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Fonte Corriere della Sera     di Giovanni Bianconi

Palermo. La condanna a Totò Cuffaro
Il commento di Piero Grasso

19.01.07 - La sentenza di condanna a Totò Cuffaro è stata appena pronunciata, e il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso commenta: «Con queste premesse la lotta ai rapporti tra mafia e politica, e tra la borghesia mafiosa e le altre componenti dell'organizzazione, diventa difficile». In aula, ad ascoltare il verdetto, c’erano il procuratore aggiunto Pignatone e i sostituti De Lucia e Prestipino, ma idealmente sul banco dell’accusa sedeva anche lui, Grasso, che quando dirigeva l’ufficio palermitano ha indirizzato il processo a Cuffaro sui binari del favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra escluso dal tribunale. «I giudici hanno ritenuto provato il favoreggiamento a singoli mafiosi come Guttadauro, Aragona o Miceli—insiste il superprocuratore —, ma evidentemente per attribuire il favoreggiamento dell’intera organizzazione serve una prova diabolica, complicata da trovare». Riflessione amara, accompagnata da un’altra di segno opposto: «Utilizzando questa contestazione anziché il concorso esterno nell’associazione mafiosa si riesce a provare almeno il singolo fatto e ottenere una condanna».

È l’anticamera della polemica che da anni divide la Procura di Palermo e non s’è placata con l’avvicendamento di Grasso, il quale legge nella sentenza una riprova a quanto sostenuto da lui e i pubblici ministeri che hanno condotto in porto il dibattimento: «C’era un imputato, il maresciallo dei carabinieri Riolo, responsabile di rivelazioni di segreti alla mafia che secondo l’accusa configuravano il concorso esterno nell’associazione, mentre il Tribunale non solo ha escluso quel reato, ma pure l’ipotesi subordinata del favoreggiamento a Cosa Nostra: favoreggiamento di singoli mafiosi anche per lui. È la dimostrazione che la contestazione del reato più grave a Cuffaro non avrebbe portato a un risultato migliore. Anzi». Questa visione è ovviamente condivisa da chi ha svolto la requisitoria finale, e contestata dall’altra metà della Procura che invece voleva imputare al governatore della Sicilia il concorso nell’associazione mafiosa.

Nel chiuso delle stanze si ripropongono i discorsi che per quasi quattro anni hanno dilaniato l’ufficio: paragonare la posizione del maresciallo con quella di Cuffaro è sbagliato, perché il referente di Riolo era il solo imprenditore Aiello (condannato a 14 anni per partecipazione a Cosa Nostra) mentre l’interfaccia di Cuffaro era per così dire «collettiva»: dal capomafia di Brancaccio Guttadauro ai «colletti bianchi» Aragona e Miceli, e così via. Nelle riunioni uno dei pm del processo, Nino Di Matteo, ha sostenuto che sarebbe stato più semplice provare il concorso esterno anziché il favoreggiamento aggravato, e quando i suoi colleghi non hanno accettato di cambiare strada ha smesso di presentarsi in aula. Facile immaginare il fiorire dei «l’avevamo detto» dopo il verdetto di ieri, anche se manca la controprova.

L’antimafia giudiziaria resta dunque divisa, e la condanna di Cuffaro si aggiunge a una catena di sentenze altalenanti: dall’assoluzione-prescrizione di Andreotti (reato provato fino a una certa data ma non più punibile, e per il resto «insussistente») a quella piena dell’ex presidente della Provincia Musotto, dall’assoluzione ribaltata in appello annullata dalla Cassazione per Calogero Mannino (nuovo appello in corso) alla condanna in primo grado (appello pendente) per Marcello Dell’Utri, fino all’assoluzione in primo grado per il deputato di Forza Italia Gaspare Giudice. Ora c’è la variante di un favoreggiamento né semplice né aggravato, ma un po’ più grave del normale perché ad uso di singoli mafiosi. Per i tecnici c’è di che discutere, e per le polemiche altra legna sul fuoco.

Ma al di là di disquisizioni e spaccature resta la realtà di un verdetto che ha dichiarato provati i fatti contestati e inflitto cinque anni di carcere al principale uomo politico della Sicilia. E il doppio paradosso, molto italiano, di una pubblica accusa costretta quasi a difendersi dopo aver visto confermato nella sostanza l’impianto dell’intero processo (dalle ruberie nel sistema sanitario alla rete di informatori nelle istituzioni in favore di mafiosi, oltre ai fatti addebitati a Cuffaro), mentre il politico condannato a una pena non certo irrisoria lascia l’aula del tribunale proclamandosi soddisfatto e deciso a restare al suo posto.

Giovanni Bianconi
http://www.corriere.it/cronache/08_gennaio_19/sentenza_cuffaro
_procuratore_grasso_rivendica_sua_linea_ 18fbcdc6-c662-11dc-9f4d-0003ba99c667.shtml

 

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Autorizzazione Tribunale di Verona n°1258 - 7 Marzo 1997