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 Afghanistan: allarme oppio, il rapporto delle Nazioni Unite

di Pietro Fiocchi

01.10.07 -  I dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine, anche per il 2007, non sono incoraggianti: in Afghanistan quest’anno 193.000 ettari sono stati coltivati a papavero da oppio, (il 17% in più rispetto al 2006), arrivando così a produrre 8.200 tonnellate di oppio (il 34% in più). E ancora una volta al paese dell’Asia centrale va il triste primato di primo produttore di oppio, con l’82 per cento delle coltivazioni mondiali, nonché di fornitore esclusivo della droga più mortale, con il 93 per cento del mercato globale degli oppiacei. Eppure, anche se la situazione generale in Afghanistan è quella che è, nel Centro Nord del paese, malgrado la diffusa povertà, si è registrata un’inversione di tendenza. Là, infatti, sono salite a tredici, rispetto alle sei dell’anno scorso, le province nelle quali di oppio non c’è più traccia. Un buon risultato raggiunto soprattutto grazie agli incentivi statali ai coltivatori, convinti così a rinunciare all’oppio e dedicarsi ad altro.

L’ostacolo maggiore resta però il Sud Ovest. Il fenomeno si concentra nelle più ricche province meridionali, dove ad avere il controllo di vasti territori sono i Talebani. Sono loro che, impedendo alla autorità locali e alle organizzazioni internazionali di fare il proprio lavoro, hanno trasformato interi campi di grano e frutteti in campi di oppio. E con gli altissimi profitti che derivano dal commercio della droga comprano le armi e finanziano le loro attività illegali. Per il direttore dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine, Antonio Maria Costa, sarebbe un errore storico lasciare che l’Afghanistan collassi del tutto sotto i colpi di droga e del terrorismo. Le minacce sono più che reali e in aumento, nonostante tutti gli sforzi della politica, i miliardi spesi per la ricostruzione e i contingenti stranieri sul posto. La strategia di intervento proposta è quella di intervenire costruendo sugli sviluppi promettenti nel Nord-est del paese e reagendo ai disastri nel Sud Ovest. Per cominciare bisognerebbe premiare con maggiori ricompense quei coltivatori che si impegnano a non produrre più oppio. Erogargli, velocemente, tanti finanziamenti quanti sono i progressi fatti. Pene più severe per chi invece si ostina. E soprattutto andare avanti a ritmi serrati con l’eradicazione delle coltivazioni di oppio. Nel Sud-est asiatico, Sud America e Marocco la strategia si è dimostrata vincente, e se applicata con serietà potrà dare risultati proficui anche in Afghanistan. 

E’ realistico l’obiettivo di dimezzare per il 2008 le province che producono oppio. Facendo attenzione però a non eliminarne solo la produzione, ma anche il commercio, tuttora florido anche nel più tranquillo Nord Est. Poi, per mettere in crisi l’economia dell’oppio in Afghanistan, bisognerebbe bloccare il flusso di importazione di materiali chimici per la conversione dell’oppio in eroina e quello di esportazione della droga. Una pericolosa circolazione a doppio senso che avviene indisturbata attraverso gli instabili confini meridionali. Per questo è necessaria la cooperazione dei paesi confinanti. Pakistan e Iran si sono già detti disponibili per realizzare misure comuni: costruzione di barriere per fermare il contrabbando, condivisione di informazioni di intelligence e operazioni congiunte. Anche le forze militari straniere che operano in Afghanistan, considerando che narcotraffico e terrorismo sono tra loro interdipendenti, hanno tutto l’interesse a partecipare in operazioni antidroga. Inoltre, viene in aiuto la risoluzione 1735 (2006) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che dà ai paesi la possibilità di includere nella lista dei terroristi anche i nomi dei maggiori trafficanti collegati al terrorismo. Sarà così possibile limitarne la libertà di movimento, congelarne i beni e facilitarne l’estradizione. Comunque, l’oppio e l’eroina che continuano a fare migliaia vittime in Europa, in Cina e nell’ex Unione sovietica, non sono l’unica preoccupazione delle Nazioni Unite. Il rapporto del direttore Costa lancia un allarme anche per l’aumento in Afghanistan della coltivazione di cannabis, che ai coltivatori costa di meno e rende di più. Già nel suo rapporto del 2006 Costa aveva espresso preoccupazione per l’aumento, a livello mondiale, del consumo di cannabis e per il fatto che fosse stata erroneamente etichettata come droga “leggera” e relativamente innocua. 

Per gentile concessione di www.moderatamente.com 

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Autorizzazione Tribunale di Verona n°1258 - 7  Marzo 1997