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Costituzione. Ipotesi controfattuale 60 anni dopo

di SAURO MATTARELLI

16.01.08 - Su “La Stampa” recentemente Maurizio Viroli ha scritto un interessante articolo: Teo-Dem di ieri: quando La Pira voleva Dio nella Costituzione. Il professore di Princeton fa riferimento a una proposta, formulata in sede di Costituente, di introdurre, come preambolo, che «il popolo italiano si dà la presente Costituzione» «in nome di Dio». Dagli interventi di Marchesi, Togliatti, Calamandrei, Nitti, tesi a far ritirare la proposta a Giorgio La Pira, risaltò, spiega egregiamente Viroli, un «alto livello morale e culturale », ma egli dubita che sia «stato saggio non accogliere il preambolo con l’invocazione a Dio, e avere invece approvato l’articolo 7 con il riconoscimento dei Patti Lateranensi: essersi piegati al potere temporale della Chiesa e aver rigettato un principio spirituale».

Si tratta di un tema di scottante attualità: i lettori ricorderanno le discussioni recenti che hanno riguardato la Costituzione della UE. Ma alcuni interrogativi, vista la natura “controfattuale” delle argomentazioni di Viroli, si impongono: davvero l'introduzione del preambolo avrebbe evitato l'articolo 7? Non abbiamo risposte positive certe al riguardo. E ancora: era universalmente condivisibile l’assunto di La Pira secondo cui il fascismo aveva allontanato l’Italia dalla «civiltà cristiana… lievito ed essenza della sua storia e della sua cultura»? Quale cristianità? Non certo quella vaticana dei Patti Lateranensi. Una cristianità, dunque, estranea agli interventi del Papa? Difficile anche solo da immaginare, e comunque non visibilmente attiva in quegli anni di compromesso e di silenzio sulle leggi antisemite, sulle deportazioni e sulle scelte del regime. Il secondo aspetto della questione riguarda temi più inerenti alla teoria politica. Cosa significa proclamare in sede di preambolo che una Costituzione viene concessa «in nome di Dio e del Popolo»? Che l’incontro tra “cielo e terra” avviene in terra? Non è una specie di ossimoro? Perché gli agnostici e gli atei dovrebbero sentirsi esclusi dai diritti costituzionali? Connotare la Carta Costituzionale in nome della “radice principale” non vuol dire lasciare deliberatamente appassire le altre?

La Repubblica Romana del 1849, tanto per citare un esempio che funse da riferimento ai costituenti del 1947-48, emanava tutte le sue leggi «In nome di Dio e del Popolo», perché esprimeva un governo composto a maggioranza da credenti. Ma l'articolo 1 di quella Costituzione proprio nei «Principi fondamentali» recitava chiaramente che la «sovranità è per diritto eterno nel popolo», costituito in Repubblica. Nessun riferimento a Dio. E l'art. 7 chiariva che «dalla credenza religiosa non dipende l'esercizio dei diritti civili e politici», pur con tutte le guarentigie per il Papa (art. 8).

Si può trarre un utile insegnamento anche per oggi: il regno di Dio dovrebbe cominciare dai cuori degli uomini che credono e, da questi, attraverso le azioni conseguenti, può scendere nelle strutture e connotarle; ogni ipotesi inversa odora di massimalismo, integralismo, totalitarismo?

 

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