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Politica - Articoli 2007 - 2008 - 2009
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Il
sistema elettorale tedesco 19.09.07 - Il sistema elettorale tedesco, di cui molto oggi si discute, e che sembra (finalmente) raccogliere forti adesioni nel nostro Paese, è, come tutte (o quasi tutte) le cose che fanno i tedeschi, molto complicato ma anche molto funzionale, logico ed efficace. La sua efficacia può essere dimostrata, oltre che sul piano analitico, come cercheremo di fare più oltre, anche sul piano storico, dei fatti, visto che il sistema politico tedesco si è finora dimostrato molto stabile ma anche molto duttile (cioè capace di adattarsi, come avvenuto recentemente con l’alleanza tra democristiani e socialdemocratici, per garantire un solido governo al Paese). Ciò naturalmente può essere dovuto non solo al sistema elettorale (che comunque conta molto di più di quanto non credano superficiali commentatori politici), ma anche all’impianto del sistema costituzionale tedesco in senso lato (e ad esso faremo qualche breve essenziale riferimento) e forse anche al carattere ed allo spirito del popolo germanico, così diverso dal nostro (in questo caso probabilmente in meglio). Prendiamo le mosse dalla descrizione delle caratteristiche tecniche del sistema tedesco. Ci riferiremo, come in genere sempre si fa in queste analisi, al sistema con il quale viene eletto il Bundestag, ossia l’equivalente germanico della nostra Camera dei Deputati. Il Senato tedesco è infatti eletto in modo molto diverso, ed è espressione della realtà federale della repubblica di Germania, dove i Laender sono realtà di ben più forte rilievo politico delle nostre Regioni. Salvo una particolarità che vedremo più oltre, il Bundestag si compone di 598 deputati, ma i collegi nei quali è diviso il territorio germanico sono 299. Ogni elettore dispone di due voti, in tedesco Zwei Stimmen. Erststimme Zweitstimme Posto
dunque questo primo punto fondamentale, che il sistema tedesco genera due
grossi partiti contrapposti, però poi la correzione proporzionale modifica
radicalmente il quadro e gli conferisce una caratteristica sua propria, che non
è quella del bipolarismo all’inglese. Se con il primo voto avviene, per fare
un esempio qualsiasi, che dei 299 seggi in palio ne vengano assegnati 159 al
Partito Rosa e 140 al Partito Azzurro, l’elettore che ha dato il primo voto ad
uno dei due grossi partiti ora col secondo voto si sente più libero e può
votare anche un partito più piccolo, ma a lui più affine. Supponiamo allora
che i secondi voti si ripartiscano così: il 35% va al Partito Rosa, il 30% al
Partito Azzurro, il 12% al Partito Bianco, il 9% al Partito Nero, l’8% al
Partito Rosso e il 6% al Partito Verde. In tale evenienza i 598 seggi del
Bundestag vengono assegnati come segue: 35% al Partito Rosa, cioè 209 seggi;
30% al Partito Azzurro, cioè 179 seggi; ai restanti partiti in modo analogo
vengono assegnati 72 seggi al Partito Bianco, 54 al Partito Nero, 48 al Partito
Rosso e 36 al Partito Verde. Totale 598: la ripartizione dei seggi è
perfettamente proporzionale ai voti espressi dal popolo per i partiti, e ciò
realizza uno dei pregi tipici dei sistemi proporzionali, cioè il pieno rispetto
della volontà popolare. La
caratteristica del sistema tedesco di dare a Cesare ciò ch’è di Cesare,
cioè di attribuire a partiti anche minori il peso che ad essi spetta nel quadro
politico del Paese, è poi rafforzata da alcune caratteristiche del sistema
costituzionale tedesco, al di là dei meccanismi elettorali. Infatti nelle
elezioni non è previsto alcun premio di maggioranza (che contrasterebbe in modo
pesante col carattere proporzionale del sistema elettorale), né è prevista l’indicazione
sulle schede di alcun candidato premier. Il premier, il Bundeskanzler, è
infatti votato dal Parlamento, e dal Parlamento può essere mandato a casa (sia
pure con la clausola restrittiva di un voto che contestualmente indichi un nuovo
premier, la cosiddetta sfiducia costruttiva). Ciò ha consentito che nella
Repubblica Federale di Germania avessero luogo degli importanti “ribaltoni”,
come quello che portò i liberali ad abbandonare i democristiani per allearsi
con i socialdemocratici. In Italia i “ribaltoni” hanno cattiva stampa, ma
questo forse dipende, in chiave psicoanalitica, dal fatto che una delle
specialità italiane, non apprezzate dagli altri Paesi, è quella di prediligere
i cambiamenti improvvisi di campo o la pratica di tenere il piede in due staffe
(si veda il caso dell’abbandono della Triplice Intesa per allearsi con Francia
e Gran Bretagna al momento della prima guerra mondiale; il caso opposto dell’abbandono
della Germania, peraltro assai ragionevole e largamente motivato, nel corso
della seconda guerra mondiale; le strizzatine d’occhio ai paesi più o meno
“canaglia”, pur essendo noi “fedelissimi” alleati dell’America). Ma i
cosiddetti ribaltoni, ancorché da noi spesso esecrati, sono normali espressioni
di dialettica politica. La
clausola di sbarramento A mio personale avviso, i caratteri di fondo del sistema non verrebbero modificati radicalmente se tale clausola di sbarramento fosse abolita o attenuata; infatti in sua assenza potrebbe avvenire, come avviene in Italia, che un partito con l’1% dei voti acquisti una forza di ricatto, e quindi un peso politico sproporzionato; ma lo stesso inconveniente può verificarsi, e si è verificato in Germania, dove le sorti di un Governo possono dipendere da un voto; e che differenza fa se il voto appartiene ad un partito con l’1%, o con il 6% dei voti? Un secondo (blando) correttivo maggioritario deriva dai cosiddetti Uberhangsmandate. Si tratta di questo. Può succedere che un partito prenda col primo voto, e cioè con gli eletti direttamente nei collegi, più seggi di quelli che gli spetterebbero in base al riparto proporzionale dei secondi voti. Sempre utilizzando il nostro esempio, supponiamo che il Partito Rosa, col 35% dei voti, anziché ottenere col primo voto nei collegi, come da noi supposto, 159 eletti “diretti”, ne prenda 215. La cosa avviene di rado, ma non è impossibile. In tal caso il Partito Rosa avrebbe ottenuto 6 mandati parlamentari oltre il numero corrispondente alla sua percentuale sul secondo voto, che è, come abbiamo visto, di 209 seggi (cioè il 35% del Bundestag). In questo caso, poiché non è evidentemente possibile cancellare 6 elezioni avvenute direttamente nei collegi, il sistema tedesco prevede che vi siano dei mandati in eccesso (appunto uberhangsmandate) cioè prevede che il partito che ha ottenuto più seggi di quelli che dovrebbe avere in base al criterio proporzionale, li conservi. La conseguenza di questo fatto (verificatosi qualche volta in Germania, sia pure su modesta scala) è che il Bundestag può avere un numero di deputati variabile e superiore a 598. Il timore che un numero elevato di uberhangsmandate possano compromettere la proporzionalità del sistema (come avverrebbe inevitabilmente se gli elettori di uno schieramento votassero, razionalmente, per il loro partito più grosso, mentre quelli dell’altro schieramento disperdessero i loro voti tra diversi partiti) rafforza la tendenza degli elettori tedeschi a concentrare il loro primo voto sui due partiti più grandi. Anche in questo dettaglio si può scorgere la profonda razionalità del sistema germanico, e insieme la sua complessità. In conclusione il sistema tedesco è un esempio assai significativo di una combinazione molto intelligente del principio proporzionale, che garantisce la giusta rappresentanza al voto degli elettori, e nello stesso tempo di alcuni correttivi propri dei sistemi maggioritari, correttivi che evitano il pericolo di un eccessivo frazionamento della rappresentanza parlamentare, e che contestualmente garantiscono un notevole spazio al rapporto diretto tra eletti ed elettori. Se infatti metà dei deputati tedeschi sono espressione esclusiva degli organi dirigenti dei partiti, l’altra metà è certamente designata dai partiti, ma si tratta di candidati che affrontano l’elettorato sul campo, e questo limita l’arbitrio dei partiti stessi, che si guardano bene dal proporre, per le elezioni dirette nei collegi, persone che non abbiano le caratteristiche necessarie per guadagnare consensi sul territorio, fra la gente. Infine, un luogo comune da contestare è quello in base al quale un sistema elettorale altrettanto efficace e razionale sia il sistema francese a doppio turno. Non è così. Si tratta di un sistema diversissimo, che è fortemente sbilanciato in senso bipolare e maggioritario, anche se per ciò stesso garantisce di regola maggioranze governative molto stabili. A mio avviso si tratta di un sistema che nella situazione italiana genererebbe effetti nefasti. La prova è che con il doppio turno lo schieramento di sinistra si è impadronito in Italia di quasi tutti i governi regionali, e di gran parte delle amministrazioni comunali e provinciali. Estendere il doppio turno anche al Parlamento nazionale significherebbe voler morire comunisti (o diessini, o democratici, che fa lo stesso). Era molto meglio allora morire democristiani. * Giovanni Somogyi direttore del Dipartimento di Teoria Economica e Metodi Quantitativi per le Scelte Politiche, Università di Roma “La Sapienza”. Insegna Politica Economica e Storia Economica presso la Facoltà di Scienze Politiche. Per gentile concessione di: http://www.moderatamente.com/
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