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Il rovescio della medaglia 

Il pacchetto salva-banche è ben congeniato ma se lo Stato interviene nel capitale
delle banche sottoscriva azioni ordinarie con impegno a rivenderle sul mercato dopo
pochi anni 


di Federico Sassoli De Bianchi  *  

è ovvio che il sistema bancario si regge su un gigantesco bluff. Infatti nessuna banca può reggere se di colpo tutti i suoi correntisti si presentassero ai suoi sportelli per richiedere indietro i loro soldi. I soldi per poter fruttare devono essere prestati a chi è disposto a pagare un interesse e quindi non possono essere liquidi se non per una piccola parte che serve per le necessità abituale della clientela. Chi garantisce che il bluff funzioni è lo Stato il quale può assumersi l’impegno perché ha risorse molto più ampie di ogni singola banca e perché in ogni caso può stampare moneta.

Davvero? Nei paesi dell’area euro non è più così, e questa è una novità. Per la prima volta da quando esistono gli stati europei essi non controllano più la loro moneta. Chi la controlla è la Banca centrale europea, organismo indipendente che ha come obiettivo la difesa del potere di acquisto. La BCE, il gendarme che ci siamo dati a garanzia del valore dei nostri soldi, ha la chiave della zecca che stampa gli euro e non si lascerà facilmente convincere a farsi partecipe di un piano che crea inflazione. Lo Stato italiano rischia in questa situazione di fare la figura della cicala. Negli anni buoni quando gli interessi erano bassi non ha pensato di ridurre il suo debito e ora deve non solo spendere di più per pagare gli interessi sul suo debito, ma ha anche meno margine per intervenire a garanzia del proprio sistema bancario.

Chi pagherà allora il costo degli interventi pubblici di sostegno? Ahimè il contribuente. è  giusto allora che, se a tutti i cittadini si chiede di farsi carico dei rischi nati nelle banche private, venga loro riconosciuto anche il possibile vantaggio economico correlato.

Il pacchetto di provvedimenti salva banche, per altro ben congeniato, prevede che in caso di intervento dello Stato nel capitale di una banca questi sottoscriva azioni privilegiate, cioè senza diritto di voto. Non si vede perché a comandare non debba essere chi ci mette i soldi che permettono alla banca di non fallire . Meglio sottoscrivere azioni ordinarie , che se la banca va bene si rivalutano di più. Per evitare il ritorno ad un sistema finanziario pubblico, con la conseguente tentazione di lottizzazione da parte dei politici, si definisca un tempo breve per il mantenimento in mano pubblica delle azioni bancarie. Si stabilisca che lo Stato venderà le sue azioni dopo due anni , un tempo ragionevole per uscire dalla crisi,. In questo modo il rischio lottizzazione sarà minimo e il contribuente ritroverà i suoi soldi e forse ci guadagnerà.

Crisi finanziaria e buonsenso ritrovato

Una delle principali lezione da trarre dalla crisi in atto è: diffida di quello che non capisci. Apparentemente tutti in buona fede abbiamo investito, ci siamo indebitati per comperare castelli di sabbia, ovvero il loro omologo finanziario. Sono state elaborate tecniche sempre più sofisticate, basate su statistiche, regressioni, derivati che dimostravano che quei castelli di sabbia erano complessivamente solidi investimenti che rendevano molto. Tutti apprendisti stregoni. Tutti? Andiamo, vi sono precise responsabilità ed errori da non ripetere.

La responsabilità maggiore non è dei banchieri di investimenti, per quanto siano antipatici con quei loro emolumenti faraonici. Essi hanno creato e venduto prodotti per cui vi era una richiesta. La responsabilità principale è di chi aveva il compito di regolamentare il settore bancario e finanziario e non lo ha fatto. Se la crisi finanziaria è anche in Europa vuole dire che anche le banche europee non sono state regolate in modo efficace. La Banca d’Italia si trova in compagnia di tutte le banche centrali sull’ipotetico banco di accusa.

L’errore fondamentale compiuto è stato fidarsi di calcoli estremamente complessi che alla fine nessuno capiva veramente. Questo vi ricorda qualche cosa? Non vi fa venire in mente i conti pubblici, dello Stato, Regioni e Comuni? Anche lì nessuno, o quasi, ci capisce. In un momento in cui gli Stati si fanno carico di ingenti oneri per salvare il sistema finanziario è il momento di chiedere trasparenza e di sottolineare il diritto di capire.

Crisi: quanto vale la garanzia dello Stato

L’italiano che ha sempre separato l’area del privato da quella del pubblico, si ritrova a dover realizzare che la sicurezza dei propri risparmi dipende in fondo dalla solidità del bilancio pubblico, di cui si è sempre disinteressato, anche perché nessuno lo ha redatto in maniera comprensibile.

è  venuto il momento di presentare un bilancio dello Stato per il cittadino. Ma quanto vale uno Stato? Certo si possono fare i conti di quello che ha e dei suoi debiti. Ma c’è qualcosa che nel lungo periodo è più importante: sono le aspettative dei suoi cittadini, i loro obiettivi, quello per cui sono pronti ad impegnarsi e a soffrire.

è  questo il motivo per cui tutti gli operatori ritengono che gli Stati Uniti saranno i primi a rialzarsi. Perché hanno la capacità di soffrire di più, distruggere e ricostruire del nuovo. Questo è un capitale di cui siamo apparentemente poveri in Europa. In Italia vi è stata una totale sfiducia nello Stato e nella capacità di saper affrontare e risolvere insieme i problemi comuni, ma può cambiare. Lo Stato sta acquistando credibilità nei confronti della gente, anche grazie ad interventi che sembrano andare nella direzione giusta. Non lo sprechi. Vi è una domanda di più regole, dettate uno Stato che vola alto sopra le parti, non di uno Stato imprenditore.

*  Presidente fondazione Civicum - Milano. Vedi   http://blog.civicum.it/ 

 

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Autorizzazione Tribunale di Verona n°1258 - 7 Marzo 1997