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Attualità 2009 |
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Preoccupante il silenzio del ministro
Tremonti sui costi di Enrico Cisnetto 07.02.09 - La reazione parlamentare e giornalistica alla sincera quanto stupefacente dichiarazione del ministro Tremonti sull’impossibilità di quantificare il costo del federalismo futuro è stata prevalentemente incentrata sul rischio che c’è nel fare una riforma “al buio”. Così come è incredibile, dopo anni di applicazione e due modifiche costituzionali, che non ci sia ancora uno straccio di consuntivo di quanto sia costato il “federalismo realizzato” e di quale risultato dia la somma algebrica dei vantaggi e degli svantaggi fin qui procurati. Ma, a mio avviso, è su un altro piano che andrebbe indirizzata la reazione oppositiva. Si dice: il federalismo fiscale non aggraverà la crisi. Ammesso e non concesso che sia vero, ci mancherebbe altro. Ma a me interessa che la risolva, la recessione, non semplicemente che non la complichi. E sì, perchè il problema dell’Italia è da 15 anni la bassa crescita economica (1 punto all’anno di meno della media Ue, quasi due punti e mezzo rispetto agli Usa), e in questo frangente evitare che la recessione diventi devastante. Dunque, qualunque riforma istituzionale, deve essere funzionale all’obiettivo primario del paese, che è appunto tornare allo sviluppo colmando il gap di crescita e di competitività fin qui accumulato. Se serve a questo fine si fa, se non serve non si fa. Dunque, il grave della proposta Calderoli è che non fornisce strumenti utili a combattere il declino. Per la semplice ragione che non può: il federalismo, infatti, è una forma di decentramento dei poteri – peraltro finora realizzata in maniera aggiuntiva e non sostitutiva a quelli nazionali – che contrasta con gli standard imposti da quella globalizzazione che è la prima causa del nostro declino (non per sua colpa, ma perchè noi non ne abbiamo capito le conseguenze) ...
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