a
parole, la sicurezza nei luoghi di lavoro.
L’innalzamento flessibile e volontario dell’età pensionistica va favorito, ma al
contempo è necessario estendere la contribuzione figurativa per i periodi di
disoccupazione, di formazione o di esercizio di responsabilità famigliari per
innalzare gli importi delle future pensioni.
Queste politiche sono sostenibili con un nuovo patto di fedeltà fiscale, anche
per eliminare distorsioni della concorrenza, basato su una più equa
distribuzione del carico tra i contribuenti e su meccanismi che inducano
l'emersione, la trasparenza, la tracciabilità nella formazione dei redditi e
delle basi imponibili.
Per affermare una reale eguaglianza delle opportunità occorre una rivoluzione
copernicana che ponga al centro il merito e la responsabilità. L'Italia ha
bisogno di una nuova stagione di liberalizzazioni: meno barriere di accesso alle
professioni, più concorrenza nei servizi, imprese maggiormente contendibili,
autorità realmente indipendenti, class-action a difesa dei consumatori. Agli
imprenditori che scommettono sull'Italia il Pd deve proporre le riforme
necessarie per competere: incentivi per la capitalizzazione, gli investimenti
produttivi e la ricerca e sviluppo; un rapporto proficuo con le banche e con la
pubblica amministrazione, meno tasse e meno burocrazia; infrastrutture materiali
e immateriali degne di un Paese europeo.
Il Paese chiede molto alla scuola italiana. È chiamata ad aiutare la mobilità
sociale, a mantenere unito il Sud e il Nord, a coltivare e praticare
l’accoglienza degli immigrati, a rilanciare l’educazione permanente, a ripensare
l’insegnamento tecnico per adeguarlo ai modi di produzione contemporanei. Per
questo bisogna anche aiutare la scuola a cambiare: lontana dalle burocrazie
ministeriali e ricca di autonomie, pronta a riconoscere i meriti, capace di
valutare i progressi raggiunti rispetto ai livelli di partenza, generosa nel
restituire motivazione civile e professionale ai docenti. Scuola, università e
ricerca sono la prima fonte di energia per il Paese. Le università e gli enti di
ricerca devono diventare le migliori istituzioni italiane. Ci vorrà molto
impegno. Si può cominciare con nuove regole di finanziamento per aumentare i
fondi a enti e atenei che raggiungono i migliori risultati scientifici, che sono
inseriti nelle reti internazionali e che riconoscono i talenti dei giovani.
Anche così si riporta il merito dal cielo alla terra.
Riformare lo Stato per mantenere unita l'Italia
Il principale problema italiano è se in futuro si potrà ancora parlare di
Repubblica una e indivisibile. Molti, dapprima soltanto al Nord e ora anche al
Sud, dichiarano apertamente che è meglio fare da soli. Questo spirito di
separazione non riguarda soltanto lo squilibrio territoriale, ma pervade il
corpo sociale e lo spirito pubblico. Rinnovare il patto di unità nazionale è il
compito storico-politico del Partito democratico, è l’anima del nostro progetto.
La modernizzazione del Paese è il linguaggio comune di una nuova reciprocità tra
Nord e Sud: le riforme che si muovono in questa direzione rispondono alle
domande del Nord ma, al contempo, mettono anche in movimento il Sud. Al Sud, la
nostra ambizione è quella di pronunciare la parola “Mezzogiorno” in una
prospettiva rinnovata. Gli investimenti devono essere garantiti, non rubati, né
rapinati né dispersi. Sono necessari meccanismi automatici, non intermediati,
per sostenere gli investimenti di impresa e premiare chi raggiunge determinati
standard di servizi. C'è bisogno di perequazione delle infrastrutture e dei beni
collettivi. Il Sud potrà svilupparsi davvero soltanto se messo in condizione di
farlo con le proprie forze.
La divisione nasce dalla crisi dello Stato, ormai causa del rancore del Nord e
strumento di dipendenza al Sud. Riformare lo Stato quindi, è l'unica via per
mantenere unita l'Italia. Il federalismo responsabile e solidale è la rotta da
seguire per avvicinare le istituzioni ai cittadini. Esso affonda le radici nel
patrimonio delle culture autonomistiche e popolari di cui siamo eredi. Le sfide
per l'immediato futuro si chiamano attuazione del federalismo fiscale,
razionalizzazione e riforma delle autonomie locali, trasformazione del Senato in
Camera delle Regioni e delle Autonomie. Ma lo Stato va anche riorganizzato
secondo il principio della sussidiarietà orizzontale, valorizzando le energie di
civismo democratico, del terzo settore e del volontariato.
Un’Italia unita da Nord a Sud fa bene prima di tutto agli italiani: accresce la
nostra ricchezza e la nostra creatività, ci rafforza a livello internazionale.
Legalità è democrazia
C’è in Italia una crisi di legalità che erode le basi dell’organizzazione
civile. Parte del territorio è presidiato dalle mafie, settori dell’economia
sono intrecciati con la criminalità; l’abusivismo continua a sfigurare il Bel
Paese, i diritti spesso diventano favori; continua l’odiosa violenza contro le
donne, il lavoro nero cancella l’uguaglianza e, troppe volte, la vita; imprese e
cittadini spesso non possono contare in tribunale sul giusto risarcimento di un
danno subito.
Se a tutto ciò aggiungiamo le attività criminali legate all’immigrazione
irregolare, è facile comprendere perché esploda l’insicurezza dei cittadini, e
soprattutto dei ceti più disagiati, costretti a pagare il prezzo dei nuovi
venuti, oltre a quello più pesante della crisi, senza vederne alcun vantaggio.
La legalità deve garantire la sicurezza, la prevenzione e il contrasto di
fenomeni criminali che ostacolano la convivenza civile e alimentano le paure.
Su questi temi possiamo passare all’attacco. Il centrodestra, infatti, agita il
problema della sicurezza, ma aggrava ogni giorno la crisi di legalità con i
condoni. Per proteggere il suo leader non esita a indebolire gli strumenti di
controllo dei corpi dello Stato. La legalità non ha a che fare con il colore
della pelle, e neppure con il taglio dell’abito. O è per tutti, oppure non è
legalità. Noi crediamo che la legge debba essere uguale per tutti: per i ricchi
e per i poveri, per gli italiani e per gli stranieri, per i giudici e per i
politici, per chi è famoso e per chi non lo è. La domanda di sicurezza va presa
sul serio, con una strategia coerente attenta a favorire la libertà invece di
soffocarla, a creare un sistema moderno di certezze e di garanzie giuridiche, ad
accrescere la convivenza civile. Vogliamo progettare la sicurezza mettendo a
fattor comune le diverse risorse istituzionali e sociali, forze di polizia,
magistratura, enti territoriali, polizie locali, associazionismo civile e
servizi alla persona, assicurando la qualità del lavoro svolto dagli operatori
pubblici che hanno il dovere di tutelare la comunità.
Per realizzare le riforme abbiamo bisogno non soltanto dell’efficienza, ma anche
del buon nome della pubblica amministrazione. Che si ottiene, come per le
politiche industriali, attraverso meccanismi permanenti di riforma nelle molte e
diverse strutture pubbliche, con strumenti efficaci di valutazione dei risultati
e coraggiosi ripensamenti dell'organizzazione del lavoro, anche utilizzando
l'occasione delle nuove tecnologie.
La destra preferisce insultare la pubblica amministrazione, senza riformarla. E
quale credibilità può avere il governo delle leggi ad personam per chiedere ai
dipendenti pubblici di essere irreprensibili? Una riforma sana e virtuosa
dell’amministrazione comincia dall’alto, con il buon esempio della politica. È
una sfida anche per noi. A cominciare dai costi della politica che devono essere
equiparati ai costi medi nei principali Paesi europei. Il Pd ha il compito di
dare al Paese una classe politica di alto profilo morale, sobria nei
comportamenti, animata dallo spirito di servizio e di rispetto per le
istituzioni e la comunità. Ci sono nel territorio molti nostri giovani
amministratori, cresciuti con questo impegno, da promuovere e da valorizzare.
Laicità e valori condivisi per un’Italia più civile
Molti si sono chiesti se l’Italia stia perdendo le antiche virtù democratiche.
Non è così. Di certo, però, è mancato un contrappeso culturale ai rischi di
regressione civile. È venuta l’ora di richiamare ad alta voce altri valori e
altri principi: che il momento più alto di una democrazia si rivela quando il
potente china il capo di fronte alla legge; che il mio benessere aumenta se
anche l’altro migliora le sue condizioni; che le classi dirigenti devono educare
i giovani con il buon esempio nello studio e nel lavoro.
Bisogna puntare sulle energie civili del Paese che si esprimono ogni giorno
nell'impegno sociale, nella partecipazione politica, nel volontariato, nei
piccoli gesti di amicizia della vita quotidiana ed emergono con forza nei grandi
momenti della vita nazionale, da ultimo nella solidarietà con il popolo
abruzzese colpito dal terremoto.
Negli ultimi decenni il rapido sviluppo delle scienze, il movimento e l'incontro
di persone, culture e stili di vita su scala planetaria, hanno investito
l’umanità con nuovi interrogativi etici. Dove la crescita dell'informazione,
della cultura e della responsabilità personale e istituzionale non sono
altrettanto veloci, queste straordinarie opportunità di progresso suscitano
rapidamente un regresso civile e morale: demonizzazione dello straniero e del
diverso, nuove forme di sfruttamento, oscurantismo, umiliazioni della dignità
della donna, paura del progresso, nuovi fondamentalismi, chiusure identitarie.
Questi rischi sono ben presenti nel nostro Paese. Su questo terreno culturale e
morale il Partito Democratico intende impegnarsi, contribuendo giorno per
giorno, casa per casa, alla crescita e al rilancio di un maturo spirito pubblico
italiano ed europeo.
Il principio di laicità è la nostra bussola, la via maestra di una convivenza
plurale. La laicità si nutre di rispetto reciproco e di neutralità – che non
significa indifferenza - della Repubblica di fronte alle diverse culture,
convinzioni ideali, filosofiche, morali e religiose. È anche impegno per la loro
salvaguardia, promozione del dialogo interculturale e interreligioso, mutuo
apprendimento: purché, naturalmente, tutti accettino un comune spazio pubblico
di confronto e incontro nel quale gli unici principi non negoziabili siano
quelli della Costituzione italiana e della Carta dei diritti dell'Uomo.
In questo spirito i democratici hanno formulato proposte di legge largamente
condivise sulle convivenze civili, sul testamento biologico e sulla libertà
religiosa, che vanno rilanciate senza tentennamenti in Parlamento e nel Paese.
Dialogo e accoglienza sono anche i principi che si devono seguire per
l’integrazione degli immigrati. E’ una buona legge sull’immigrazione quella che
produce più legalità e più inclusione, non quella che preclude agli stranieri i
percorsi regolari o li lascia ai margini della società.
La stragrande maggioranza degli stranieri è in regola, vive in Italia da anni,
spesso svolge un lavoro che noi non vogliamo più fare. A queste persone vanno
riconosciuti i diritti civili e politici. Abbiamo bisogno degli stranieri quanto
loro hanno bisogno di noi; senza dimenticare che, fino a qualche decennio fa,
eravamo noi italiani ad emigrare, a milioni.
Sull’immigrazione, abbiamo bisogno di regole chiare che dicano come si fa ad
entrare in Italia e a stare in regola, come si incontrano domanda e offerta di
lavoro, come si può avere in tempi certi il permesso di soggiorno. I flussi di
ingresso devono corrispondere al fabbisogno occupazionale e rendere sostenibile
l’inclusione dei nuovi cittadini.
Da soli si può fare poco
Il progetto che ci ispira non è compiuto: non è esaurita la questione
dell’incontro tra culture ed esperienze politiche progressiste ancora oggi
divise. Vogliamo essere chiari su questo punto: non c’è un Pd in cui confluire.
C’è invece un vasto campo di forze di sinistra, riformiste, laiche e
ambientaliste che ha cominciato ad unificarsi e alle quali è giusto guardare con
attenzione, così come a tutte quelle forze di opposizione che incarnano valori
importanti. Per loro, per noi, il Pd è la casa comune dei riformisti da
costruire insieme.
La vocazione maggioritaria non significa rifiutare le alleanze, ma, al
contrario, renderle possibili, perché costruite nella chiarezza, sulla base di
vincoli programmatici. Non consiste nell’autosufficienza, ma nella capacità di
ritrovare una funzione di rappresentanza popolare, e nell’impegno ad elaborare
un progetto di governo che convinca il Paese. Non possiamo più confondere il
bipolarismo, che è una conquista della nostra democrazia, con il bipartitismo,
che non ha fondamento nella realtà storica, sociale e politica del Paese.
Il primo banco di prova verrà dalle elezioni regionali del 2010. Sarà necessario
sperimentare su basi programmatiche larghi schieramenti di centrosinistra,
alleanze democratiche di progresso alternative alla destra. Il nostro impegno
comincia ora. I tanti italiani delusi da Berlusconi devono trovarci pronti,
quando si volteranno dalla nostra parte.
Sul piano istituzionale noi scegliamo un modello parlamentare rafforzato in
alternativa a formule più o meno mascherate di presidenzialismo, una legge
elettorale chiara e non stravolgente l’architrave costituzionale, da elaborare
in collaborazione con chi crede ad un bipolarismo maturo che renda l’elettore
determinante nella scelta degli eletti e del governo. Poiché noi crediamo nella
struttura portante della nostra Costituzione intendiamo limitare le modifiche
agli interventi essenziali per realizzare gli obiettivi indicati. E intendiamo
anche risolvere il problema del conflitto di interessi che in tutti questi anni
è andato aggravandosi, mettendo in pericolo la libertà di informazione, il rango
civile del Paese e perfino l’immagine internazionale.
Noi, i democratici
L'identità plurale dei democratici nasce dalla sintesi delle culture fondative
dell'Ulivo. Nell'avvio del Pd si è pensato che l'eclettismo potesse allargare
gli orizzonti e accrescere i consensi. Non è stato così. In futuro, a partire
dall'azione politica concreta, dovremo porre molta cura nella ricerca e
nell'elaborazione della nostra identità culturale di fronte ai grandi temi del
mondo contemporaneo.
Noi siamo un partito popolare perché ci rivolgiamo ad un vasto arco sociale, dai
ceti meno abbienti, ai ceti produttivi, alle nuove generazioni, e perché
decidiamo di essere presenti in ogni luogo con esperienze e linguaggi legati
alla vita reale delle persone. Non siamo classisti, non siamo elitari, non siamo
populisti perché pensiamo che tutti possano, anzi, debbano ragionare con la
propria testa.
Noi siamo un partito riformista perché crediamo che l’uomo possa cambiare le
cose e che le cose possano essere migliorate. Per questo abitiamo dove abitano
le forze progressiste ovunque nel mondo e per questo partecipiamo da
protagonisti all’Alleanza fra socialisti e democratici nel Parlamento europeo.
Noi siamo un partito dell’uguaglianza secondo l’ispirazione del cattolicesimo
democratico e della sinistra democratica e liberale perché crediamo in un
mercato aperto e regolato, ma non intendiamo affidare al mercato il controllo di
beni essenziali come la salute, l’istruzione e la sicurezza.
Noi siamo il partito delle donne e degli uomini perché crediamo che la
differenza di genere sia una risorsa per la democrazia e per promuovere lo
sviluppo umano. Nel secolo passato è stata una grande forza del cambiamento
della società, dal suffragio universale, alle lotte di emancipazione,
all'obiettivo delle pari opportunità, dell’autodeterminazione e della libertà di
scelta. Con la sua concreta azione riformatrice il Pd invera questi principi
nell’Italia di oggi e di domani.
Noi siamo un partito laico perché rispettiamo le fedi e le convinzioni morali di
ciascuno. Siamo convinti che lo Stato sia la casa di tutti e che si debba
garantire a tutti libertà di coscienza e di culto e che si debbano tener
distinte le convinzioni religiose, filosofiche e morali - nutrimento del cammino
esistenziale di molti - dalle leggi che regolano i comportamenti di tutti.
Noi siamo il partito dei lavori e dei ceti produttivi. Vogliamo tornare nei
luoghi in cui si fatica e si produce, ascoltare chi intraprende e chi rischia in
proprio. Vogliamo promuovere una nuova dignità del lavoro contro la rendita e il
profitto sganciato dal merito. Vogliamo parlare a chi il lavoro non ce l'ha o
convive con insopportabili forme di precariato. Vogliamo contrastare ogni forma
di sfruttamento e insicurezza, così come la conservazione corporativa di
privilegi e monopoli.
Noi siamo il partito dei diritti civili perché crediamo nella dignità,
nell’autonomia, nella libertà, nell'uguaglianza di tutte le persone; siamo
contrari ad ogni forma di discriminazione e contrari ad uno Stato che tenda a
sostituirsi alla libertà e alla responsabilità dell'individuo.
Noi siamo un partito ambientalista perché siamo consapevoli che la Terra è una
sola. Il rispetto per l’ambiente è il rispetto che dobbiamo alla nostra stessa
casa. Non crediamo che sviluppo e ambiente siano fra loro alternativi: al
contrario, l’ambiente è una risorsa essenziale per la crescita sostenibile, per
l’innovazione e il ripensamento dei modelli di consumo.
Noi siamo il partito dei territori e della sussidiarietà. Per noi non c'è un
centro che decide e una periferia che obbedisce, ma un equilibrio virtuoso tra i
diversi livelli decisionali, sia per quanto attiene alle istituzioni che per il
Partito.
Noi siamo il partito dei giovani perché scommettiamo sul futuro del nostro Paese
stando dalla parte di chi bussa alla porta e non di chi la tiene chiusa. Per
restituire ai giovani il desiderio di cambiare il mondo.
Noi siamo il partito della conoscenza e dei saperi perché abbiamo fiducia
nell’ingegno umano, crediamo che senza sapere non ci sia libertà, consideriamo
prezioso il riconoscimento dei meriti dei giovani ricercatori. Ci impegniamo a
difendere la libertà della ricerca scientifica e intellettuale, a promuovere
l’accesso universale alla conoscenza, a garantire la libera circolazione dei
saperi.
Noi siamo il partito dei cittadini e del nuovo civismo perché crediamo nella
libertà dell’individuo e nelle risorse di una comunità solidale. Ciò trae forza
e senso da antiche radici, che oltrepassano largamente le vicende degli ultimi
decenni. Radici di emancipazione e di riscatto, di autorganizzazione, di
solidarietà, di autonomia che furono premessa vivente delle grandi formazioni
politiche popolari all’affacciarsi del secolo scorso. Si formò allora l’idea che
prendendo le parti di chi lavora e produce e di chi è più debole e subordinato,
sia possibile costruire una società migliore per tutti. Noi quella società
vogliamo costruire, non solo immaginare.
Noi, il Partito Democratico
La questione che ci siamo posti nei mesi scorsi non
è se essere un partito “vecchio” o un partito “nuovo”, ma se essere davvero un
partito: cioè una libera associazione di cittadini dotata di identità
riconoscibile, organizzazione interna, radicamento sociale, luoghi di
discussione e partecipazione, nonché di regole liberamente accettate e
condivise. Non aver chiarito questi punti fondamentali ha indebolito il cammino
iniziale del Pd. All’indomani delle primarie abbiamo deluso sia chi era legato a
forme di militanza più tradizionali, sia chi si aspettava nuove forme di
partecipazione politica e di coinvolgimento sociale. Abbiamo disperso un tesoro
immenso, coltivando un’insensata contrapposizione tra elettori e iscritti,
quando proprio gli elettori ci chiedono più presenza organizzata nei territori e
nella società. Abbiamo un elettorato esigente e intelligente, una forza civile
disposta a sostenerci nel voto e non solo. Il Pd deve rappresentarla
compiutamente in ogni momento e in ogni sede.
Che cos’è un partito?
1. L’idea di partito ha a che fare con l’idea di democrazia. Rifiutiamo i
modelli plebiscitari e riaffermiamo il valore dell’art. 49 della Costituzione. I
partiti sono strumenti di partecipazione, di formazione civile, di impegno
individuale e collettivo, di mediazione virtuosa tra società e istituzioni, di
proposta e di indirizzo, di selezione democratica della classe dirigente.
2. Un partito è una comunità di donne e di uomini che vive di rispetto,
amicizia, pari dignità e lealtà reciproci. Le iniziative popolari e le feste
sono parte essenziale dell’attività di partito, così come la promozione di
strumenti nuovi di comunicazione e socializzazione. La Rete non sostituisce, ma
amplia le possibilità di comunicazione e di interazione ad ogni livello.
3. Un partito si organizza in circoli presenti in ogni comune o quartiere, nei
luoghi di lavoro e di studio, nelle comunità all’estero, ma può aprirsi davvero
agli elettori solo se è radicato e riconosciuto nel Paese. Si apre alle energie
più fresche della società tramite una forte organizzazione giovanile. E'
riconosciuto da quelli che rappresenta e allo stesso tempo è capace di
riconoscere altre forze sociali con cui fare un percorso comune e preparare il
progetto di governo, per non ricadere nel riformismo dall'alto. Per questo, nel
rispetto della reciproca autonomia, vanno coltivati rapporti con tutte le
organizzazioni sociali, del lavoro, dell’impresa, dei consumatori, del
volontariato.
Cosa significa democratico?
1. Il Partito democratico è un partito di iscritti e di elettori che persegue la
parità di genere nelle responsabilità politiche. La sovranità appartiene agli
iscritti, che la condividono con gli elettori nelle occasioni regolate dallo
statuto. Agli iscritti sono riconosciuti diritti fondamentali come la
partecipazione alle decisioni ai vari livelli (anche attraverso referendum) e
l’elezione degli organismi dirigenti. Il Pd coinvolge gli elettori, attraverso
le primarie, per selezionare le candidature alle cariche elettive con
particolare riferimento alle elezioni in cui non sia presente il voto di
preferenza. Partecipa alle primarie di coalizione con un proprio rappresentante
scelto da iscritti e organismi dirigenti. Le primarie per l’elezione del
segretario nazionale richiedono nuove regole ispirate a due criteri: non devono
trasformarsi in un plebiscito e non possono essere distorte da altre forze
politiche. Le primarie vanno rese più efficaci, rendendo più chiaro il
meccanismo di partecipazione. L'albo degli elettori deve essere effettivamente
pubblico e certificato.
2. Il Partito democratico è un partito nazionale organizzato su base federale. I
rimborsi per le elezioni regionali, le entrate del tesseramento e delle feste, i
contributi degli amministratori, sono destinati ai circoli e alle organizzazioni
provinciali e regionali. Parte del finanziamento elettorale nazionale ed europeo
va destinata a progetti di radicamento del partito nella società. Gli organismi
dirigenti nazionali saranno formati per la metà da rappresentanti designati dai
livelli regionali.
3. Gli organismi dirigenti ad ogni livello saranno composti in un numero
ragionevole per consentire una discussione politica efficace e scelte
consapevoli. Lo statuto garantisce i diritti dei singoli iscritti e delle
minoranze. Gli organismi dirigenti hanno il dovere di ricercare attraverso
l'aperto confronto delle opinioni la posizione comune da assumere nelle sedi
politiche e istituzionali. Le deroghe rispetto alle posizioni comuni dovranno
esprimersi sulla base di criteri valutati da un organo statutario. In ogni caso
il Pd considera il pluralismo interno una ricchezza irrinunciabile e un motivo
di orgoglio.
Per tutte queste ragioni, con tutti questi impegni vogliamo costruire insieme un
Paese da amare, un’Italia dove sia bello vivere, lavorare, crescere i propri
figli. Con il Partito democratico.
Politica. news, Notizie, articoli, informazione
|